NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

mercoledì 24 maggio 2017

Il primo soldato d'Italia

Dal Corriere d'Italia
Corrispondenza di ROBERTO CANTALUPO

IL PRIMO SOLDATO D’ITALIA
Il  primo soldato d’Italia : quello che non ha lasciato inesplorato un solo settore della vasta frontiera che avanza, che dovunque è passato coraggioso e sereno, che non ha un’ora per il suo riposo, non una tregua per la sua ansia, non una casa per le sue notti; che passa dal campo di battaglia all’ospedale, stringe le mani con gratitudine ai cappellani e, fiero e commosso, bacia sulla fronte i soldati che hanno il corpo sanguinante per essersi valorosamente battuti; quello che è avanti a tutti i generali, che assiste al guado di tutti i fiumi, alle scalate di tutti i monti, all’avanzata su tutte le pianure; che ha per i combattenti le parole più ferme e più paterne, che ama ugualmente tutti i soldati fin l’ultimo fantaccino, che non permette che essi abbiano un disagio o una sofferenza non necessaria; quello che conosce ogni cannone e ch’è il primo a porre piede in una posizione occupata, su un forte smantellato, e che è a cinquanta metri dal campo dove si combatte, e che mai si ferma e non d’altro vive che per i soldati o con i soldati; quello che per le truppe è il padre, per gli ufficiali il fratello, per tutti quelli che nel nome benedetto d’Italia sono armati è l’esempio mirabile e stupendo del coraggio, del sacrificio, dell’eroismo; che ha già la sua tenda in ogni accampamento, il suo cavallo dove un reggimento passa, la sua mensa modesta dove un bersagliere vuota la sua gamella; quello è il primo soldato d’Italia: il Re.

Dovunque.

Egli è veramente dovunque.
Questa lettera non ha data. Viene da ogni settore del fronte, da tutti gli attendamenti, da tutte le cime. Dovunque l’ho visto durante questo primo mese di guerra vittoriosa. La sua figura agile mi apparve una prima volta oltre Cormòns, nella stupenda pianura che conduce all’ Isonzo più basso. Fermo su un poggiuolo, rigido e immobile in posizione d’attenti. Il profilo netto della sua persona si disegnava preciso contro il cielo. Un reggimento d’artiglieria da campagna passava. Il Re assisteva alla corsa dei suoi uomini e dei suoi cannoni. Per mezz’ora la sua mano rimase ferma e immobile al berretto. Ufficiali e soldati lo riconoscevano solo quando erano a pochi passi; poiché il polverone era denso. Grida improvvise di sorpresa e di entusiasmo si levavano dal convoglio fragoroso. V’era chi vedeva per la prima volta il Sovrano. Viva il Re! Savoia! La guerra friulana echeggiò a lungo dei magnifici evviva. Il reggimento andò alla vittoria con l’augurale saluto del Re.
Lo rividi ai primi di giugno, su un altro campo della stessa guerra: tra i monti acuminati od armati del Trentino. La piccola automobile grigia s’era fermata alla fine di una villetta ai piedi di un erto monte. Non poteva proseguire. L’ascesa era ripida. Dopo due minuti di osservazione del terreno, il Re discese. Un bersagliere ciclista si precipitò sulla sua macchina per la valle, e ritornò poco dopo su un bel cavallo. Un generale che accompagnava il Sovrano riuscì a procurarsi in pochi minuti un altro cavallo da un carabiniere che perlustrava la zona. E per l’erta cresta del monte il Re spronò il suo cavallo, seguito dal generale. Rimasi giù, finché le due figure scomparvero fra gli alberi. Era indicibile la commozione dei soldati ch’erano accanto a me, vedendo il Re d’Italia che correva, correva verso l’altissimo accampamento alpino per andare a trovare i suoi soldati.

Sotto il temporale.
Ancora una volta l'ho visto al confine carnico-cadorino. Veniva da Belluno in automobile, col desiderio di proseguire per l’alta montagna. Una breve sosta fu fatta in un piccolissimo villaggio delizioso, al principio del costone del monte. Ma i contadini consigliarono al « Signor Generale » di fermarsi in paese, se non voleva restare a mezza via: un grosso temporale estivo si precipitava velocemente sul monte. Avanzava dall’opposta pianura, aveva già dato al cielo il tono cupo della minaccia che non manca al suo scopo, ed era lì lì per rovesciarsi. Il Re si spinse a piedi fin dove poteva vedere più ampia la distesa del cielo: un temporale, null’altro. Erano le cinque. Si poteva proseguire. A 1500 metri c’erano gli alpini, un grosso reparto isolato col suo dovere faticoso fra le cime ancora nevose.
Il desiderio di correre a confortare quei ragazzi era troppo forte.
A cavallo, accompagnato dal suo generale, il Re si slanciò a galoppo, per la magnifica strada alpina, incontro alla tempesta imminente ed ai suoi soldati che non conoscono la stanchezza. Il Sovrano era nella sua semplice tenuta grigio-verde e senza mantello. Il freddo montanino si faceva sentire penetrante e molesto. Ma i due cavalli, spronati, continuavano ansimanti la galoppata sulla pendice.
Per fortuna la via, per quanto stretta, era assai ben battuta e, per i suoi larghi giri, più lunga ma meno ripida.
Riuscì possibile così mantenere un passo veloce e costante. Aizzati ed eccitati dalla temperatura notturna della montagna, con l’istinto che li guidava al riposo, i cavalli non si fermarono un momento. Alle otto della sera, mentre la cima del monte era ancora chiara per gli ultimi riflessi, il Re si fermò in mezzo agli alpini ed il temporale scoppiò con tutta la violenza con cui s’era annunziato. La pioggia scrosciò turbinosa, il vento ululava con rabbia, la grandine cadde a picchiare con furia ostinata sulle tende o sullo casse da campo. Una musica fantastica o irregolare segnava il tempo all’uragano in montagna.

