NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 11 dicembre 2016

Un saggio "definitivo" svela i segreti dell'eccidio di Cefalonia


Elena Aga Rossi ricostruisce le vicende della Acqui depurandole dalla retorica "resistenziale"
Francesco Perfetti
Sabato 10 dicembre 2016
 
La notizia della firma dell'armistizio giunse a Cefalonia ai militari della Divisione di fanteria Acqui, comandati dal Generale Antonio Gandin, nel tardo pomeriggio dell'8 settembre 1943 grazie a una intercettazione della radio delle Nazioni Unite.

Fu accolta con sentimenti contrastanti che viravano dallo stupore al dispiacere per la resa e, quindi, per la sconfitta, fino alla gioia legata all'illusione che la guerra fosse finita. Dopo qualche giorno di indecisioni sull'atteggiamento da assumere, consegnare le armi ai tedeschi o rifiutarsi e resistere all'ultimatum dell'ex alleato, i militari della Acqui furono impegnati, a partire dal 15 settembre, in furiosi combattimenti che si conclusero con la vittoria tedesca. E, soprattutto, con l'eccidio della Divisione, una vendetta sanguinosa destinata a fissarsi nella memoria collettiva come uno degli episodi più tragici del Secondo conflitto mondiale. A Cefalonia e a Corfù, subito dopo la resa, vennero trucidati migliaia di ufficiali e soldati, il numero esatto è controverso, senza alcun processo e in aperta violazione di ogni norma di diritto nazionale o internazionale. Fu una strage pianificata e del tutto ingiustificata voluta da Hitler come vendetta per il «tradimento» italiano. L'enormità e la brutalità dell'eccidio, perpetrato al di fuori di ogni convenzione internazionale, furono riconosciute al processo di Norimberga dove il Generale Telford Taylor, pubblico accusatore, dichiarò: «Questa strage deliberata di ufficiali italiani che erano stati catturati o si erano arresi è una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli. Questi uomini indossavano regolare uniforme. Portavano le proprie armi apertamente e seguivano le regole e le usanze di guerra. Erano soldati regolari che avevano diritto a rispetto, a considerazione umana e a trattamento cavalleresco».

Elena Aga Rossi ha dedicato un volume dal titolo Cefalonia. La resistenza, l'eccidio, il mito (Il Mulino, pagg. 256, Euro 22) proprio alla ricostruzione delle vicende delle quali fu protagonista la Acqui, ma anche, e soprattutto, al tentativo di spiegare i motivi per i quali, attorno al sacrificio dei militari italiani, sia stata creata, attraverso aggiustamenti e falsificazioni, una «memoria divisa». È un volume documentato e importante, per molti versi definitivo, che resterà, per la ricchezza del materiale e la finezza e l'equilibrio dell'indagine, un punto fermo nella storiografia.

La «mitologizzazione» dei fatti di Cefalonia, come esempio paradigmatico di «uso pubblico della storia», cominciò presto quando, già nell'ultimo scorcio del 1945, Ferruccio Parri, prima, e Alcide De Gasperi poi, celebrarono l'episodio come prima manifestazione di «resistenza partigiana». Ciò avvenne perché, come osserva l'Aga Rossi, quell'episodio di resistenza ai tedeschi, nel particolare momento storico che si stava attraversando, poteva essere valorizzato dal punto di vista politico: «poteva servire a riscattare, sia per fini interni sia sul piano della legittimazione internazionale, l'immagine di un Paese allo sbando che, per il modo in cui era avvenuta la resa, era stata prevalente fino a quel momento». Così, da più parti, si cominciò ad avallare l'idea che la Divisione Acqui fosse assimilabile a una «formazione partigiana».

