NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

Le novità in rete dai Blog monarchici

domenica 28 agosto 2016

MA NEL DOLORE PURE IL CONFORTO E’ ORMAI LAICO

Renato Farina
Domenica 28 agosto 2016
Nei campi dei terremotati c'è la tenda degli psicologi, sono loro quelli ufficialmente abilitati a dare conforto. Ed è una buona cosa, bisogna pur dare ristoro anche a quel che è invisibile, la psiche, che ha subito traumi perché anche quella non è stata costruita secondo criteri antisismici, o forse non ce n'è. Per cui nei campi di accoglienza è stata montata la struttura leggera dove si cucina e si mangia, quella dove si dorme, c'è la tenda della Croce rossa in cui si cura il corpo e poi ecco quella che ospita chi dà sostegno alle menti spezzate dal dolore e dalla paura. Sono così salvaguardati tutti i bisogni essenziali. Manca qualcosa?
Ecco. Non c'è una chiesetta, magari di cotone, di plastica, di moplen, dove un prete consoli e dia i sacramenti, nella discrezione necessaria. Quella non è prevista nell'emergenza. Ed è perfetto, secondo i criteri del nostro tempo, dove la guerra di religione è molto di moda ma l'unica religione ammessa per curare le anime è quella che ha per fondatori Freud e Jung. Gesù non ha mai avuto una pietra dove posare il capo, del resto - sono informato - è invisibile, e si palesa nel volto dei poveri. Però gli uomini non vivono senza segni. E la presenza o assenza di segni tangibili dice che cosa conta e che cosa no. Oggi non siamo ancorati a nulla: al massimo alle pillole degli psichiatri. Basta così?
Non mancano i sacerdoti. Girano impolverati e instancabili due vescovi locali, Pompili e D'Ercole. I curati e i frati corrono anche dove qualcuno maledice Dio e i Santi. Ma una casetta di tela, di cellophane, dove stia il Santissimo, non c'è.
Questa emarginazione è cominciata nel 1976, al tempo del sisma in Friuli. I preti antichi, solidi come rocce e leggeri come cime alpine, erano tutti un «ora et labora». Capivano bene che per rinascere il popolo deve ritrovarsi intorno a simboli vivi, in cui si trova la sorgente di una vita che ricomincia. La chiesa, le campane, il monumento rimesso su a Garibaldi. Ma prevalse l'ideologia dei preti dei «cristiani per il socialismo», da teologia della liberazione, secondo cui prima bisogna rimettere su le fabbriche, poi le scuole, quindi le case, e per le chiese si vedrà.
Oggi forse si metterebbe al primo posto la sala giochi, meglio distrarsi, non è vero? Oppure, più pensosamente, si offre il rimedio di un percorso di psicoterapia. Anche se non risulta che sia mai nata una civiltà nuova o si sia ricostruito un mondo pieno di pace intorno al lettino di uno strizzacervelli (per informazioni, citofonare Woody Allen).
In fondo, questo ritorno al massaggio della psiche ricorda la soluzione gaudente che, contro le angosce della morte, propose la principessa Cristina di Belgiojoso nel 1849, durante la Repubblica Romana. La nobildonna rivoluzionaria ingaggiò negli ospedali un corpo di infermiere specialissime: brigate di prostitute sostituirono le suore di San Vincenzo per confortare i moribondi. Non funzionò.
Bisogna essere realisti. La domanda sul perché del dolore innocente resta, l'enigma si abbatte su di noi ogni volta, e la diceria immortale su Dio è l'unica cosa interessante. Abbiamo bisogno, chierichetti ad honorem o gente alla Peppone allergica ai pater-ave-gloria, un don Camillo che parli da una chiesa dotata di crocifisso. Il grande Giovannino Guareschi mise in pagina, dinanzi al disastro dell'alluvione che tanti morti e sfollati provocò intorno al grande fiume, il Po, questo discorso di don Camillo. «La porta della chiesa era spalancata e si vedeva la piazza con le case annegate e il cielo grigio e minaccioso. Fratelli - disse don Camillo - le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse ritorneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole. E, se alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete persa la fede in Dio... Don Camillo parlò a lungo nella chiesa devastata e deserta e intanto la gente, immobile sull'argine, guardava il campanile...».
Siamo stanchi di tutto questo male. Le parole non bastano, nemmeno quelle dei preti. Ma quel Cristo silenzioso, l'Elevazione, le campane qualcosa forse dicono. O no?

Nel segno dei Savoia


Mostra che celebra il legame tra la Dinastia Sabauda e la città piemontese. In esposizione oggetti, dipinti e documenti provenienti dal Castello di Racconigi, dal Museo della Sindone, dall'Archivio di Stato di Torino, dal Museo Diocesano di Alba, dai Musei Adriani, dall'Archivio storico della Città di Cherasco, dal Consorzio Irriguo Canale Sarmassa e da alcuni collezionisti privati. Possibilità di visite guidate ogni domenica alle ore 16, info e prenotazioni al numero 011.5211788


da sabato 3 a domenica 16 ottobre 2016 

mar.-dom. ore 10-12/14-19  ingresso libero

Palazzo Salmatorisvia Vittorio Emanuele 29Cherasco 0172.427050



venerdì 26 agosto 2016

ARTISTI E LETTERATI ED IL LORO RAPPORTO CON L’ IDENTITA’ NAZIONALE



La nascita e il consolidamento dell’identità nazionale di un popolo possono durare secoli e deve essere favorita da un’unità statale o meglio, com’è accaduto in Europa e particolarmente in Francia da una monarchia e nonostante ciò non sempre mette radici profonde, per cui dopo secoli possono esserci fenomeni di rigetto, come vediamo oggi in Catalogna, in Scozia e nelle Fiandre. Ora, in Italia, prima  della proclamazione del Regno, il 17   marzo  1861, non è possibile trovare un’identità nazionale se non in poeti, letterati e scienziati, cominciando da Dante, che, facendo incontrare nel Purgatorio i due mantovani, Virgilio e Sbordello, prorompono nell’invettiva sulla “Serva Italia”, e sulle divisioni cittadine “vieni a veder Montecchi e Cappelletti”, e sempre all’Alighieri si deve la descrizione dei confini orientali dell’Italia, “ sì come a Pola, presso della Carnaro, che Italia chiude e suoi termini bagna”. Poco  dopo segue l’altro massimo poeta, il Petrarca che sferza “I Signori d’Italia” e indirizza una canzone, che è un’invocazione all’Italia, ”…latin sangue gentile.” e speranza “…che l’antico valore- negli italici col non è ancor morto…”, e dopo anche l’Ariosto, nello “Orlando Furioso”, trova modo di incitare gli italiani, ”…dormi Italia imbriaca”, fattasi “ancella”. Niccolò  Machiavelli, auspica “…che Dio le mandi qualcuno (all’Italia), che la redima, un capo che provveda la pratica di armi proprie, con la virtù italica…”, per poi giungere a Leopardi, che invoca sì l’Italia, ”O Patria mia, vedo le mura e gli archi…ma la gloria non vedo…” e depreca che italiani abbiano combattuto fuori d’Italia, riferendosi alle campagne  militari napoleoniche, entrando in  contrasto  con Foscolo, che proprio nelle truppe del Regno  Italico, aveva visto rinascere l’antico spirito combattivo e dato prova d’indubbio valore.

Questo filo italico che collega, attraverso cinque secoli di storia e di vita, non si limita a questi grandi poeti e pensatori, ma ne coinvolge numerosi altri, che forse è ingiusto definire minori, provenienti da  ogni  parte dell’Italia, che pure denunciano e deprecano le risse, le divisioni, le rivalità interne, che portarono alle invasioni straniere e al loro successivo governo in tante nostre regioni, auspicando invece l’indipendenza dallo straniero, l’unificazione della penisola, dedicando all’Italia poesie, canzoni, lettere e appelli. Il tutto come scrive il grande critico Francesco Flora, nella sua “ Storia  della  letteratura  italiana”: “Soltanto nella lingua e nella poesia e nelle arti della luce e della pietra…i figli dell’Italia riconobbero…una patria comune”.