Il capitano comandante della compagnia cercò per il Re un rifugio al sicuro dalla tempesta. Ma non c’era altroché una tenda, una semplice tenda come le altre. Il Re vi entrò subito e chiese di cenare.

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito


























ANDREA CIONCI

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani. 
Le origini di una vulgata storica  
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta.  
[...]


http://www.lastampa.it/2017/05/22/cultura/cinque-luoghi-comuni-sulla-grande-guerra-e-sul-regio-esercito-lWRrlhAKht7aAiDfDr9djM/pagina.html

giovedì 18 maggio 2017

IL 1937: LE MORTI INQUIETANTI DI GRAMSCI E DEI ROSSELLI

80 ANNI FA
                                      
del Prof. Aldo A. Mola, Presidente della Consulta dei Senatori del Regno - Editoriale Giornale del Piemonte - 14.05.2017

Iniziò bene per l'Italia il 1937. Il 2 gennaio fu siglato il Gentlemen's agreement italo-britannico per la stabilità del Mediterraneo. Ce n'era bisogno. L'anno precedente aveva addensato nubi minacciose sull'Europa. Il 7 marzo 1936 la Germania di Hitler occupò la Renania senza incontrare risposte militari: le uniche efficaci. Allarmato, il Belgio prese le distanze dalla Francia, ove a fine aprile il socialista Léon Blum formò un governo radical-socialista con il sostegno del Partito comunista, il più forte dell'Europa occidentale e per di più succubo del dittatore dell'URSS, Stalin. La risposta non si fece attendere: boicottaggio commerciale e fuga di capitali. La svolta della Francia seguì di pochi mesi l'avvento a Madrid di Manuel Azaña a capo di un governo di radicali, socialisti e liberali (molti massoni, capri espiatori  di una storia secolare di arretratezza culturale, come in Italia dal 1925 a oggi).  Però in Spagna, repubblica dal 1931, la risposta fu più dura: l'alzamiento, il 18 luglio 1936, dei Quattro Generali (Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano), molto diversi uno dall'altro ma accomunati nel programma di “restaurazione nazionale”: Stato forte in vista del ritorno alla monarchia, ma con molti e motivati “forse  e se”. Non sarebbe stata comunque restaurazione  ma instaurazione. 
Il 4 agosto anche la Grecia virò a destra, col governo Metaxàs.
La Francia propugnò il “non intervento” nella guerra civile spagnola. Benché da subito a fianco degli insorti, Italia e Germania ufficialmente aderirono, ma il 18 novembre riconobbero il governo del generale Franco. Londra e Parigi erano assillate da conflitti diretti e indiretti nei loro imperi coloniali e nelle aree di influenza: dalla Palestina all'Egitto (che da quell'anno ebbe per re Faruk ed entrò nella Società delle Nazioni) e al Sud Africa (che imboccò il tunnel dell'apartheid), dall'America meridionale (in specie Argentina e Perù) all'India, dalla quale venne separata la Birmania.
L'accordo italo-britannico del 2 gennaio 1937con Londra fece da preludio al riconoscimento della sovranità di Roma sull'impero di Etiopia, ove permanevano sacche di resistenza armata e il 18 febbraio Rodolfo Graziani fu vittima di un attentato che scatenò tre giorni di “caccia all'uomo”. Fallita l'offensiva dei nazionalisti, da conflitto interno la guerra civile spagnola divenne preludio a quella tra i totalitarismi: il nazionalsocialismo da un lato, il comunismo sovietico dall'altro. Le “tre Spagne” (la social-comunista, aspramente anticattolica; quella “profonda”, clericale e conservatrice; la liberal-democratica, massonica, antitotalitaria) divennero terreno del regolamento di conti tra ideologie, regimi e “popoli” in lotta da secoli: un conflitto incattivito dal 1917-1919, tra la rivoluzione russa e la pace punitiva di Versailles. Con la battaglia di Guadalajara la Spagna fu anche teatro di un capitolo della guerra civile italiana.
Da che parte si schierò Roma? La Città Eterna parlò attraverso due voci molto diverse: Mussolini aspirava a elevare il fascismo a modello universale; la Santa Sede era cattolica da sempre. Il primo ad avvertire la tempesta incombente non fu il “duce del fascismo” (invero sempre irruente quanto poco lungimirante) ma Pio XI. Il 14 marzo 1937 il papa pubblicò l'Enciclica “Mit brennender sorge”, nella quale deplorò la deriva del nazionalsocialismo verso sponde razzistiche. La persecuzione di ebrei, gitani, oppositori politici, “devianti” in genere (chiusi in campi di concentramento che preludevano alla eliminazione fisica sistematica) era inconciliabile con il