La ricostruzione in dettaglio dei fatti di Cefalonia sulla base di materiale documentario, oltre che memorialistico, ha consentito ad Aga Rossi di mettere in discussione, senza peraltro diminuire né il valore sacrificale dell'eccidio né la sua portata storica, la vulgata propria della letteratura e della pubblicistica della sinistra filo-resistenziale. In questa ottica, alla studiosa gli episodi di ribellione o sedizione e il «referendum» stesso fra i militari all'origine della decisione di combattere i tedeschi, non appaiono affatto come un «gesto di eroismo resistenziale» come, in seguito uno dei protagonisti, l'allora tenente Renzo Apollonio, avversario del Generale Gandin, avrebbe cercato di avallare per presentare quello che accadde a Cefalonia come una sorta di «atto primo» della rifondazione del Paese.

In realtà, tra i militari di stanza a Cefalonia e a Corfù, ve ne erano moltissimi che non pensavano affatto a una discontinuità storico-istituzionale, quasi un nuovo inizio, della storia italiana post-fascista, ma, fedeli al giuramento prestato al Re, guardavano alla Monarchia come alla istituzione che avrebbe dovuto guidare e gestire la ricostruzione del Paese. Peraltro tra le molle che spinsero i militari a non cedere le armi e a imbracciarle contro i tedeschi non vi erano tanto «motivazioni antifasciste», quanto piuttosto ragioni diverse e concorrenti quali il senso della dignità e dell'onore, la stanchezza della guerra, la frustrazione e il desiderio di tornare a casa. È sintomatica, in proposito, la testimonianza di un reduce riportata dall'autrice: «è ancora vivo in noi il senso del dovere e dell'obbedienza e solo per questo abbiamo imbracciato le armi contro i tedeschi, come d'altra parte le avremmo imbracciate contro gli alleati se ci fosse stato ordinato. Quale interesse possiamo avere noi ad affiancarci ai tedeschi o agli alleati quando è stato firmato un armistizio senza condizioni, che ci umilia e ci avvilisce? In noi tutti manca la volontà di combattere una guerra perduta ed è vivo solo il desiderio di tornare al più presto in Patria». E, uno dei promotori della resistenza ai tedeschi, il Capitano Amos Pampaloni, di convinzioni antifasciste, avrebbe confermato in una delle sue ultime interviste: «Noi pensavamo che cedendo le armi diventavamo prigionieri. E invece noi, con l'armistizio, volevamo tornare in Italia. E questo è il concetto principale». C'era, pure, nei soldati della Divisione Acqui, con molta probabilità, la convinzione che gli anglo-americani, dopo lo sbarco a Salerno, sarebbero intervenuti nelle isole Ionie e avrebbero dato man forte contro i tedeschi. Ciò non avvenne anche perché gli alleati, impegnati nell'azione di consolidamento delle loro posizioni nell'Italia meridionale, sopravvalutarono l'effettiva capacità di resistenza delle truppe italiane. E non mostrarono, dopo tutto, un vero interesse ad «appoggiare» o «incoraggiare» più di tanto la resistenza italiana in vista delle decisioni postbelliche sull'assetto territoriale di quelle zone. In un certo senso, come emerge dal bel lavoro di Elena Aga Rossi, si potrebbe parlare anche di responsabilità sia del Governo Badoglio per gli ordini impartiti di resistere sia degli Alleati per il loro cinismo.

L'eccidio di Cefalonia, che secondo le stime di Elena Aga Rossi comportò il sacrificio di oltre 2000 italiani morti in combattimento o fucilati dopo la resa, fu il più brutale e imponente massacro compiuto dai tedeschi nei confronti degli italiani. E questo fatto, combinato col momento nel quale esso fu perpetrato, spiega perché esso sia diventato un vero e proprio «mito» funzionale alla «ragion politica». Un «mito» che Elena Aga Rossi, liberandolo dalle pulsioni ideologiche, ha riportato sul terreno concreto della storia. Rendendo, in tal modo, giusto omaggio ai Martiri.


giovedì 8 dicembre 2016

Involontari elogi per la Monarchia de "L'avanti!"