Sono nomi, probabilmente oggi dimenticato, e dalla scuola e dalla società, che vanno dalla Sassoferrato, “…piangi Italia, giardino del mondo…”, a Pietro  Brembo, letterato e Cardinale, a Baldassarre  Castiglioni, che descriveva la miseria dell’ Italia, con toni gravi e mesti, al Guicciardini, con la sua “Storia d’ Italia”, a Gabriello  Chiarerà, forse il maggior poeta del XVII secolo, alla Filicaia, “…deh (Italia), fossi tu men bella, o almeno più forte…”, a un Tassoni, che non scrive solo “La secchia rapita”, che è anch’essa una critica, sia pure scherzosa” alle rivalità provinciali, ma anche le “filippiche”, contro gli spagnoli, denunciando “…veramente quegli (italiani) infelici, che hanno l’animo tanto servile, che godono o almeno non  curano d’ essere dominati da stranieri, (per cui) non sono degni del nome d’italiani…”, ed è interessante notare che alcuni di questi autori non piemontesi, si rivolgano a Casa  Savoia, particolarmente a Carlo  Emanuele  I, figlio del grande Emanuele  Filiberto. Come il ferrarese Fulvio  Testi che lo definisce “ Carlo, quel generoso invitto core, da cui spera soccorso Italia oppressa”, e a Vittorio  Amedeo  II, come Eustachio  Manfredi, bolognese, che per la nascita del suo primo figlio scrive “Italia, Italia, il tuo soccorso è nato…” e come Felice  Zappi, di Imola, che dedica un’ ode “Al serenissimo principe Eugenio” dove è questo bellissimo verso “. Dovunque vai Tu, va la vittoria.”.

Questi poeti e pensatori hanno dei valori comuni, compreso quello dell’eredità di Roma, che in molti di essi non è solo rimpianto ma sprone per risollevare l’Italia dalle divisioni e dalla servitù e così bastarono pochi uomini, di secolo in secolo, a serbare la memoria della libertà e della dignità italiana e a mantenere viva la fiamma dell’ identità nazionale, che, con il sorgere del XIX secolo, l’ ascesa e il declino dell’ astro napoleonico, il sia pur breve Regno  Italico, purtroppo limitato all’ Italia settentrionale, il tentativo sfortunato di Gioacchino  Murata, con il suo “Proclama di Rimini”, acquista luce e calore dando  inizio a quello che sarà poi definito Risorgimento. Sia pure limitata quindi a una ristretta cerchia d’intellettuali, ai quali si aggiungono gli scienziati, con i loro congressi nella prima metà dell’ Ottocento, tenuti nelle capitali dei vari stati preunitari, tanto  che alcuni governi di questi stati, quasi si pentirono di aver dato  spazio ai congressi stessi, questa identità si rafforza, anche  se vi è un abisso con la maggioranza della popolazione, specie delle campagne, e per il predominante analfabetismo, e per una diffusa identità limitata solo al proprio comune e alla propria provincia, rara se non inesistente invece l’identità regionale, eccetto la Sicilia, ed anche qui con profonde divisioni, eredità di guelfi e ghibellini, e con la differenza tra Nord e Sud d’ Italia, separati e impediti a conoscersi e comprendersi, dall’ illogica e negativa presenza dello stato  pontificio che ha diviso per un millennio l’ Italia.

  La ripresa e l’ espandersi di questa fiamma nazionale , vede  nuovamente in prima linea letterata , poeti , pensatori , ed anche pittori e musicisti , e abbiamo così Vittorio  Alfieri , con il “Risigallo” e “Italia, Italia, egli gridava a dissueti orecchi , ai pigri cuori , agli animi giacenti : Italia , Italia – rispondeano le urne d’ Arquà e Ravenna”, e particolarmente Cesare  Balbo , con le sue “Speranze d’Italia” , e Vincenzo  Gioberti con il famoso “Primato morale e civile degli italiani” e con il successivo “Rinnovamento civile d’Italia”, che dettero una base storica e dottrinale alla richiesta di riscatto, e poi Luigi  Settembrini con la denuncia “Protesta del popolo delle Due Sicilie”, Giuseppe  Mazzini con i “ Doveri dell’uomo”, e Antonio  Rosmini , con “Delle cinque piaghe della Santa  Chiesa”, Silvio  Pellico con “Le mie prigioni” , il racconto della sua prigionia allo Spielberg , e poi Alessandro  Manzoni , sia con “Le prolessi sposi” , sciacquati nell’Arno e con “Marzo  1821” , ricordando l’ Italia “una d’ arme , di lingua , d’altare ,di memorie , di sangue e di cor.” e ancora Ippolito  Nievo , garibaldino, mancato a soli trent’anni, con le “Confessioni di un italiano” e i già ricordati Giacomo  Leopardi e Ugo  Foscolo di cui non possiamo dimenticare l’altissima poesia dei “Sepolcri” , dove parlando della Chiesa di Santa  Croce , a Firenze :”…beata che in un tempio accolte,- serbi le itale glorie, uniche forse- da che….l’alterna onnipotenza delle umane sorti – armi e sostanze t’invadeano e are – e patria e ,tranne la memoria, tutto.- Che ove speme di gloria agli animosi intelletti rifulga e all’(tali,-quindi trarremo gli auspici.”  .A questi maggiori via  via si uniscono tante altre voci , che diventano un vero  e  proprio coro , e così si raggiunge altri strati della popolazione culturalmente più avanzati e si approfondiscono i motivi autenticamente italiani della riscossa nazionale, e quindi dell’ identità nazionale.

Il milanese Giovanni  Berchet (1783- 1851) ,tra i fondatori de “Il conciliatore”, prende  spunto dalla rievocazione del giuramento di Pontida, per incitare alla riscossa, un altro milanese ,Giovanni  Torti ( 1774-1851), scrive un inno, dedicato alle cinque giornate del 1848, l’ abruzzese Gabriele  Roseti ( 1783-1854), canta “L’ amor  di  Patria”, Angelo  Profferito ,( 1802-1866), piemontesi, ed anche uomo  politico, scrive un inno :”Viva il Re, dalle Alpi al mar –il Baiardo di Savoia – Re  Vittorio l’ha giurato – che giammai non spergiurò”. Da Napoli , Alessandro  Poerio, ( 1802-1848 ) va a combattere e morire nel 1848 ,nella difesa di Venezia, e prima aveva scritto “Il Risorgimento” con “O patria ,fiorente , possente , d’un solo linguaggio”, mentre il toscano Giuseppe  Giusti ( 1809-1850), risponde al poeta francese Lamarine , con “La terra dei morti”, e, un giovanissimo poeta genovese , Goffredo  Mameli ,( 1827-1849), caduto nella difesa di Roma contro i francesi, , scrive un primo “ Inno di guerra”, con “Viva l’ Italia , era in sette spartita , le sue membra divulse”, e un secondo ben più famoso , anche  se vi è qualche dubbio sulla sua paternità, “Fratelli d’Italia” , musicato da Michele  Novaro. All’inno di Mameli , si aggiunge un “Inno popolare di guerra” di Giovani Battista Niccolini ,( 1782-1861), toscano, più noto come drammaturgo ,con i versi “Giuste leggi e non cieca licenza- libertà de a  un tempo e potenza,- non servile ma forte unità “, e il marchigiano ,Luigi  Mercatini ( 1821-1872), con i versi “l’ardente destriero , Vittorio spronò, a dir viva l’Italia, va il Re in Campidoglio” e la “Canzone italiana”, meglio conosciuta come “Inno di Garibaldi” , musicato da Alessio   Olivieri, che ha un tono quasi religioso “Si scoprono le tombe , si levano i morti , i martiri nostri son tutti risorti”. Sempre tra i poeti , anche  se più noto per altre opere, fra le quali il grande “Dizionario della lingua  italiana” , il dalmata , Niccolò  Tommaso ( 1802-1974), scrive una poesia “All’ Italia”, nel 1834, incitando alla rinascita, e un trentino , Giovanni  Prati, (1814 – 1884) , fedelissimo alla Casa Sabauda, ricordando i giovani universitari di Curtatone ,scrive “Viva la bella Italia! – orniamo di fior la testa ;-o vincitori o martiri ,- bello è per lei cader.”: A tale proposito è  bene rilevare che fino al 1849 i canti o gli inni non si rivolgevano solo a Casa  Savoia , perché vi erano anche autori di fede mazziniana, ma, fin da allora si deve notare una tendenza da parte di questi patrioti non monarchici di voler discriminare coloro che la pensavano diversamente, come nel caso di Prati , che per aver scritto un inno a Carlo  Alberto si vide voltare  le  spalle dai repubblicani che lo additarono con avversione crescente per la sua intimità con la corte sabauda.