cristianesimo, checché ne pensassero e dicessero teologi ed ecclesiastici “locali”, per vari motivi distratti dalla missione universale della Cattedra di Pietro. Quattro giorni dopo Pio XI pubblicò la “Divini Redemptoris”, condanna durissima del materialismo ateo, incardinato nella Terza Internazionale di Mosca e nei partiti comunisti satelliti e in regimi che avevano fatto deragliare la separazione tra Stato e Chiesa in anticlericalismo e in persecuzione sanguinosa dei credenti: incendio di chiese, violazione di monasteri e molteplici orrori. Lo mostravano i casi del Messico e della stessa Spagna repubblicana, come ampiamente documentato, tra altri, da Mario Arturo Iannaccone in “Cristiada” e in “Persecuzione” (ed. Lindau).
Nei capitoli centrali di “Il virus del totalitarismo” (ed. Rubbettino) Dario Fertilio, già Premio Acqui Storia, ha documentato che il fanatismo stava per dare i suoi frutti più spettacolari con i processi celebrati in Russia a carico di insigni esponenti del comunismo sovietico: Kamenv, Zinoviev e altri, accusati di simpatie verso il pensiero di Leone Trotzkij, cioè per il comunismo come rivoluzione universale anziché “in un solo Paese”, ovvero a beneficio dell'imperialismo dell'URSS. Condannati a morte, gli imputati vennero fucilati. Fu l'inizio della sistematica epurazione ideologica e non solo (molti erano ebrei), accelerata nel 1937 con l'eliminazione di Karl Radek e del leggendario maresciallo Tucacevskij, eroe della guerra rivoluzionaria. Dopo di lui vennero assassinati decine di migliaia di ufficiali, funzionari pubblici, uomini del partito: la “grande purga”, completa di gulag, aperti ancor prima dei lager hitleriani. Un delirio razionale programmato in vista della guerra non solo e non tanto contro la Germania (quello era un duello tra totalitarismi) ma contro le democrazie occidentali e i socialisti democratici, da anni marchiati come social-fascisti: epiteto con il quale Palmiro Togliatti liquidò Filippo Turati e radiò gli oppositori, quali Angelo Tasca e altri fondatori del Partito comunista d'Italia. Mentre all'estero predicava i fronti popolari, alleanze del tutto strumentali, all'interno Stalin annientò ogni dissenso, liquidato come tradimento.
In quel quadro di guerre ideologiche e di massiccio impiego delle armi (la Francia “democratica” usò l'aviazione per reprimere una rivolta in Marocco), nel volgere di poche settimane si susseguirono due eventi paradigmatici. Il 27 aprile 1937 morì Antonio Gramsci, colpito da emorragia cerebrale proprio quando gli venne comunicato che era finalmente libero: né carcere, né la libertà condizionata trascorsa nella clinica Quisisana. La sua fu una morte così inattesa da suscitare i sospetti ripercorsi da Luigi Nieddu in “L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci” (Le Lettere), anche perché egli aveva stabilito di tornare nella nativa Sardegna e aveva preso tutte le misure per impedire che i suoi Quaderni finissero nelle mani di Togliatti, come ricorda Giuseppe Vacca in “Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)” (ed. Einaudi), a sua volta Premio Acqui Storia. Il Migliore (come poi Togliatti venne celebrato) pervenne invece a impadronirsi del Quaderni gramsciani: un'operazione laboriosa, condotta con la pressione sulla moglie e la cognata di Gramsci, Julija e Tatjana (Tania) Schucht, esercitata da Piero Sraffa, economista insigne, docente in Gran Bretagna, figlio dell'altrettanto celebre economista e giurista Angelo, iniziato massone a Pisa, dalla brillante carriera accademica e rettore della Bocconi di Milano, ove formò allievi di elevato rango intellettuale e di prestigiose fortune, come Raffaele Mattioli.
Mentre durava l'emozione per la morte di Gramsci e si faceva più incalzante l'azione di Togliatti per confiscare la sua memoria storico-politica, un atroce delitto scosse l'opinione internazionale: intorno alle 19,30 del 9 giugno 1937 i fratelli Carlo e Sabatino Enrico (Nello) Rosselli furono assassinati a revolverate e pugnalate presso Bagnoles-de-l'Orne (Bassa Normandia) da un pugno di cagoulards, affiliati alla OSNAR (Organisation Secrète d'Action Révolutionnaire Nationale).