Le considerazioni nebulose di Stella, Roth e la “patria ritrovata” 

La coincidenza del centenario della morte dell’imperatore Francesco Giuseppe (21 novembre 1916) e la vittoria elettorale del verde Alexander Van der Bellen alle presidenziali austriache ha dato spunto a Gian Antonio Stella di svolgere alcune riflessioni sul sentimento patriottico («Corriere della Sera», 7 dicembre 2016, p. 53). Esse prendono avvio dal capolavoro Il busto dell’Imperatore dello scrittore ebreo Joseph Roth, nato a Schwabendorf nei pressi di Brody il 2 settembre 1894 e morto a Parigi il 27 maggio 1939. Dopo aver tratto da «la Repubblica» del 6 agosto 2011 la notizia relativa alla sua lapide («scrittore austriaco, morto in esilio», il giornalista del quotidiano milanese si lascia andare ad alcune considerazioni nebulose sul protagonista, il conte Franz Xaver Morstin, che – come si legge nella recensione pubblicata da «la Repubblica» – discende da una famiglia di origine italiana e descrive con nostalgia il mondo elegiaco dell’Impero austro-ungarico e il suo «complesso sistema di popoli e di razze».

Quale sia il nesso tra Van der Bellen, il protagonista del romanzo Il busto dell’Imperatore e Francesco Giuseppe I è noto solo al giornalista, che trova chiarezza alle sue considerazioni su Wikipedia per la molteplicità di nomi utilizzati per definire lo statista austro-ungarico. Sembra che egli accetti i giudizi del protagonista, senza tenere presente il percorso esistenziale di Roth, il quale verso il 1925 abbandona la sua fede socialista, difende la monarchia ed esalta la tradizione ruotante intorno ai valori religiosi e patriottici. Le sue scarse simpatie per il socialismo, dettate da una particolare sensibilità verso i più bisognosi, vengono meno durante il suo soggiorno in Russia, dove vi si recherà nel 1926 come inviato del «Frankfurter Zeitung».
[...]

mercoledì 7 dicembre 2016

Referendum, i Monarchici dell'Umi: “Prima elezioni poi nuova costituente”


L’Unione Monarchica Italiana non ha dubbi: “Subito alle urne”

“Gli italiani hanno nettamente bocciato la bizzarra riforma della Costituzione proposta dal Governo e il primo Ministro, che ha voluto personalizzare questa campagna referendaria, non poteva non tenerne conto”.
 Lo rende noto l'Umi in un comunicato nel quale spiega: “Dopo le dimissioni di Matteo Renzi, per scongiurare un periodo di forte instabilità, l’Unione Monarchica Italiana auspica che si vada quanto prima alle elezioni al fine di garantire nuovamente al Paese un governo che rispecchi la volontà del voto popolare, cosa che non è avvenuta con gli ultimi tre Esecutivi.
Il Governo di transizione che si andrà ad insediare dovrà avere come priorità assoluta una legge elettorale che porti al superamento dell’attuale sistema, dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale nel 2013.
L’Italia si è divisa in due di fronte a delle riforme che tutelavano i partiti e le lobby ed ha capito di avere la necessità di una vera e seria stagione di cambiamento. Bisogna andare oltre le briglie dell’attuale Carta costituzionale, ormai appesantita da quasi sette decenni di storia in cui il Paese è radicalmente cambiato.

Una volta che l’Italia avrà un Parlamento eletto secondo un sistema legittimo, si indìca un’assemblea costituente per dare al Paese una nova Costituzione che, tra l’altro, elimini mostri giuridici equivalenti all’attuale articolo 139. Basta con le limitazioni della sovranità popolare!
L’U.M.I., che in questa campagna referendaria si è battuta per la vittoria del NO, esprime la propria soddisfazione per il pericolo scongiurato con l’entrata in vigore di una riforma grottesca ma è consapevole che questo pronunciamento popolare debba essere solo il primo passo di un lungo percorso per risollevare il Paese.
La paura del voto che la classe politica tradizionale ha da qualche tempo deve essere superata, l’affluenza alle urne di questo referendum ha dimostrato che gli italiani vogliono e devono ancora poter dire la loro.