Oltre   alla poesia una parte non trascurabile , forse anche più diffusa , d’incitazioni patriottiche è dovuta a opere  teatrali e ai romanzi  storici , perché , anche  se riferentisi a eventi e personaggi del passato , gli autori , tutti patrioti , trovavano  il modo di inserirvi elementi che facessero  pensare a eventi contemporanei o facendone i protagonisti , campioni d’ italianità , e di questo il caso più tipico e conosciuto è “Ettore  Fiera mosca” del piemontese Massimo  Tatarelli    d’Azeglio ,(1798-1866 ) rievocante la disfida di Barletta, tra cavalieri italiani e francesi , fra i quali si annida il rinnegato Gaon che osava dire : “Ho in tasca gli italiani , l’ Italia e chi le vuol bene; servo chi mi paga , io .Non sapete …che per noi soldati dov’ è pane è la patria”. Anche nella “Margherita  Pusterla” del lombardo Cesare  Cantù,( 1804-1895) grandeggia il motivo del Risorgimento sotto lo schermo di una storia lontana , e nella “ Battaglia di Benevento” , del toscano Francesco  Domenico  Guerrazzo ( 1804 -1873 ),l’inizio del romanzo è un inno all’ Italia., “L’ Italia , che sedeva , regina del mondo.”.

E così si giunge , il 17  marzo  1861 , a conclusione di quello che un moderno studioso , Domenico  Fisichella , ha definito “Il miracolo del Risorgimento” , alla proclamazione di Vittorio  Emanuele  II a Re d’Italia , e Cavour , nel suo genio multiforme , vogliono onorare anche artisti e letterati , per cui chiede e quasi impone a Giuseppe  Verdi, il grande , massimo musicista italiano , il cui nome preceduto da “Viva” , aveva anche significato “Viva V (istorio) E (Manuele) R (e) DI(tali) , a presentarsi candidato per il primo parlamento del Regno , e pure fa  appello all’altro grande Alessandro  Manzoni. Dunque hanno vinto anche i poeti , i letterati e altri artisti ,ma ora bisogna consolidare l’opera ed anche i pittori prima e poi gli scultori devono ricordare le vicende del Risorgimento e i suoi protagonisti , per allargare ulteriormente le conoscenze delle stesse e favorire l’identità nazionale.

Aveva iniziato il veneto Francesco  Hayek, ( 1791- 1882) con i suoi grandi quadri storici e il famoso “Bacio” , poi un suo scolaro Domenico  Induno ( 1815-1878 ) e il fratello Gerolamo ( 1827-1890 ), con i soggetti militari, di cui ricorderemo “La battaglia di Magenta” , “La battaglia della Cernaia” , “La partenza da Quarto”, “Garibaldi al Volturno” , ( tutte esposte al Museo del Risorgimento di Milano) , “Garibaldi in divisa di generale dell’esercito Sardo” e il “Racconto del garibaldino”.  I grandi quadri storici al Palazzo  Madama, in Roma, sede del Senato, e a Siena, nel palazzo  comunale, tra i quali “La consegna dei risultati del plebiscito di Roma a Vittorio  Emanuele  II”, sono opera del senese Cesare  Maccari, (1840-1919) e sempre riguardanti il ciclo di affreschi di Siena, vi sono due lavori di un altro toscano, Amos  Assioli, (1832 -1891) un raffigurante “La battaglia di Palestro”, l’altro “La battaglia di San  Martino” e infine, il grossetano, Pietro  Aldi, (1852-1888), dipinge “L’armistizio di Vignale” . ”Garibaldi a Digione”, (esposto al Museo del Risorgimento di Milano), è del milanese Sebastiano   De Alberti, (1828 -1897), garibaldino, che dipinge pure “La carica dei Cavalleggeri di Monferrato a Montebello”, mentre sempre a Siena vi è il famoso “ Incontro di Teano”, opera di Carlo  Ade mollo, (1823 – 1911), fiorentino, autore anche della “Battaglia di San  Martino, (esposto al Museo del Risorgimento di Firenze), e della “Breccia di  Porta  Pia”, mentre Clemente  Oriago, (1855-1921), romano, dipinge la carica della cavalleria alla Bicocca del 1849, e Gustavo  Dorè, (1832 – 1883) al quale dobbiamo le meravigliose tavole della “Divina  Commedia”, disegna gli episodi principali dell’ impresa garibaldina del 1860, e Carlo  Alberto a Novara è ricordato da Gaetano  Previsti, (1852 -1920), ferrarese, che dipinge anche il popolano milanese, Amatore Scesa, condotto, nel 1851, alla fucilazione dagli austriaci, mentre pronuncia la celebre frase “item innanza”. Vengono poi i “macchiaioli” toscani e fra questi Telemaco  Signorini, (1835 -1901), con il quadro degli “Zuavi francesi e artiglieri italiani”, (esposto al Museo del Risorgimento di Firenze), e il loro maggiore esponente, Giovanni  Fattori, (1825-1909), che ai paesaggi Maremma rappresentazione dei nostri soldati in due momenti particolari, uno felice “ Il campo  di  battaglia italiano dopo (la vittoriosa battaglia di) Magenta”, l’altro relativo alla sfortunata “ Battaglia di Custoza”, (esposti entrambi alla Galleria  d’arte  moderna di Firenze). Tutti dipinti che se al momento furono visti da una ristretta cerchia di persone , sarebbero poi divenuti le illustrazioni di libri  di  scuola e di storia e quindi conosciute da una più vasta platea , che così riviveva tanti principali episodi del Risorgimento , e a questi pittori , dobbiamo doverosamente aggiungere Achille  Beltrame , che sul settimanale “La Domenica del Corriere” , in edicola dall’ 8  gennaio  1899 ,disegnava delle bellissime tavole a  colori , sui principali avvenimenti della settimana accaduti in Italia e nel Mondo, compresi quelli riguardanti i nostri Reali, che , data la tiratura del giornale che già dopo pochi anni aveva raggiunto le 600.000 copie , per superiore poi il milione .Arrivava in tante famiglie , anche di modeste condizioni economiche.

Dal punto  di  vista non solo artistico , ma dell’ identità nazionale , fu senza dubbio la scultura, divenuta civile e patriottica , maggiormente atta a serbare le memorie , con le statue e i monumenti , particolarmente di Vittorio  Emanuele  II e di Giuseppe  Garibaldi , e di altri artefici del Risorgimento, a coinvolgere anche la massa della popolazione , essendo per  lo  più situate nelle piazze  principali di quasi tutte le città e nei Municipi. . Pensiamo al ticinese, Vincenzo  Vela, (1820 – 1891), ai torinesi Carlo  Barocchetti, (1805 – 1867), con la statua   equestre di Emanuele  Filiberto, nella piazza  San  Carlo, e Davide  Calandra (1856 – 1915), con altra statua  equestre di Amedeo di Savoia, e il marchigiano, Ercole  Rosa, (1846-1898), cui si deve il monumento  equestre di Vittorio  Emanuele  II a Milano, nella piazza  del  Duomo, e sempre dedicati al Re, sono i monumenti a Venezia di Ettore  Ferrari, e a Palermo di Benedetto  Civitella, mentre a Enrico  Chia radia, (1851- 1901), friulano, spetta la grande statua  equestre del grande Re, nel “Vittoriano”, mirabile sintesi di architettura e scultura, Infatti quest’opera monumentale, progettata dall’architetto bresciano Giuseppe  Sacconi, (1854- 1905), vincitore di un concorso nazionale indetto per erigere a Roma un monumento celebrativo della raggiunta Unità e del primo Re d’Italia, inaugurata dal nipote, il Re Vittorio  Emanuele  III, nel 1911, in  occasione del cinquantenario del Regno, presenti i Sindaci di tutta Italia, e i rappresentanti di tutti i Reggimenti del Regio Esercito, che riempivano l’intera Piazza  Venezia, rappresenta il maggiore contributo che l’architettura abbia dato all’affermazione dell’identità nazionale, per cui è anche chiamato “Altare  della  Patria”. Ritornando alla scultura ricordiamo che al senese Giovanni  Dure, ( 1817 – 1882 ) si deve uno dei pochi monumenti del conte di Cavour, e ai fiorentini , Cesare  Zocchi,(1851 -1922) ed Emilio  Gallori ( 1846 -1924 ), si devono rispettivamente , il grande monumento a Dante , inaugurato nel 1896 , nell’ ancora asburgica Trento , a riaffermare l’italianità del trentino , e la statua  equestre di Garibaldi sul Gianicolo , entrambe opere di notevolissimo valore artistico , sia scultorio sia architettonico, per terminare con il bresciano Angelo  Zanelli ,(1879 -193.), vincitore del concorso per il grande fregio decorativo dell’ Altare  della  Patria , e per la statua della Dea Roma , che sovrasta il sacello del Milite  Ignoto.