Carlo, appena trentasettenne, era il fondatore del movimento Giustizia e Libertà. Suo fratello, di poco più giovane, storico di sicuro avvenire, lo aveva raggiunto in Francia poco prima. Gli assassini agirono senza troppe precauzioni, li pedinarono osservati da albergatori, camerieri e persone che se videro del tutto casualmente (un po’ la replica dell'assassinio di Matteotti di cui ha scritto Enrico Tiozzo) e lasciarono innumerevoli e inconfondibili tracce. Furono quindi subito individuati, intercettati e arrestati e poi condannati. Le loro schede biografiche sono in appendice al saggio di Mimmo Franzinelli, “Il delitto Rosselli” (Mondadori). Ma chi aveva armato la mano a sicari così squallidi? Appena appresa notizia del crimine i militanti di Giustizia e Libertà non esitarono a imputare quale mandante il regime fascista. Colpevole era quindi lo stesso Stato italiano, sia pure tramite i soliti leggendari “servizi segreti”.
I funerali dei fratelli Rosselli, a Parigi, furono una solenne deplorazione del fascismo. Aderirono socialisti, radicali, “democratici” e le due massonerie francesi (Grande Oriente e Gran Loggia), che avevano spesso ospitato conferenze di Carlo Rosselli, in stretto collegamento con Giuseppe Leti, sovrano gran commendatore del Rito scozzese antico e accettato e pilastro del Grande Oriente d'Italia dell'esilio, popolato di infiltrati dell'Ovra e di massoni pentiti, come Alberto Giannini, autore delle esilaranti “Memorie di un fesso: parla Gennarino, fuoruscito con l'amaro in bocca” (1934, rist. Forni, 2010).
Ma chi davvero armò le mani degli assassini dei fratelli Rosselli? L'interrogativo venne riaperto nel 1990 da Franco Bandini, giornalista appassionato di storia, in “Il cono d'ombra” (Sugarco), frutto di otto anni di indagini sugli atti dei processi celebrati in Francia a carico dei cagoulards e in Italia contro il supposto “mandante”, il generale Mario Roatta, in combutta con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e ministro degli Esteri. Secondo il giudizio corrente e tuttora prevalente, Carlo Rosselli, già condannato al confino a Lipari ed evaso il 29 luglio 1930 con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, era non solo scomodo ma pericoloso per il regime perché proponeva alla borghesia di affiancare i “rossi”, come avveniva in Spagna. Sennonché, dopo aver lanciato il motto “Oggi in Spagna, domani in Italia”, a cospetto della piega assunta della guerra in Catalogna (ove i comunisti sterminarono gli anarchici) Rosselli era rientrato in Francia e si era impegnato nell'elaborazione di una strategia politica del tutto nuova: più estremista dei comunisti e in linea con il pensiero di Trotzkij. Molto più che a Roma dette fastidio a Mosca. Secondo Bandini l'assassinio di Carlo Rosselli non avrebbe cambiato i rapporti tra il regime e gli esuli. Avrebbe invece modificato profondamente quelli tra i partiti antifascisti, messi alle strette: subordinazione alla Terza Internazionale o opzione “occidentale”, a favore delle democrazie, per quanto deboli e screditate: un dibattito laborioso, puntualmente ricostruito da Marco Bresciani in “Quale antifascismo? Storia di Giustizia e Libertà” (ed. Carocci).
Un anno dopo l'assassinio dei fratelli Rosselli la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco, mentre era in corso la decisiva battaglia dell'Ebro vinta dai nazionalisti col sostegno di 40.000 uomini del Corpo Truppe Volontarie (CTV, che gli spagnoli traducevano: Cuando t'en vas?), mesi prima della trionfale parata di Madrid, narrata anche da Edgardo Sogno. La domanda che si pone dinnanzi a un delitto efferato è sempre la stessa: cui prodest? A chi giova? La risposta sul “caso Rosselli” rimane aperta. Di sicuro nessun gerarca del regime aveva motivo di volere la morte di Nello, pioniere degli studi sul Risorgimento democratico, apprezzato da Gioacchino Volpe, che anni addietro era intervenuto personalmente su Mussolini per consentirgli un viaggio di studi in Inghilterra. Il Risorgimento democratico, le sue debolezze e contraddizioni, era stato anche al centro delle riflessioni di Gramsci, lontano dal dogmatismo della Terza Internazionale di Mosca. Vigilia del catastrofico 1938, il 1937 pose le premesse del “grande equivoco” nel quale, osserva Fertilio, “cadde Winston Churchill allo scoppio della seconda guerra mondiale: ci si allea anche col diavolo se questi combatte il proprio nemico. Ma così si contribuisce a rafforzarlo - come avvenne con Stalin – prima di ritrovarsi inevitabilmente a fare i conti con lui”. Un monito da non dimenticare mentre il pianeta è popolato di dittatori sanguinari, di violazioni sistematiche dei diritti dell'uomo anche di chi aspira a entrare nell'Unione Europea, e l'ONU di fatto è un fantasma, alla cui apparizione nessuno più crede.