Abbiamo perduto fin troppo tempo, tergiversando con Governi succubi di interessi extra nazionali, e dobbiamo uscire  dall’impasse nel quale ci siamo venuti a trovare. Torniamo ad essere orgogliosi non solo della nostra Patria ma anche delle sue Istituzioni. Questo lo si potrà ottenere soltanto cambiando radicalmente l’attuale assetto politico. La strada è in salita ma non ci dobbiamo scoraggiare: la meta finale è il cambio istituzionale. La riscossa definitiva dell’Italia arriverà soltanto alla luce del sole di una nuova Monarchia costituzionale. Nel frattempo vigileremo con attenzione”.

GUERRA E GLORIA: PRINCIPE EUGENIO DI SAVOIA

Genio militare, eroismo bellico e nobiltà romantica dipingono solo in parte la straordinaria e notevole biografia di Eugenio di Savoia, salvatore d'Europa e soldato di tre Imperatori.
Federico Mosso – Lunedì 5 settembre 2016  

La terra trema: ventimila uomini dell’esercito imperiale asburgico marciano senza sosta verso Torino, capitale del Ducato di Savoia, guidati dal principe Eugenio, il Prinz Eugen. Corre l’anno 1706 e il Piemonte è occupato dalle truppe franco-spagnole,  acerrime nemiche dei Savoia durante la guerra di successione per il trono di Madrid. Intorno alle mura della capitale sabauda, chilometri e chilometri di trincee sono scavati per permettere ai fanti del Re Sole di cingere d’assedio i difensori del ducato. Con un lungo cannocchiale sbirciano la notte dal fortino piemontese sul Monte dei Cappuccini: il palcoscenico della guerra è illuminato dai fuochi delle artiglierie e dagli incendi dentro le mura. Che magnifica e terribile bolgia insonne, un pandemonio! Laggiù, migliaia di soldati si muovono agitati sulle passerelle, lungo i sentieri scavati nella terra, tra i mortai dalle larghe bocche; escono ed entrano come tante formiche frenetiche e terrorizzate dal fuoco in buchi neri che portano alle gallerie sotterranee dove viene combattuta l’ altra battaglia, quella in profondità, quella che non si vede,  per le talpe con i pugnali fra i denti che giocano a lanciare granate con la miccia corta, o cortissima. E talvolta infatti, la terra esplode. Ecco, una batteria francese alzarsi dal suolo dalla spinta di un bagliore bianco-giallo-rosso, e vanno in pezzi uomini e cannoni: è il lavoro delle truppe speciali torinesi, i minatori del Duca, che strisciano di sotto, e piazzano grandi botti sotto il culo dei gallispani, con gli omaggi di Sua Maestà Vittorio Amedeo II.
“Charger! … Feu!”
Strillano fino a ferirsi la gola, gli ufficiali di Francia, e i cannoni rispondono ai comandi migliaia di volte, sputando palle pesanti che tentano di aprire brecce sulle possenti mura della Cittadella, ma nulla, la pietra è rosicchiata ma non crolla, e allora le bocche da fuoco vengono alzate di un poco, e si bombarda la città che non si arrende, la città che ha la cinghia stretta e il volto sporco di fuliggine ma non alza la bandiera bianca, fiera. Ispiriamoci alle mirabolanti avventure del barone di Münchausen. Come se una palla di cannone avesse gli occhi, guardiamo la sua prospettiva di viaggio, noi siamo adesso la palla di cannone da 40 libbre (son 18 chili, fanno male se ti prendono in testa ai 300 km/h). Un bombista bretone, mostrato a intermittenza dai bagliori degli scoppi,  tozzo e nero di lerciume, ci sceglie da un mucchio di altre, ci accarezza, sogghigna con solo due denti buoni, ci bacia al sapore di vino acido, da suo rito personale.
“Bon voyage, ma petite fille.”