Il ruolo dei letterati , dei poeti e degli scrittori non cessa , ma anzi si fa più costante e metodico per rafforzare i valori dell’ unità e indipendenza raggiunti , e il campione di questa azione è il toscano Giosuè  Carducci ,( 1835- 1907) , che con le sue poesie riguardanti storia e glorie passate , eventi , regioni , personaggi , avvicina tra loro le genti italiche, ne rafforza la coscienza nazionale , come pure con i suoi superbi discorsi celebrativi e commemorativi , tra i quali quello pronunciato il 7  gennaio  1897 a Reggio  Emilia , per il centenario del tricolore , dove celebra il Natale della Patria , ed esalta “la bella , la pura , la santa bandiera dei tre colori “ , quasi come un sacerdote della religione della patria, che, il suo erede , nella cattedra  universitaria , il romagnolo Giovanni  Pascoli ,( 1855- 19012) , avrebbe continuato a officiare nei suoi discorsi , in occasione  del cinquantenario della proclamazione del Regno, parlando all’Università di Bologna il 9  gennaio  1911, che chiamò “anno  santo” della Patria e, poi il successivo 9  novembre all’Accademia  Navale di Livorno e infine il ventisei dello stesso mese , a Barga ,“La grande proletaria si è mossa.”, in  occasione  della guerra di Libia . Carducci con “Piemonte” , celebra la regione e lo stato sabaudo che dette  inizio alla prima  guerra  d’indipendenza , e Carlo  Alberto, “ Re per tant’anni bestemmiato e pianto , che via passasti con la spada in pugno…” , con “Cadore”, celebra i montanari che si opposero agli austriaci , e il loro comandante , “anima eroica, Pietro  Calvi” ,con il “Canto dell’amore” ricorda i perugini che si batterono per la libertà, e non ultima, anzi cronologicamente prima , con la canzone “Alla Croce di Savoia” , che è una mirabile sintesi risorgimentale della Toscana e di Firenze , con il Piemonte e la casa  Savoia, di cui ricorda la storia italiana , con la rievocazione dei grandi italiani dei secoli bui , canzone che non esaurisce il suo valore storico e poetico , nella strofa più conosciuta “ Dio ti salvi , o cara insegna, nostro amore e nostra gioia! Bianca  Croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re.”. Carducci capiva, infatti, che l’identità nazionale aveva  bisogno di un punto  di  riferimento che non fosse solo un uomo, sia pure in molti casi necessario, se non indispensabile, come Garibaldi, al quale pure dedicò discorsi e poesie, ma una dinastia, un istituto che continua nel tempo, quale la Monarchia, artefice dell’unità, di cui scrisse “. La Monarchia fu ed è un gran fatto storico e rimane per molta gente un’ idealità realizzata.” finendo che “il capo della famiglia di Savoia, rappresenta l’ Italia e lo Stato”, ed è così che si spiegano le sue liriche “Alla Regina  d’Italia”, del 20  novembre  1878, ”quali a noi secoli-si mite e bella ti tramandò.” e la successiva “Il liuto e la lira”, entrambe dedicate alla prima Regina  d’Italia, Margherita, “. Figlia e regina del sacro- rinnovato popolo italiano.”, nel quale parla dell’eterno  femminino regale, e che Margherita lo incarnasse, rafforzando l’identità nazionale, lo conferma dopo oltre un secolo, uno storico contemporaneo, Giuseppe  Glasso, che l’ha definita in un suo scritto: “Icona dell’Italia unita.”

E come Carducci a Bologna , dall’ Università di Napoli, contribuiva alla creazione di questa coscienza unitaria, l’irpino Francesco  De  Sanctis, ( 1817- 1883), patriota, carcerato dal governo borbonico e uomo   politico e ministro  della  Pubblica  Istruzione nel primo governo del Regno d’Italia, con Cavour, ed anche in successivi governi, con la sua “Storia  della  letteratura  Italiana”, da lui inserita nella storia della nostra civiltà, così  che dall’unità politica veniva a poco  a  poco nascendo un’ identità di cultura , opera sulla quale , poi, hanno studiato tante generazioni di studenti, e poi professori.

Su di un piano diverso , ma non meno importante , è la figura del ligure, Edmondo  De  Amicis , ( 1846 – 1908 ), militare, combattente nel 1866, viaggiatore, giornalista, scrittore, particolarmente con una sua opera “Cuore”, stampata per  la  prima  volta nel 1886, la cui immediata fortuna e diffusione, protrattasi nel tempo, ha favorevolmente influito sulla coscienza nazionale, superando pregiudizi regionalistici e classisti, sia con il suo testo base, ambientato in una scuola  elementare, vedono l’arrivo dell’allievo calabrese e la morte del “muratorino”, ma soprattutto e volutamente con i “racconti mensili”, dove De  Amici, sa trovare  il  modo di esaltare il comportamento di giovani di ogni parte dell’Italia, dal “Piccolo patriota padovano”, alla “Piccola vedetta lombarda”, al “Piccolo scrivano fiorentino”, al “Tamburino sardo”, al “Sangue romagnolo”, a “L’infermiere di Tata”, al “Valore  civile”, al giovane viaggiatore “dagli Appennini alle Ande”, e infine al “Naufragio” . Ed effettivamente la scuola dette pure un importantissimo contributo all’identità nazionale con i suoi maestri e maestre, come la maestra descritta da Guareschi e, così pure l’esercito , sia con l’istruzione civile , militare ed anche tecnica , e agricola, sia con le prime campagne nell’ Africa  Orientale , sia pure sfortunate e tragiche , dai cinquecento morti di Dogali , con il colonnello De  Cistofori , e poi Macalle con Galliano , l’Amba Alaggi con Toselli e infine Adua , con ben due generali caduti sul campo ,Giuseppe  Marimondi e Vittorio  Da Bormida, dove , ovunque risaltò il valore dei soldati italiani, quasi tutti contadini delle regioni  italiane , per cui , Giovanni  Pascoli, ad esempio , dedicò una sua poesia , inserita nella raccolta “ Odi e Inni”, “Alle Batterie  Siciliane”, comandate dal capitano Masotta , medaglia d ‘oro al valor  militare, per l’eroico comportamento tenuto ad Adua, dove aveva difeso con i suoi soldati siciliani , i cannoni fino alla fine.