Aldo A. Mola

Barack Obama Hussein a Milano.


Rapido passaggio per ritirare dal nostro bancomat una Consistente somma di dollari (ex talleri) nostri a 850 euro per l' ingresso e non ascoltare nulla di interessante.

Quel che è certo è che considerando ciò che ha sproloquiato nessuno potrà vantarsi di aver speso quella somma per sentirsi raccontare che grazie al riscaldamento antropogenico non ci sarà più abbastanza cibo.

Però il costo dei cereali e simili è in netto calo.

Si capisce dai risultati della sua politica estera il valore dei suoi informatori e ministri !

Il successo del suo viaggio in Italia è quello di aver buggerato  un po' di italiani che... Se lo sono meritato !

mercoledì 17 maggio 2017

Assisi: meeting dell'UMI


Il libro azzurro sul referendum - VI cap. 1-3

Esclusioni del diritto di voto per il referendum

D. L. L. n. 149 in data 26 aprile 1945

Il D.L.L. n. 149 in data 26 aprile 1945 all’art. I stabilì l’esclusione del diritto di elettorato attivo e passivo per dieci anni, al l’interdizione temporanea dei pubblici uffici e alle privazioni dei diritti politici per un periodo non superiore a dieci anni per i fascisti colpevoli di fatti di particolare gravità, anche senza incorrere negli estremi di reato.
L’art. 2 contempla la competenza delle Commissioni provinciali.
L’art. 4 privò dei diritti elettorali i fascisti pericolosi previsti dall’art. 3.


D. L. L. n 74 in data 10 marzo 1946


Il D.L.L. n. 74 in data IO marzo 1946 (Gazzetta uff. 12 marzo 1946 n. 60) «norme per l’elezione dell’assemblea costituente » stabilì che non fossero elettori, oltre gli interdetti e inabilitati per infermità di mente, i falliti, i sottoposti a misure di sicurezza e a libertà vigilata, gli interdetti perpetui e temporanei dai pubblici ufficiali, gli ubriachi abituali, gli esercenti locali contemplati dall’art. VII T.U. Pubblica Sicurezza approvato da R.D. 18 giugno 1931 n. 773, le donne di cui all’art. 354 del Reg. esecutivo T.U. Pubblica Sicurezza (R.D. 6 maggio 1940) :
a) i condannati previsti dall’art. 2 del D.M. 24 ottobre 1944 (Gazz. uff. 20 gennaio 1945 n. 9);
b) i condannati previsti nel titolo 1 del D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159 nelle
sanzioni contro il fascismo;
c) i contemplati dalle pronuncie delle Commissioni provinciali di cui all’art. 2 del D.L.L. 26 aprile 1945 n. 145 e all’art. 8 del D.L.L. 27 luglio 1944 n. 159.
Gli esclusi del diritto di voto furono :
a) segretari o vicesegretari del P.N.F.;
b) i membri del Gran consiglio;
c) componenti del direttorio nazionale o del Consiglio nazionale del P.N.F.;
d) ispettori o ispettrici nazionali delle organizzazioni femminili del P.N.F.;
e) segretari o vicesegretari federali, fiduciarie o vicefiduciarie delle federazioni femminili del P.N.F.;
f) ispettori o ispettrici federali eccettuati coloro che esercitano funzioni esclusivamente amministrative;
g) segretari politici o segretarie del fascio femminile di comuni con popolazione superiore ai diecimila abitanti (censimento 1936);
h) coloro che ricoprirono qualsiasi carica nel P.N.F. Rep.;
i) consiglieri nazionali;
l) deputati che dopo il 3 gennaio 1925 violarono leggi fondamentali intese a mantenere in vigore il regime fascista; senatori dichiarati decaduti;
m) ministri e sottosegretari di Stato nei governi fascisti in carica o nominati dal 6 gennaio 1925;
n) membri del tribunale speciale per la difesa dello Stato o dei Tribunali speciali della repubblica sociale italiana;
o) prefetti o questori nominati per titoli fascisti;
p) moschettieri del Duce, ufficiali della M.V.S.N. in S.P.E. (eccettuati gli addetti ai servizi religiosi, sanitari, assistenziali o appartenenti alle legioni libiche, alle milizie forestale, stradale e portuaria);
q) ufficiali della R.S.I., ufficiali della guardia repubblicana, componenti delle brigate nere, delle legioni autonome, dei reparti speciali di polizia politica della R.S.l. (eccettuati i dichiarati non passibili dell’art. 7 del D.L.L. n. 159 in data 27 luglio 1944 e che prima del 10 aprile 1940 assunsero deciso atteggiamento antifascista).

Privazione del diritto di voto di coloro che hanno ricoperto cariche fasciste (1)

D.L.L. 10 marzo 1946 n.- 74 (Supp. Gazzetta Uff. 12 marzo 1946 n. 60).
« In merito alla privazione del diritto di voto di coloro che hanno ricoperto cariche fasciste contemplate dagli art. 5 e 6 del D.L.L. IO marzo 1946 n. 74 (Norme per l’elezione dei Deputati all’Assemblea Costituente) è da rilevarsi che tali disposizioni escludono dal diritto di voto migliaia di persone, delle quali la grande maggioranza (successivamente ampiamente discriminate) erano nominate o «comandate» a coprire tali cariche per fama di rettitudine goduta o sovente esercitarono il loro mandato per influire nel senso della moderazione ».