Scivoliamo dentro la canna di ferro, buio, poi udiamo il comando secco feu! gridato roco, e un lampo ci acceca. In orbita, una stella cometa vola sopra il campo di battaglia di Torino e le sue esplosioni nel cuore della notte sabauda, le grida ora sono solo rumori smozzicati, il vento ci avvolge, ci fa girare su noi stessi, ci alziamo in aria, sopra gli uomini che si fanno la pelle a vicenda, oltrepassiamo i bastioni illuminati dalle fiamme, scorgiamo in un pezzetto di attimo i difensori senza sonno che affollano i camminamenti delle mura bucherellate, anche loro instancabili a caricare bombarde e moschetti e a bestemmiare forte sotto i vessilli con l’effige della Consolata, adesso siamo sopra le case della città, sotto di noi il Quadrilatero Romano, Boja Fauss precipitiamo, velocissimi, tra poco impattiamo, Giuda Crin, picchiamo secchi sul campanile di Sant’Agostino, rimbalziamo come flipper, sfondiamo di naso un muro del palazzo nobiliare di signori conti, salutiamo nel salotto con il nostro passaggio velocissimo il signor conte con la gotta, la signora contessa con cane carlino, la vecchia suocera rimbambita di lui, un servo in livrea che rovescia il vassoio con la cioccolata, sfondiamo il ritratto di un  parruccone prelato e un’altra parete, roviniamo in strada tra due mercenari svizzeri ubriachi marci che balzano sui muri di lato come gatti sotto una secchiata d’acqua, mannaggia il demonio non è finita, ancora un bel rimbalzo in aria con il fiato strozzato e poi giù nella via Conte Verde, bassofondo e territorio di osterie mal frequentate e bordelli a buon mercato, davanti alla locanda dell’ Inferno interrompiamo una rissa al coltello tra granatieri crucchi e fanti canavesani, c’è ancora tempo per una spallata ad un edificio; la palla di cannone, cioè noi, finisce la sua folle corsa nel catino di una puttana zoppa, che guardiamo sotto le voglie di un sergente sudato e ansimante a cui abbiamo rovinato l’apice del piacere del materasso acquistato con mezzo tallero d’argento, ma Deo Gratias, non abbiamo stecchito nessuno. I giorni 6 e 7 settembre c’è l’ attacco rabbioso degli uomini del Principe Eugenio con violenti assalti di fanteria prussiana e cariche di cavalleria. Sono fiumi umani in piena che travolgono accampamenti e compagnie avversarie. Le baionette affondano nelle pance francesi e le sciabole mozzano teste spagnole, mentre il concerto con moto malvagio dell’ artiglieria fa sentire i suoi tuoni di grancassa e timpani. Fuggono i gallispani, in rotta. Torino è  liberata dal cappio dell’ assedio e i suoi eroi, il Duca Vittorio Amedeo II e il Prinz Eugen, con le parrucche delle grandi occasioni, entrano in trionfo da Porta Palazzo, e il Duomo ringrazia il cielo con il solenne inno del Te Deum.
Tu rex gloriae, Christe. / Tu Patris sempiternus es Filius./ Tu, ad liberandum suscepturus hominem, / non horruisti Virginis uterum. / Tu, devicto mortis aculeo, aperuisti credentibus regna caelorum. / Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris. / Iudex crederis esse venturus.
Quello appena concluso è lo scontro finale di un lungo assedio durato quasi quattro mesi di primavera-estate d’inizio settecento, 117 giorni per l’esattezza. Non si tratta di un episodio secondario della storia d’ Europa, tutt’altro, a Torino si è combattuta una Stalingrado del XVIII secolo; qua, sotto le sue mura, i sogni continentali ed extra continentali di Luigi XIV s’ infrangono una prima volta, nubi offuscano il Sole, suo nipote Filippo sarà sì Re di Spagna come il nonno aveva desiderato, ma il trono è ben separato da quello francese. Non ci sarà una superpotenza indistruttibile franco-iberica, inoltre inizierà l’ inesorabile declino di quello che un tempo era impero immenso: la Spagna decade e l’ Inghilterra la scalza e domina i mari. Gli Asburgo s’impongono in Mitteleuropa, nasce il regno militare di Prussia, i Savoia, ambiziosi guerrieri in ascesa, sono adesso  Re. La battaglia è vinta dai sabaudi per varie ragioni; una di esse è l’ indiscutibile abilità bellica di Eugenio di Savoia, uno dei protagonisti più celebri e in gamba dei campi di battaglia europei a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, periodo di odi dinastici, scontri orientali con i sempre turbolenti turchi e lotte per l’ egemonia sul Vecchio Continente mai in pace.