Perciò nel 1911 poteva dirsi abbastanza diffuso il concetto d’identità nazionale, collegato alla diminuzione sensibile dell’analfabetismo e al generale progresso economico e sociale, e sia le grandi celebrazioni del cinquantenario , sia la contemporanea conquista della Libia ne furono  autorevoli testimonianze , anche  se le nuove  generazioni di letterati operanti nelle numerose riviste sorte nel primo decennio del novecento erano abbastanza critiche nei  confronti  dell’Italia , chiamata “Italiota”, per la quale auspicava più alti destini e, la stessa monarchia , così “borghese”, con il nuovo Re, non sembrava loro abbastanza autorevole e rappresentativa . Se leggiamo ad esempio Trilussa (Carlo  Alberto  Salustri – 1871-1950)), nelle sue poesie romanesche più  volte , in forma indiretta , critica la “democraticità” di un ipotetico R., molto simile a Vittorio  Emanuele. Letterati che poi , però , si riscattarono nel maggio  del  1915 , partecipando alla guerra , che avevano chiesto , pagando un doloroso e sanguinoso prezzo ! Ben diverso invece l’atteggiamento costruttivo , nei loro scritti , dei grandi storici da Benedetto  Croce ( 1866-1952), a Gioacchino  Volpe ,( 1876-1971 ), entrambi abruzzesi, a Pietro  Silva,( 1887-1954 ),parmense , e a Niccolò  Podolico ,(1873 -1969),di Trapani , sui cui testi hanno studiato generazioni di studenti liceali , fin quasi agli anni ’50 del secolo scorso , nel valutare positivamente l’esperienza unitaria , specie se commisurata ai punti  di  partenza in tutti i settori . Un discorso a parte va dedicato a Gabriele  d’Annunzio ,(1863- 1938 ), perché se aveva salutato l’avvento al trono di Vittorio  Emanuele III ,”…miri Tu lontano ?Giovane , che assunto dalla morte –fosti Re nel mare.”, negli anni successivi , anche lui era tra i meno entusiasti del governo del ‘Italia, quella “…Italia , Italia – sacra alla nuova Aurora – con l’aratro e la prora !”, per cui si riavvicinò solo con la guerra di Libia , per la quale scrisse le “Canzoni delle gesta d’oltremare” , pubblicate integralmente ,a tutta pagina, dal “Corriere  della  Sera” , salvo una, dove aveva chiamato Francesco  Giuseppe ,”…l’angelicato impiccatore,-l’angelo dalla forca sempiterna” , per poi essere tra i maggiori fautori del nostro intervento in guerra nel 1915 e dedicare al Re ,un’ altra poesia , dove lo vede in panni bigi , vicino ai suoi soldati. A  fronte   di questa opera per l’identità nazionale , rifacentesi al Risorgimento , ai suoi artefici , tipica la riunione in stampe e dipinti di Cavour, Mazzini ,Garibaldi e Vittorio  Emanuele  II , vi era una costante propaganda repubblicana , spesso con toni abbastanza volgari e virulenti , tipico il giornale “L’ Asino”, di Pedrocca ,sia proveniente dai repubblicani storici ,che ritenevano la monarchia traditrice degli ideali risorgimentali in tema d’irredentismo , arrivando a dire nel 1915 “ O guerra o repubblica !” , sia dai socialisti , che erano per principio contro spese e campagne  militari , che ritenevano dovute alla monarchia , di cui non vedevano o non volevano vedere l’azione di elevazione e pacificazione sociale e il grande esempio d, il senso  del  dovere del Re e della sobrietà di vita e di costume dato della famiglia  reale , concentrando questa loro opposizione proprio sulla Casa  Savoia . “ I Savoia” detto con tono di disprezzo ,oppure “maledetti Savoia” , dinastia di cui ignoravano la storia e che , invece , con suoi esponenti , come il Conte di Torino , che aveva respinto sul terreno le ingiurie di un principe francese nei  confronti  dei soldati italiani che avevano combattuto ad Adua ,e il Duca degli Abruzzi, scalatore delle più importanti vette dall’ America , all’Africa e all’Asia, imprese che in tutto il mondo erano state seguite con interesse e ammirazione , non ultima quella di raggiungere il Polo  Nord , che non fu raggiunto , ma per l’epoca fu la spedizione che vi era giunta più vicino., avevano innalzato il nome e il prestigio dell’Italia e degli italiani , specie quelli che erano emigrati all’estero, tranne i gruppi anarchici cui aveva dovuto la progettazione e l’esecuzione dell’ assassinio del Re Umberto.

E questo senso dell’ identità nazionale , diffuso , ma ancora parziale , ci consentì di affrontare la guerra, e di condurla per quasi quarantadue mesi, dal  24  maggio  del  1915  al  4  novembre  1918 , e durante questi lunghi mesi, crebbe , sia pure a un carissimo prezzo , sì che alla sua conclusione vittoriosa , poteva si dire che la guerra stessa , “Fu lo strumento , grazie alla quale si rafforzò l’identità nazionale, la diretta conoscenza del RE , che moltissimi soldati avevano conosciuto, fino allora , solo sulle monete e sui francobolli, e si sviluppò il senso di una comune appartenenza allo Stato  unitario, costruito attraverso tanti sacrifici e tante lotte”, come ha scritto Francesco  Perfetti , perché fu la prima grande, difficile ed anche dolorosa esperienza collettiva di tutti gli italiani , e di questa identità fu , due anni dopo , testimonianza la moltitudine degli italiani che si assiepò lungo tutti i binari ad attendere e onorare il passaggio del treno che da Aquileia trasportava a Roma , dove era ad attenderla il Re, la salma del Milite  Ignoto , per essere deposta all’ Altare  della  Patria , all’ ombra della statua del grande Re, Vittorio   Emanuele  II, simbolo, ancor oggi, della nostra identità nazionale .

Domenico Giglio 

lunedì 22 agosto 2016

Articolo di Giuseppe Galasso sul saggio di Salvatorelli

Riportiamo, come al solito, l'articolo per la buona informazione dei nostri amici. Non perché ne condividiamo i contenuti.

di Giuseppe Galasso

Savoia, l’adesione al fascismo non cancella i meriti della dinastia


Esce una nuova edizione del saggio «Casa Savoia nella storia d’Italia» in cui Luigi Salvatorelli demolisce ogni aspetto della  Casa Reale. Un giudizio forse eccessivo.

Il destino dei Savoia tra gli storici ha finito con l’essere infelice quanto il loro destino politico, deciso dal referendum che nel 1946 instaurò in Italia la Repubblica. Non è accaduto spesso che una casa reale, perduto il trono, abbia conservato un aplomb e una dignità regale, quali che ne fossero le prospettive di un ritorno in auge. L’esilio di Umberto II fu dignitoso, in Portogallo, dove cento anni prima si era già ritirato il nonno di suo nonno, Carlo Alberto. Per i figli di Umberto — dalle vicende amorose di Beatrice a quelle di vario genere e di assai dubbia qualità dell’erede Vittorio Emanuele, per non parlare del figlio di quest’ultimo, Emanuele Filiberto, con la sua notorietà televisiva — non è stato così.

Tutto ciò non toglie che la Casa di Savoia resti in Europa una delle famiglie reali, in trono o non più in trono, di più antica ascendenza storica. Per l’Italia, in particolare, essa ha rappresentato per 6 o 7 secoli un protagonista fra gli altri della storia del Paese. In ultimo, dal 1848 in poi e fino al 1946, con l’unificazione e con la loro promozione a re d’Italia, i Savoia divennero addirittura un punto nodale della storia nazionale. Il che indusse buona parte degli storici italiani a costruire un profilo della storia nazionale radicalmente inficiato da un doppio errore di prospettiva.

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domenica 21 agosto 2016

No alla riforma degli strafalcioni e degli inganni!

L'occasione buona per dire come la pensiamo circa il referendum sulla riforma costituzionale. Ci torneremo su.