(1) Da Italia Nuova, 8 giugno 1946.

martedì 16 maggio 2017

Autonomia siciliana, i monarchici: “Si prenda esempio da Umberto II di Savoia”

“Nel settantunesimo anniversario dello Statuto della Regione Siciliana è utile ricordare l’esempio di grande lungimiranza politica di S.M. Re Umberto II che concesse lo Statuto dopo aver ascoltato il territorio riunito in un consiglio generale composto da partiti e sindacati”.
Lo sostiene Michele Pivetti Gagliardi, presidente regionale dell’Unione monarchica italiana.
“Il primo dei federalisti – afferma – che partiva dai territori per dare soluzioni. Oggi la politica sembra lontana anni luce così impegnata com’è a dibattere su leggi elettorali e alleanze. Manca la visione d’insieme che invece Re Umberto II ebbe prima di tutti. Egli aveva a cuore la ricostruzione d’Italia. La politica di oggi non sembra. Si prenda dunque esempio dal Re di maggio che pose sopra ogni cosa il bene del suo popolo. Oggi la regione Siciliana è ad un bivio: o ripartire o affondare ed il tutto è nelle mani di pochi uomini ai quali il buon senso non dovrebbe fare difetto”.
“Politici siciliani – conclude l’esponente monarchico – il 5 novembre si avvicina, sedetevi e parlate fino allo sfinimento ma uscite compatti e coesi perché la Sicilia Re Umberto la volle forte ed indipendente, voi la state riducendo debole e ancor più isolata. Noi monarchici non lasceremo che il sogno umbertino muoia, siamo pronti a prendere in mano il destino della Sicilia ed a rovesciarne le sorti che sembrano cupe e senza speranza”.


lunedì 15 maggio 2017

Nostalgia di Re Umberto II in una sera d’inverno

di Emilio Del Bel Belluz  

La storia dell’ultimo Re d’Italia  di cui  il 18 marzo 1983 si ricorda l’anniversario della sua morte, racchiude tante piccole storie che molti non conoscono e aiutano a comprendere la statura di questo sovrano. 
Quella che più mi ha commosso l’ho trovata pubblicata su un giornale che ricordava il Re alla sua morte. Questa storia racconta la grande nostalgia del sovrano esule in Portogallo per la sua amata patria. 
La nostalgia è una delle emozioni più difficili da comprendere se non la si prova sulla propria pelle. La nostalgia ci fa pensare alle cose che in qualche modo ci hanno dato dei momenti  di serenità che sono passati. 

Nella vita tutto passa ma il ricordo dei tempi felici rimane dentro a noi come un eco. Nella memoria umana si depositano delle storie, dei ricordi a cui si può accedere in un secondo momento e riviverle come se fossero successe in questo istante. Il Re era una persona allegra e romantica legata al bello come ci è stato raccontato da alcuni scrittori e poeti. 
Nel quotidiano – il Tempo di Roma – del 20 marzo 1983 a pochi giorni dalla sua morte, ho trovato un racconto di un momento toccante della sua vita. Il ricordo scritto da  Mario La Rosa merita d’essere riportato nella sua interezza per la sua bellezza e per l’emozione che ci lascia. 
“ Nostalgia dell’esule una sera d’inverno” “ Un ricordo per la morte di Umberto: il ricordo di una sera d’inverno del 1950. Eravamo in un ristorante di Roma, nei paraggi di Via Veneto. Giunti a ora inoltrata, con la persona che ci accompagnava, trovammo posto a un tavolo di fortuna collocato ai margini del salone da pranzo a ridosso della parete – tra mezzo dietro cui erano i telefoni  l’atmosfera, gaia e composta insieme, dell’affollato ritrovo, quella sera era ancora di più allietata dalla presenza di un chitarrista famoso, il maestro Delpelo. 
Il vocio sommesso si spegnava allorché il cantante accennava con un pizzico sulle corde della chitarra, uno dei noti e gradevoli motivi del suo repertorio. Venne il turno della romanza più celebre, “ Casetta de Trastevere”. Il silenzio divenne a quel punto assoluto, e anche i camerieri si fermarono. Il cantante dimostrava quella volta uno speciale impegno, era rosso e visibilmente emozionato. Le parole della bella canzone dicevano di una casetta antica del centro di Roma condannata alla demolizione, attorno agli anni Trenta, per fare posto a una grande strada (che si sarebbe chiamata via dell’Impero) ; casetta che, per prudenza, l’autore collocò in altra zona a Trastevere, appunto. 
Ma qualche zelante gerarca avvertì ugualmente l’allusione polemica contro gli eccessi degli sventramenti dei rioni cittadini per la creazione delle nuove opere del regime, e così la canzone scomparve. Tornò in auge, esplose, dopo la caduta del Fascismo. 
La cantavano nei teatri, nei locali pubblici, nei ristornati, e i ragazzi la fischiettavano in istrada. Il motivo è orecchiabile e i versi deliziosi. Ma perché, quella sera, al ristorante romano, il cantante metteva tanto particolare impegno nel suo appassionato canto, e perché si era avvicinato al nostro tavolo dove erano i telefoni? Il mistero fu subito svelato, fu sussurrato da persona a persona, da tavolo a tavolo. 
Qualcuno tra i presenti aveva infatti chiamato un certo numero del lontano Portogallo, Cascais, per far giungere colà, sul filo del telefono, un ricordo con le note e le parole della patetica canzone romana. 
Un applauso di comprensione e di simpatia si levò allora fitto, caldo, unanime, interminabile, pur esso di saluto al non dimenticato esule perché lo udisse”.  Questo semplice grande racconto rispecchia quanto fosse grande l’amore del Re Umberto per la sua patria lontana. La malinconia di quella sera forse si è trasformata in un sorriso. 
Le persone presenti avrebbero potuto esclamare il suo nome per non farlo sentire così solo. Se fossi stato presente in quella sala, in quella sera in cui la nostalgia dell’esule era così grande, avrei urlato il nome del Re perché i presenti lo amavano.  
Coloro, che lontani dalla loro terra erano vinti dalla nostalgia, telefonavano a casa proprio nel momento in cui sapevano che le campane del loro paese avrebbero suonato a festa. Si dice che la gente con il passare del tempo dimentichi  gli ideali che nutriva in passato.  Sono pochi ai quali  è data la forza di professare la fede monarchica per sempre. 
Il mio amato professore di storia del diritto italiano, il grande professore Fulvio Crosara, se lo chiedeva spesso. Si domandava perché si fossero dimenticati del loro sovrano, come spesso accade tra la gente comune dimenticare l’aiuto avuto di qualche animo buono.   
Anche la vita dei Re assomigliava a quella delle persone comuni. Re Umberto II, nel suo esilio di Cascais, sapeva che questo poteva accadere. Ogni uomo ha il dovere di saper scrivere la sua storia. Re Umberto per passare il tempo e per dimenticare le tristezze sapeva che non c’era di meglio che dare la sua massima attenzione ai libri. Un libro non tradisce mai quelli che vogliono imparare e allargare le proprie conoscenze. 
Nel suo studio foderato di libri passava il suo tempo più bello. 
Con il cuore vicino a quei tanti italiani che lo amavano e che si erano accorti che l’Italia senza il suo Re era sicuramente più povera e più sola. Illumina il tuo giorno.