Eugenio è considerato da molti storici come l’ultimo grande capitano di ventura, un nobile mercenario, un condottiero fedele alla casata degli Asburgo (e generosamente  ripagato per i suoi sforzi ) che dalla Vienna imperiale resiste salda alle dolorose spallate degli ottomani da meridione e da Luigi XIV da occidente. Nato nella Parigi del Re Sole, è decisa per lui la carriera religiosa dall’indiscutibile volere dell’ odiato monarca francese, suo tutore. Eugenio, che di gran lunga  preferisce la strada delle lame e del sangue ad una vita di Pater Noster e ostie, fugge dalla Francia mascherato da donna per riparare presso la protezione austriaca di Leopoldo d’ Asburgo. Rulli di tamburo da guerra: colonna sonora della biografia del condottiero. Eugenio, Eugen, sale in groppa ad un destriero dei dragoni del Sacro Romano Impero. Battezza l’acciaio della spada con il sangue turco nella battaglia di Vienna contro le schiere di Maometto IV, dove mostra subito la propria concezione dell’ arte bellica: in prima fila a spronare i suoi uomini alla carica e non come altri generali più oziosi che considerano la guerra come una partita a scacchi da condurre tra gli agi della propria tenda. Conquista gradi, guadagna gloria, si procura cicatrici. Pare che quando si getti all’assalto, il suo volto si dipinga di una smorfia feroce ipnotizzata dalla morte e che inciti i suoi con grida e imprecazioni, seguito dai suoi sanguinari cani da caccia lanciati eccitati a fauci spalancate nella grande zuffa. Freddo e risoluto, ama nei momenti di difficoltà in mezzo alla baraonda della lotta sniffare tabacco, di cui le sue narici ne vanno ghiotte. L’armata del Principe è un vero e proprio esercito internazionale, europeo. Tra i ranghi marciano e combattono italiani, tedeschi, spagnoli, svizzeri, francesi, slavi, ungheresi.
A Zenta, in Serbia, nel 1697, con un esercito di mercenari scalcagnato e senza paga, riesce a compiere un’ imboscata colossale. Attacca gli ottomani che, tranquilli e ignari del pericolo di belve in agguato,  attraversano a migliaia il fiume Tibisco su ponti di barche. Le truppe del sultano sono in quelle ore così vulnerabili, ed Eugenio ne approfitta, le belve balzano sulla preda. Il nostro Feldmaresciallo li fa a pezzi sulla sabbia, li guarda affogare. È un successo che ha risonanza in tutte le corti,  Eugenio di Savoia è un grande condottiero, è nata una stella nella storia militare del continente. La sua capacità strategica detta  il corso della storia quando in Baviera, insieme all’ amico inglese Duca di Malborough, nonché antenato di Winston Churchill,  affronta i francesi nella vittoriosa battaglia di Blenheim che di fatto blocca l’ avanzata del nemico fino a Vienna. Se la campagna militare franco-bavarese fosse riuscita, sarebbero cambiati inesorabilmente i destini d’ Europa e i suoi assetti di potere.
Terribile è l’ esperienza della carneficina di Malplaquet, o battaglia dei due Re, in Belgio, sempre nello scenario della guerra di successione spagnola. Otto ore di lotta furibonda iniziata in una mattina di nebbia spessa, inquietante. Decine di migliaia di uomini sono in formazione ad aspettare la danza con la morte: danesi, sassoni, francesi, piemontesi, olandesi, inglesi, bavaresi, irlandesi, scozzesi, svizzeri, spagnoli … quante nazionalità! C’è mezza Europa, in mille uniformi, bandiere, marce di guerra. Calma, non si muove una mosca, la quiete prima della tempesta. E d’ improvviso la nebbia grigia è squarciata dal fuoco a volontà dell’ artiglieria. Il campo è caos, si susseguono i bombardamenti, le file di moschetti falciano le formazioni in attacco, gli uomini cadono, i cavalli pure, nel bosco di Sars avvengono cruenti scontri