Nella biografia  del più grande romanziere della lingua italiana dell’800, Alessandro Manzoni, si legge che lo scrittore fosse profondamente insoddisfatto della sua opera dal punto di vista linguistico. Decise perciò di trasferirsi per un certo periodo a Firenze, ove intrattenne rapporti con i migliori linguisti dell’epoca, per tradurre il suo romanzo, ricco di espressioni milanesi, in fiorentino, da cui la famosa frase “risciacquare i panni in Arno”, di modo che fosse scritto in una lingua più vicina a quella parlata e potesse essere compreso da un pubblico il più vasto possibile senza distinzione di ceto e di livello di istruzione.
Nel 1947 l’Assemblea costituente, dopo aver approvato il testo della Costituzione repubblicana, affidò ad un gruppo di esperti letterati il compito di purificarne il testo dagli errori sintattici, dai termini burocratici e dalla verbosità novecentesca, in modo da avere una Carta fondamentale dei diritti e dei doveri chiara e comprensibile a tutti, senza bisogno di interpretazioni di tecnici del cavillo.
Queste due importanti lezioni sembrano essere sfuggite al terzetto responsabile della stesura della cosiddetta riforma costituzionale che tra qualche mese sarà sottoposta a referendum confermativo.
Ogni cittadino sano di mente ha il diritto-dovere di "schierarsi" sulle regole fondamentali della repubblica e dare una lezione di senso civico e di coraggio a quei conigli che siedono nei sacri palazzi che, pur di salvare lo scranno, i privilegi, e le prebende, hanno votato una pessima riforma.
Il trio dei toscani (ma guarda un po’ che scherzo della sorte!) Renzi, Boschi, Verdini, che avrebbe dovuto possedere per dono di natura la capacità di esprimersi in italiano corretto è inciampato in errori sintattici che vengono irrimediabilmente marcati con la matita blu e in ragionamenti contorti da leguleio di provincia.
Possibile? Purtroppo con l’aggravante che deputati e senatori, molti dei quali vantano, almeno sulla base dei loro curriculum, titoli accademici di tutto rispetto, hanno svolto un ruolo subalterno e servile, tradendo lo spirito della Costituzione della repubblica parlamentare senza il minimo sussulto di dignità.
Se affermo che la riforma è scritta male, non intendo limitarmi ad un raffronto con quella elaborata 70 anni fa dai padri costituenti, ma sottolineare che è scritta proprio male come non farebbe nemmeno un alunno di scuola media.
C'è un refuso, inammissibile per un giornalino parrocchiale ma che sancito nella Carta costituzionale fa accapponare la pelle. Leggere per credere, addirittura nel primo articolo dedicato al Senato! Roba forte da rimanerne sbigottiti:
“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea”.
Gli scrivani fiorentini, meglio dire gli scribacchini, con il loro linguaggio sciatto, sintomo di un malessere inconsapevole, hanno scritto per due volte nello stesso comma ben 14 parole di fila, a distanza di due righe: esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica.
Un altro esempio di contorsionismo verbale, intellettuale e politico? Basta confrontare il vecchio testo dell’art. 70 sulla potestà legislativa di 9 parole (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”) con quello, redatto con la stessa puntigliosità di un regolamento condominiale, imposto dal governo ad un parlamento di imbelli che lo ha approvato quattro volte.
Il nuovo art. 70 è di ben 440 parole e mi scuso in anticipo con il lettore se gli infliggo la pena di leggerlo perché si convinca che così com’è la riforma va buttata al macero, scrivendo NO sulla scheda del referendum. Viceversa se onestamente dichiara di afferrarne il senso e valutarne per intero le aberranti conseguenze applicative della variegata casistica di formazione delle leggi, senza servirsi della traduzione di un esperto in arzigogoli e pandette mi converto al SI.
Questo il testo dell’art. 70 sottoposto ora alla conferma popolare:
«Art. 70. – La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli:
57, sesto comma; 80, secondo periodo; 114, terzo comma; 116, terzo comma; 117, quinto e nono comma; 119, sesto comma; 120, secondo comma; 122, primo comma; e 132, secondo comma.
Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione.
Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
I Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati».
I presidenti delle Camere che qui vengono chiamati ad un ruolo taumaturgico non hanno nulla da dire per aver soppresso con ogni tipo di forzatura ed abuso di tagliole, di ghigliottine e di canguri  la voce dell’opposizione ed avallato un simile obbrobrio? E’ gravissimo che a un Parlamento eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale sia stato concesso di sconvolgere il patto che sorregge da 70 anni la vita politica e sociale del nostro paese per di più non su sua iniziativa, come vorrebbe il buon senso quando si tratta di scrivere le regole, ma su diktat del primo ministro. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola.
Il governo ha ripetuto all’infinito che il Paese è arretrato, impantanato, senza crescita, con i parametri economici negativi ed il debito pubblico galoppante (al 30 giugno record di 2.248 miliardi di euro con un + 70 miliardi rispetto al mese precedente) perché il sistema è fondato sul bicameralismo. Mai inganno più colossale è stato ordito contro la credulità popolare. Il partito democratico, da Renzi in giù attraverso la Boschi, Serracchiani, Verini, Zanda, Rosato, Finocchiaro ecc. senza temere il ridicolo, è arrivato a promettere per bocca dell’ineffabile ministra Mariaele che con il nuovo articolo 70 si aumenterà il PIL e si potrà sconfiggere il terrorismo. La Boschi non solo dimostra di aver perso la consapevolezza dei problemi che ha di fronte ma addossando ad una questione di tecnica parlamentare i guai del paese e del mondo offende l’intelligenza di un popolo intero.
Non se ne può più di sentire ripetere la cantilena che distorce e falsifica la realtà, del “cambiamo la costituzione perché l'Italia ha bisogno di decisioni rapide e non è tollerabile avere due Camere legislative che fanno le stesse cose mentre il parlamento dovrebbe legiferare più velocemente” come se fosse una fabbrica di bulloni la cui produttività si misura in base ai pezzi prodotti. Non dicono che i provvedimenti presi più velocemente sono stati anche i peggiori: il decreto Fornero fu convertito in quindici giorni lasciando sul lastrico centinaia di migliaia di persone; le norme ad personam di Berlusconi furono approvate come fulmini a ciel sereno, salvo poi vederseli bocciare dalla Corte Costituzionale; il Porcellum fu promulgato in due mesi, ecc.
I nuovi costituenti da strapazzo hanno scambiato la quantità con la qualità. A loro non importa che le leggi siano ben fatte, quello che interessa è che si facciano secondo i voleri del boss, come è accaduto per la legge elettorale. Dicevano che l'italicum era la migliore legge elettorale possibile perché avrebbe permesso di conoscere il vincitore delle elezioni appena fatto lo spoglio.
Renzi ha ripetuto infinite volte che il telegiornale a spoglio ultimato deve annunciare al popolo chi ha vinto, come se fosse un’olimpiade, disorientando il popolo per concentrarne l’attenzione solo sulla sera delle elezioni, più che sull’arte del buon governo, sul suo progetto culturale,  di welfare, di riduzione della forbice di povertà, di crescita. Ora però si sono accorti, con in testa  il peggiore presidente della repubblica, e perciò rieletto, che con quella legge potrebbe vincere il M5S ed allora non va più bene. Bisogna cambiarla perché il sistema è diventato tripolare. Non deve vincere il migliore, ma solo quello che fa comodo.
Ma la legge elettorale non fu approvata con il voto di fiducia? Ed allora il governo e i parlamentari ne traggano le conclusioni: se la legge non va più bene il primo si dimetta e gli altri abbiano la decenza di tacere.
Le riforme devono valere nel tempo e non rispondere all'esigenza politica del momento di questo o quel partito, debbono migliorare la qualità della vita dei cittadini, allargare a loro favore il campo dei diritti, alleviare la povertà, ridurre le enormi differenze socio economiche. Se non sono ispirate a questi obiettivi si tratta di truffa e di propaganda di regime.
Andando al sodo il vero intento del premier e della sua musa ispiratrice è chiaramente quello di un premierato assoluto che abbia in pugno non solo l’esecutivo ma anche il potere legislativo con una Camera fatta per il 70% di deputati nominati, scelti tra i fedelissimi e con il Senato ridotto a un terzo dei componenti (da 315 a 100) nominati dai consigli regionali, specie di dopolavoro, seppur dotato di orpelli e immunità e che riduca a un ruolo subalterno gli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm.
L’eccessivo ampliamento dei poteri del Presidente del Consiglio che è anche segretario del PD, è il risultato della combinazione di questa riforma costituzionale con la nuova legge elettorale che assegna un abnorme premio di maggioranza al primo partito (fosse anche portatore di solo il 25% dei consensi al primo turno).
In nessun paese democratico il primo ministro oserebbe imporre il cambiamento in un sol colpo di ben 49 articoli della costituzione, anziché attuarne sul serio i principi tutt’ora negati a milioni di italiani e compensare con le buone pratiche politiche gli eventuali difetti del sistema. Ad esempio chi ha mai sentito Renzi, la Boschi o i loro coristi, parlare  dell’attuazione dell’art. 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.?
C’è da provare un senso di pena per la modestia intellettuale di chi adduce come motivo principale della riforma la riduzione dei costi della politica. Lo si fa per impressionare a buon mercato un’opinione pubblica disorientata dalla crisi, scadendo in un populismo sguaiato e mendace, dimenticando gli sprechi quotidiani, il voluto fallimento della spending review, per non toccare gli interessi consolidati delle banche, delle assicurazioni, delle multinazionali del gioco, del petrolio, del tabacco, la Confindustria, i sindacati gialli ecc.
Cerchiamo dunque di riassumere il decalogo delle bugie ingannatrici della buona fede popolare per sventare lo stravolgimento della nostra Repubblica:
La riforma supera il bicameralismo? NO, anzi lo rende più confuso come ampiamente dimostrato dal nuovo art. 70.
La riforma cancella il Senato? NO, lo trasforma in un dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali ai quali viene tolta la potestà di dare la fiducia al Governo, ma viene regalata l’immunità.
La riforma è chiara e scritta bene? NO, contiene errori, è confusa, pasticciata e di difficile comprensione oltreché fonte di contenzioso tra le Camere.
La riforma garantisce la governabilità e la democrazia? NO, scompare l’equilibrio tra poteri dello Stato, si riduce l’area dei diritti del cittadino che non elegge più il proprio parlamentare.
La riforma è fatta a norma di legge? NO, è illegittima perché elaborata e imposta dal governo e approvata con ricatti e voti di fiducia da un parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale.
La riforma rispetta la volontà popolare? NO, la espropria riducendone il potere di partecipazione diretta (le firme necessarie per leggi di iniziativa popolare passano da 50.000 a 150.000).
La riforma taglia i costi della politica di mezzo miliardo di euro come dice il premier, imitato pappagallescamente dai suoi gazzettieri? NO, il risparmio sugli stipendi dalla riduzione dei senatori, secondo i calcoli della Corte dei Conti è di soli 46 milioni di euro quanti se ne spendono ogni anno per il leasing del super aereo del Presidente del Consiglio e sei volte di meno di quanto il Governo ha sprecato rifiutando l’accorpamento del referendum anti trivelle con le elezioni comunali.
La riforma contribuisce all’aumento del Pil? NO, perché solo il lavoro, la produzione, gli investimenti pubblici e i consumi possono spingere in alto il Pil che non è una variabile indipendente della politica.
La riforma accelera l’attività della pubblica amministrazione? NO, perché non ha nessuna ricaduta sulla macchina amministrativa. Vinte le elezioni europee Renzi aveva promesso che entro il 21 settembre 2014 avrebbe estinto il debito dello Stato nei confronti dei fornitori di beni e servizi ammontante a 90 miliardi. Ad oggi, dopo due anni, il debito dello Stato verso i privati è ancora di 61 miliardi mentre il ritardo nei pagamenti è sceso appena del 9% passando da 144 a 131 giorni (la media UE è di 45 giorni, in Gran Bretagna di 30 e in Germania addirittura di 15).
La bocciatura della riforma significa lo sconquasso? NO, bisogna rigettare lo spauracchio del TINA (there is no alternative) e sapere sin d’ora che se con l’autunno e l’inverno arriveranno ulteriori sacrifici sarà solo per le cambiali in bianco delle clausole di salvaguardia per 15 miliardi di euro che Renzi ha firmato con l’Europa.
Se i parlamentari non hanno saputo mantenere la schiena dritta di fronte all’arroganza del premier, lo faranno col referendum i cittadini che non temono rappresaglie e che hanno preso coscienza dei loro diritti.
Sarà possibile modificare la Carta, ma occorrerà da una parte l’umiltà di ascoltare i consigli dei “gufi” e dei “professoroni” per produrre un testo migliore di quello dei padri costituenti e dall’altra la lungimiranza di lasciare ai figli una società più giusta, più equa, più sana.