domenica 14 maggio 2017

Quei "castelli sovrani" della provincia Granda raccontati all'Unitre

I castelli che furono in possesso di casa Savoia, in Provincia di Cuneo, saranno il tema trattato da Elena Garello per il ciclo lezioni Unitre lunedì 15 maggio, alle 15,30, al Cinema Monviso.

Sono oltre duecento i castelli della Provincia di Cuneo, alcuni ridotti a rovina, altri restaurati ed adibiti ad abitazione od a musei di se stessi. Circa sessanta sono quelli legati ai Savoia: l’elenco alfabetico inizia con Acceglio e termina con Villanova Solaro.

In occasione della conferenza, verranno presi in esame il Castello di Racconigi, quello di Govone e, per finire, quello di Valcasotto, particolarmente amato dalla relatrice. Il primo nasce come castrum romano, poi trasformato in una fortezza a difesa del Marchesato di Saluzzo ed ampliato dagli Acaja e dagli eredi Savoia-Carignano. Gli architetti Guarini, Borra e Melano donano progressivamente alla costruzione l’aspetto odierno.

Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, Vittorio Emanuele III ed Umberto II amano risiedere a Racconigi per la villeggiatura. La loro presenza è testimoniata dal succedersi delle mode e dei gusti decorativi degli ambienti interni. Anche il parco subisce un rinnovamento evolvendosi da giardino barocco a luogo ameno “all’inglese”.

Analoga sorte tocca al Castello di Govone: le trasformazioni da castello medievale a residenza barocca e poi ottocentesca furono operate dai Conti Solaro (famoso è il soggiorno, avvenuto nel 1730, di Jean-Jacques Rousseau postosi al servizio del conte Ottavio) e poi dal Re Carlo Felice. Il parco all’inglese è arricchito da un roseto.

Dopo il 1834, Carlo Alberto acquisisce la proprietà dell’antica Certosa di Valcasotto. Vittorio Emanuele II le assegnerà una destinazione venatoria facendovi risiedere i suoi cinque figli. Tra queste mura, la primogenita quindicenne Maria Clotilde scrisse a Cavour la famosa lettera che affidava alla sorte il suo matrimonio con il principe Bonaparte.