all’ arma bianca, gli squadroni di cavalleria contrattaccano senza badare alle perdite, nei trinceramenti si scannano uno sull’ altro, spade e baionette s’ incrociano tra gli alberi, scorre tantissimo sangue. Infine, nel primo pomeriggio, Malplaquet diventa teatro di un’ immane combattimento tra cavalieri, squadroni su squadroni intervengono uno dietro l’ altro nella mischia di nitriti e sciabole. Da una parte attaccano e ripiegano Carabiniers e Dragoni della Maison du Roi, dall’ altra contrattaccano e si ritirano gli imperiali a cavallo e i cavalieri dell’ Assia-Cassel. Sul campo rimangono circa 30.000 uomini, quel terribile 11 settembre del 1709. La vittoria è di nuovo dalla parte di Eugenio e del suo vecchio camerata John Churchill duca di Marlborough; però a quale prezzo! Le truppe imperiali sono ridotte così male che non riescono a inseguire i francesi perché letteralmente crollano sul terreno, esauste dopo un’ intera giornata di botte da orbi senza tirar fiato. Un generale inglese, tale Lord Orkney, dice su quel giorno maledetto:
 “Prego Iddio che questa sia la mia ultima battaglia”.
Battaglia di Belgrado, guerra austro-veneto-turca: mamma li turchi, di nuovo. Eugenio marcia nei Balcani per prendere la piazzaforte di Belgrado, tenuta dalla guarnigione ottomana di Mustafà Pascià. Inizia l’ assedio, ma alle spalle arriva un altro esercito nemico, forte di 150.000 uomini. Si crea una situazione di doppio assedio. Gli austriaci circondano i turchi asserragliati dentro le mura di Belgrado, altri turchi circondano gli austriaci assedianti, in un groviglio di trincee e batterie. Le battaglie si vincono anche con la fortuna, e la buona sorte aiuta Eugenio quell’estate belgradese. Un proietto di mortaio colpisce in pieno la santabarbara della fortezza. È un’ esplosione gigantesca, infernale, mai vista prima. Muoiono 3.000 nemici in un colpo solo, un’ atomica settecentesca. È l’ occasione buona. Allo scoccare della mezzanotte del 16 agosto del 1717, il principe ordina l’ attacco totale, tutti devono partecipare. Gli ottomani non se lo aspettano, di notte non si combattono le battaglie campali, invece Eugenio rompe gli schemi, l’ oscurità gli è musa. Comandante eccezionale, è lì a cavallo a condurre personalmente l’assalto, alla testa dei suoi, senza paura. I giannizzeri, la guardia pretoriana della Sublime Porta, casta guerriera di Costantinopoli, cede, arretra, è in rotta.
Tra una ferita e una carica di cavalleria, il Prinz Eugen trova anche tempo per spendere parte degli immensi bottini accumulati in anni di avventure. È Principe ricchissimo, rispettato, invidiato, odiato. Si fa costruire un lussuosissimo castello a Vienna, il Belvedere, che riempie di opere d’arte e di volumi preziosi, suoi fedeli amici. Mastino della guerra, sicuramente, ma anche uomo di grande cultura. Nel parco vuole pure un ricco giardino zoologico con più di cinquanta specie esotiche tra cui gli amatissimi leoni. Le malelingue dicono di lui che sia omosessuale: anche se fosse sarebbero fatti suoi, comunque sono solo calunnie volte a screditarlo presso la cattolica corona asburgica, che se ne frega di quei mormorii da cicisbeo invidioso, perché ben si rende conto dello straordinario valore di quel comandante imparentato stretto con i signori di Torino. A corte, piccoli uomini e cortigiane arrampicatrici lo denigrano per la sua fama e per l’ alta considerazione che tre Imperatori hanno di lui; i mediocri rosicano mentre gli eroi cavalcano nell’immortalità. Nonostante avesse scherzato con la morte in innumerevoli occasioni, muore in poltrona, addormentandosi per sempre una mattina di aprile del 1737. Gli intitoleranno marce, navi, corazzate, formazioni militari.
Un giorno Eugenio di Savoia, il salvatore di Torino, così si rivolge alla giovane Maria Teresa, futura Imperatrice d’Austria: 