Torquato Cardilli

sabato 20 agosto 2016

CAPI DELLO STATO O CAPI DI UN PARTITO?

Domenico  Giglio

Barak Obama è stato eletto Presidente  degli  Stati  Uniti quale candidato del Partito  Democratico, ed è logico che speri che anche il prossimo presidente provenga dal suo partito, ma è in  ogni  caso rappresentante di tutti i cittadini statunitensi siano essi democratici o repubblicani o di qualsiasi altra ideologia o che non ne abbiano nessuna. E, infatti, dopo ogni elezione il candidato vincente dichiara che vuole essere il presidente di “tutti”, specie perché in tutte queste elezioni le maggioranze sono sempre minime e in questi stati, non solo gli USA, ma anche la Francia e molto recentemente l’Austria, l’elettorato appare diviso a metà, specie dopo campagne  elettorali sempre  più costose, come negli USA, e sempre  più violente e volgari nel linguaggio e nei metodi. 

Ora nel recente Convention del partito  democratico che ha visto la nomina a candidato ufficiale del partito della signora Hillary  Rhodam, maritata Clinton, il presidente Obama non si è limitato a inviare un messaggio di saluto, ma ha prima mandato come oratrice e sostenitrice di Hillary, la propria consorte, che non ha nessuna carica, ma solo il merito di essere la moglie del presidente, e poi è pesantemente intervenuto personalmente a  favore  della candidata senza che questo intervento di parte, cioè “partigiano”, suscitasse sdegno o scandalo. 
A questo punto mi sembra necessario e opportuno un riscontro: sono veramente capi e rappresentanti di tutti i cittadini questi eletti? Anche nel caso che invece   di repubblica  presidenziale si tratti di repubblica dove l’elezione  avvenga  indirettamente  con  il  voto  dei  deputati  o  altri  delegati   non  è  sempre   eletto   l’esponente  di  un  partito  o  di  uno  schieramento  politico  più  o  meno  ampio, che  non  dimentica  né  la  sua  origine  né  chi  l’ha  proposto  e  sorretto?
E  tutto  questo  in  entrambi  casi  porta  poi   a  nomine   negli  organismi  statali  da  parte  degli  eletti  non  certo  per  meriti  obiettivi, ma  di  parte, e  dove, specie  negli  USA  importanti  incarichi, ad  esempio, di  ambasciatori  sono  assegnati  come  compenso  per  l’appoggio  dato  al  candidato, risultato  vincente, quando  invece  sarebbe necessario  personale  appositamente istruito  e competente, com’è  stato, ad  esempio, senza  falsi  orgogli  nell’ultracentenaria  storia  d’Italia. 

Ben  diversa, infatti,  è  la  figura, il ruolo  e  il  significato  degli  ultimi, purtroppo  non  numerosi  Sovrani, che  invece  rappresentano  l’unità  del  popolo  e  dello  stato, nella  sua  storia  e  nelle  sue  tradizioni, e  che  esercitano  questo  ruolo  “super  parte”, in virtù  del  principio  ereditario  che  fa  dire  “è  morto  il  Re, o  la  Regina, viva  il  Re  o  la  Regina”, perché  se  negli  USA  l’eventuale  successo  della  signora  Clinton, significherebbe,  essere  la  stessa  prima  donna, dal  1789  e  dopo  quarantaquattro  presidenti, ad  assurgere  al  ruolo  presidenziale,  nelle  monarchie  le  donne  “regine”, esistono  da  migliaia  di  anni  dal mitico Didone, alla storica Zenobia  parlare  di  Elisabetta I  e  di Elisabetta  II, che  nel  suo  lungo  regno  ha  visto  l’alternarsi  di  decine  di  primi  ministri  conservatori  e  laburisti!
Quando  abbiamo  scritto  “purtroppo”, al numero  ridotto  di  monarchie  oggi  esistenti, pensavamo  a  tutti  gli  stati  in  Europa  e  in  altre  parti  del  mondo, dove la  caduta  di  questa  istituzione  millenaria  non  ha  visto  seguire  nessun  miglioramento  nella  vita  dei  popoli, cominciando  dall’impero  russo  che  si  stava  aprendo  alle  istituzioni  parlamentari ed  è  stato  sostituito  sanguinosamente  dal  regime  comunista, ai  regni  balcanici, Jugoslavia, Bulgaria  e  Romania, che  nel  1945  subirono  la  stessa  sorte, e  ora  restituiti  alla  libertà, pur  rimanendo  repubbliche, hanno  accolto  con  tutti  gli  onori  gli  esponenti  delle  dinastie, regnanti  a  suo  tempo, restituendo  alle  stesse  i  beni  confiscati, e  onorando i   loro  rappresentanti, sia  vivi  sia  morto, e, caso  Bulgaria  e  Romania, rimettendo  la  corona  nello  stemma  statale, e  se  non  è  avvenuta  una  restaurazione, la  stessa  non è  escluso  possa  avvenire in  futuro, perché  in  questi  paesi  non  esiste  nella  loro  costituzione  l’articolo  139! 
Non  parliamo  poi  delle  monarchie  extra  europee, dalla  Libia  del  Senusso, cui  seguì  Gheddafi  e  l’attuale  caos, l’Egitto  di  Farouk, cui  seguì  la  dittatura  anserina  e  l’attuale  di Al  Sissi, l’Iran  che  dallo  Scià  passò  a  Khomeini, poi  Khamenei, all’Ira  dove  la  dinastia  fu  massacrata, per  poi  avere  la  Kassel, Saddam  Hussein  e  l’attuale  caos, come  infine  accaduto  nell’Yemen! Gli unici paesi, l’impero  ottomano, dove  il  regime  susseguito, la  repubblica  laica  turca  di  Kamal  Pascià, Attuar, avevano  costituito  un  indubbio  progresso  civile. Economico e  sociale,  dopo  la  morte  del  suo  fondatore, non  ha  certo  visto  altri  miglioramenti !
Considerazioni  tutte  che  non  trovano  spazio  nella   pubblicistica  e  nella  stampa attuale, mentre  invece  andrebbero  approfondite, perché  se  la  storia  è  maestra  di  vita, cancellarla  impediscono  la  vera  crescita  culturale  e  politica  dei  popoli, con  i  risultati  che  sono  sotto  gli  occhi  di  tutti.

mercoledì 17 agosto 2016

Il libro azzurro sul referendum - III cap - 1

Chiediamo scusa per la lentezza della pubblicazione ma i caratteri estremamente piccoli del libro originale e l'aspetto espressamente "tecnico" del libro richiedono notevoli tempi per la sua conversione in formato digitale.