L’epoca partigiana ha visto qui alcune tra le presenze più significative. Queste “maisons de plasir” sono oggi comprese nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Cani, cicogne e… asinelli allietano i visitatori con la loro presenza discreta.

mercoledì 10 maggio 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

POLITICA DELL'AGRICOLTURA

C) Occorre rivedere e migliorare la attuale legislazione relativa alla riforma agraria, e tutta la politica agraria. Circa i problemi economici e sociali nel settore dell'agricoltura, deve anzitutto premettersi che esso non è inficiato, come quelli industriale e finanziario, del fenomeno capitalistico, se non forse in poche e individuali singole eccezioni, e che esso è stato vittima di una manovra politico-capitalistica, intesa a scaricare sull'agricoltura la pressione demagogica nella  speranza di rallentarla negli altri settori, manovra nella quale governo e maggioranza quadripartita     sono corresponsabili. Nella agricoltura italiana i principI della proprietà  e dell’iniziativa privata privata sono – a differenza di quanto accade in altri settori - ancora sostanzialmente sani, sebbene anche in questo settore siano aperti, e talvolta urgenti, i problemi di gararantire l'adempimento della funzione sociale della proprietà, di ripartirla secondo le esigenze sociali e produttivistiche ove essa non abbia risposto e non risponda a quell'adempimento, di elevare il tenore di vita - spesso bassissimo - delle classi lavoratrici, di assicurar loro maggiori possibilità di lavoro e più dirette misure previdenziali insieme con il problema della difesa del reddito agricolo dal doppio giuoco dei monopoli industriali e delle indiscriminate e inopportune importazioni. I più urgenti problemi sociali ed economici dell'agricoltura italiana possono così indicarsi:

PROBLEMI AGRICOLI URGENTI

a) Necessità di uno legge generale di riforma agraria basata sul criterio della produttività ed in armonia col principio fondamentale della subordinazione del bene privato del singolo proprietario all’interesse superiore e collettivo dell’agricoltura Nazionale.
Da ciò l'inaccettabilità da parte nostra dei principi informatori della legge stralcio, in base ai quali gli enti di riforma hanno proceduto agli espropri , entro i rispettivi territori, non secondo criteri tecnico produttivistici bensì secondo un rigido limite di imponibile fiscale sopra il quale noti si può ben possedere e sotto il quale si può invece anche mal possedere.
Si ritiene che gli enti di riforma, così come oggi tecnicamente e giuridicamente congegnati, costituiscano un complesso di organismi eccessivamente costosi, in proporzione alle superfici da esse servite, e troppo vistosamente soggetti ad illecite interferenze politiche.

La natura e le funzioni degli attuali ispettorati agrari provinciali, ridotti oggi a semplici uffici di statistica economica o di pura sperimentazione o di arida promozione di concorsi qualitativi, fanno ritenere però che gli enti di riforma, una volta riportati nell’alveo giuridico della normale amministrazione statale, ed utilizzati secondo i nuovi principi di una riforma generale, possa-no trovare la propria giustificazione ed il proprio utile impiego sotto forma di Centri Tecnici Provinciali o meglio intercomunali, ponendo al servizio di un intero territorio l'opera del proprio personale specializzato o la ingente disponibilità del proprio macchinario agricolo.
Lo Stato avrà il diritto ed il dovere di procedere all'esproprio, previo equo risarcimento, senza alcun riguardo all'estensione della superficie posseduta, quando il proprietario, al quale siano state preventivamente offerte tutte le opportune provvidenze di miglioramento fondiario e di credito agrario, abbia dato dimostrazione di non volerne usufruire.
E' altresì di urgente soluzione il problema della «polverizzazione» della proprietà agricola, altrettanto perniciosa agli interessi della produzione Nazionale di quanto lo sia la grande proprietà tecnicamente arretrata e priva di capitale liquido di riserva; appare pertanto indispensabile una apposita legislazione che stabilisca il limite minimo tecnicamente razionale della proprietà agricola, sotto al quale nessuna entità economica rurale possa determinarsi tanto per frazionamento ereditario quanto per atto di compra-vendita.

    b) Necessità di porre fine all'incertezza del diritto nel campo dei contratti agrari mercé una legge la quale - secondo indiscutibili principi generali di diritto - faccia salva la volontà delle parti circa i termini e il contenuto del contratto, rivaluti l'istituto della mezzadria classica, tipica e felice elaborazione della agricoltura italiana, e quanto agli altri contratti ne definisca i tipí    economico giuridici salvando la necessaria libera circolabilità delle famiglie contadine sulla terra, così per fondamentali ragioni morali e giuridiche come per profondi motivi sociali ed economici.


c) Necessità di innovare completamente la legislazione previdenziale abolendo gli attuali contributi unificati, che si sono rivelati un esoso espediente fiscale più che non un efficiente strumento previdenziale. sostituendoli con un sistema di previdenza personale e diretta per le effettive prestazioni di lavoro compiute, come quello che vige per i lavoratori degli altri settori economici; e salvo sempre il dovere dello Stato di provvedere direttamente e congruamente alle previdenze per vecchiaia e disoccupazione che, nel settore agricolo più che in altri, sono -da considerarsi una conseguenza dell'attuale ordine sociale il cui carico ricade. direttamente sullo Stato. Al problema della disoccupazione agricola -  là dove essa si rivela fenomeno endemico - lo Stato può e deve provvedere, in concomitanza con la auspicata legge di riforma agraria generale nuova. per criteri ispiratori e per strumenti esecutivi, con operazioni di migrazione interna le quali attraggano i lavoratori e le loro famiglie, senza violarne la libertà di residenza, per fondati motivi economici e sociali.

Ricordi, di Gianluigi Chiaserotti