Esame sulla interpretazione del D.L. 25 giugno 1944 n. 151

Il D.L. 25 giugno 1944 n. 151 suscita molte perplessità sulla sua stessa legittimità e notevoli difficoltà d'interpretazione in special modo per la sua intrinseca incongruenza.

Anzitutto esso si fonda sull'art. 18 della legge 19 gennaio 1939 n. 129 il quale si riferisce, per la validità e la decadenza dei DD.LL. alle disposizioni contenute nel secondo comma e segg- dell'art. 3 della Legge 31 gennaio 1926 n. 100 così modificate dalla legge 8 giugno 1939 n. 860 - ... “il D.L deve essere munito della clausola della presentazione alle assemblee legislative per la conversione in legge ed essere, a pena di decadenza, presentato, agli effetti della conversione stessa, ad una delle due assemblee legislative non oltre il termine di 60 giorni dopo la sua pubblicazione».

Decade se entro due anni dalla sua pubblicazione non sia stato convertito in legge.

La validità formale di ogni D.L. è condizionata così alla sua conversione in legge da parte delle assemblee legislative; ora come potrebbe mantenersi      questa condizione essenziale di validità quando lo stesso decreto stabilisce l'abrogazione delle assemblee legislative sostituite     dall’assemblea costituente,   previste per la sua approvazione, cioè abroga lo stesso suo fondamento di le    gittimità e per contro istituisce un nuovo consesso, la cui legittimità sarebbe proprio da ricercarsi nel D.L. che sarebbe stato privato dì ogni legittimità?

Pertanto logicamente è da ritenere che tale D.L. non abbia abrogato le Camere, quali erano previste dallo Statuto del Regno, e che ad esse debba essere presentato per esser convertito in legge, e quindi dopo la sua approvazione le camere stesse potranno stabilire i modi e, le procedure per la costituzione dell'assemblea costituente.

A parte che un tal vizio di legittimità, una volta che più non esistessero le assemblee legislative non potrebbe venire sanato, è ancora da considerare che secondo lo spirito dell'ordinamento italiano e la più autorevole dottrina il D.L. di cui trattasi non può essere posto in esecuzione prima della sua conversione in legge.
Infatti dato che il decreto si rifà alla legge del 1939,  la quale al suo art. 18 modificava il comma 2 dell’articolo 3 della L, 31 gennaio 1926 n. 100 vuol dire che esso si fonda sulla necessità urgente - presunta nell'ipotesi della guerra – fonte di produzione giuridica esplicitamente ammessa nel diritto italiano con tale legge ed ammessa pure in precedenza,  sia pure con vontrasti nella dottrina e anche su alcune riservedell’autorità giudiziaria. Ed appunto dalla decisione -ultima della Cassazione romana ala tema di DD.LL. in data 30 dicembre 1922, estensore Mortara, notevolisssima sentenza che accolse
autorevomente le conclusione      più ferme della dottrina in materia, ricaviamo questa definizione esattissima del DD.LL.: Provvedimenti che possiedono un'autorità di legge soggetta a condizione».

Per     quanto questa decisione della Cassazione romana ancora consideri la illegittimità formale del decreto legge che più non sussiste dopo la legge  del 31gennaio 1926 n. 100 tale definizione dei D.L. rimane ed ha valore assoluto poiché costituisce il fondamento della    predetta legge che accolse la necessità Urgente come fonte di produzione giuridica subordinando la validità del D.L. alla presentzione di esso in un certo tempo alle camere e alla sua conversione pure entro un certo tempo a pena di decadenza.

Secondo questi principii il decreto legge si legittima per la necessità urgente che costringe il governo a provvedere per evitare o limitare un grave   danno che altrimenti proverrebbe allo Stato. Quindi nei suoi elementi intrinseci ed obiettivi il D.L. deve fondarsi  sull’urgenza. Questi estremi non sembrano ricorrere nel D.L. in esame in quanto una delle conseguenze      e la più evidente di un provvedimento d'urgenza è quella di essere applicato senza alcuna dilazione. Poiché     altrimenti viene a mancare la stessa condizione dell’urgenza.
Benché questi estremi non ricorrano nel D.L. in esame può tuttavia ammettersi che la situazione politica imponesse l'urgenza di definire quale procedura si sarebbe seguita per la risoluzione della questione istituzionale e pertanto l'urgenza è da riconoscersi nella necessità di manifestare immediatamente i propositi del governo a questo riguardo. Ma se l'urgenza - come non può essere altrimenti - dato che il D.L. non aveva né poteva avere immediata applicazione era contenuta in questi     limiti essa non può per ovvii principi fondamentali di ogni ordinamento giuridico estendersi sino alla sua applicazione, la quale presuppone l’abrogazione  degli organi legislativi, il conferimento di tutti i poteri degli organi costituzionali dell’assemblea costituente, ossia la trasformazione radicale     in atto, un procedimento cioè nettamente rivoluzionario in quanto contrario all’ordinamento vigente non giustificato da alcuna ragione di imprescindibilità e necessità.

L’urgenza del D. L. in esame è da ravvisarsi pertanto limitata alla manifestazione della decisione del governo, e in questa caso ancora più della Corona di sanzionare una futura legge istitutiva di un’assemblea costituente la quale colle modalità che sarebbero in seguito emanate dal parlamento, avrebbe deciso la nuova costituzione dello Stato. Non può per l'aspetto giuridico, ammettersi   che il D.L. abbia voluto significare abrogazione totale dell'ordinamento in atto, come avverrebbe quando si ritenesse che il D.L. avesse abolito il parlamento previsto dallo statuto, e quindi conferito tutti i poteri che oggi spettano    al governo del Re e al parlamento, all’assemblea costituente.
Ogni norma eccezionale non può venire interpretata che     restrittivamente e un


D.L., norma eccezionale per eccellenza, non può avere efficacia se non nei limi precisi in cui sta la necessità urgente che l'ha determinato. Ora questa necessità era contenuta nella dichiarazione di consenso alla formazione dell'assemblea non già nella abrogazione dell'ordinamento costituzionale vigente.
Dal punto di Vista politico è da osservare che tale abrogazione, costituisce un atto di tale portata politica e storica che non può essere rimesso ad una delegazione di partiti, di cui per le circostanze in cui è venuta a trovarsi l’Italia nessuno conosce quale sia l'efficienza rappresentativa ma deve essere, secondo i più elementari ed evidenti postulati democratici, deciso dal popolo. E se si trattasse di modificare la costituzione vigente senza interferenze con la questione istituzionale sarebbe sufficiente eleggere la camera elettiva e convocare il parlamento, che potrebbe quindi decidere direttamente delle modifiche costituzionali o con quella procedura straordinaria che credesse d'istituire. Ma interferendo la questione istituzionale occorre rifarsi al fondamento stesso dell'istituzione monarchica italiana e cioè ai Plebisciti che estesero alle regioni annesse al Piemonte il reggimento monarchico, proprio del Regno di Sardegna, e poiché tutti costituiscono  il fondamento, storico e politico dell'istituto morrarchico in Italia solo un'espressa dichiarazione del popolo mediante votazione esplicita può legalmente porre in discussione il reggimento monarchico.

Concludendo se si deve seguire la via legale e non rivoluzionaria per cui le norme costituzionali più nulla contano e gli atti emanati hanno valore diverso da quello che non presentano obbiettivamente, si dovrà addivenire alle elezioni di una camera elettiva la quale dopo avere approvato o non il D.L. sulla costituente potrà legittimamente, dato che nell'ordinamento italiano non esiste distinzione fra legge costituzionale e comune, trasformarsi in assemblea costituente e assumerne le funzioni, che giuridicamente è, la stessa cosa o creare una nuova assemblea e, previa consultazione  istituzionale mediante referendum, procedere alla revisione e modificazione e sostituzione dello Statuto del Regno. In nessun caso potrebbe ritenersi legittima, l'istituzione d'una costituente in base ad un D.L. privo dello stesso presupposto della sua validità.

EMILIO CROSA

Professore di diritto costituzionale

Torino 31 Agosto 1945