“La pace, mia cara bambina, è meglio di ogni altra cosa al mondo. Tuttavia per difenderla, occorre essere disposti anche a fare la guerra.

martedì 6 dicembre 2016

Lettera (non pubblicata) a Sergio Romano

Caro Ambasciatore,
alla dilagante e sconfortante non conoscenza della grammatica italiana dimostrata ogni giorno da un numero crescente di esponenti politici nazionali si accompagna - evidentemente conseguenza delle stesse cause "scolastiche" - la non conoscenza della storia politica nazionale e internazionale.

Giorni or sono l'On. Meloni, a "Porta a Porta", discutendo dell'attuale proposta di riforma del Senato, non sapeva modalità di composizione e funzioni del Senato del Regno che, dal 1861 al 1946, vide tra i suoi membri, non eletti ma nominati dal Re nell'ambito di 21 categorie, le personalità italiane più illustri della cultura, delle scienze, delle arti, della diplomazia, della magistratura, delle Forze armate, oltre che, ovviamente, della vita politica (ne cito soltanto due: Benedetto Croce e Luigi Einaudi). 

Rileggere la lista dei Senatori del Regno di quegli 85 anni di storia italiana è, allo stesso tempo, impressionante e deprimente per il paragone con l'attualità.

Oggi sul "Corriere della Sera", a pag. 6, l'On. Miccichè, esponente di lungo corso della politica, già membro del Governo, fa una affermazione del tutto inventata: secondo lui esisterebbe "un patto scritto" tra i due partiti cristiani tedeschi alleati dal 1949, CDU e CSU, "per cui il cancellierato non andrebbe mai alla CSU".
Tale "patto" non è mai esistito.

Nel 1980 il candidato unitario CDU/CSU alla Cancelleria fu il Primo Ministro bavarese e leader della CSU Franz Josef Strauss che conquistò 226 seggi contro i 218 della SPD del Cancelliere Helmuth Schmidt il quale continuò a governare (fino al 1982) alleato dei Liberali che avevano ottenuto 53 seggi.

Nel 2002, di nuovo, il candidato unitario CDU/CSU alla Cancelleria fu il Primo Ministro bavarese e leader della CSU Edmund Stoiber che ottenne 248 seggi contro i 251 della SPD del Cancelliere Gerhard Schröder il quale continuò a governare con i Verdi che avevano ottenuto 55 seggi.

Ma anche il "Corriere"   in quanto a errori non perde colpi: sempre oggi, a pag. 23, nell'articolo sulla cittadina di Solferino, Napoleone III (erronamente scritto III°) viene definito "Re di Francia", roba da matita blu della Maestra di V elementare.

Cordialmente,
Ettore Laugeni   

LA MORALE DELLE FAVOLE

A  risultato  ufficiale  del referendum  costituzionale  del   4 dicembre,  si  possono  forse  capire  certi  atteggiamenti  di  Renzi, acidi   e   intolleranti , verso  i  fautori  del  NO, e  l’infelice   frase  sulla  “accozzaglia”, quando  la  lingua  italiana, che  pur  nacque  nella  sua  Toscana, ha  altri  termini  non  offensivi, quale ad  esempio  “eterogenea”. 

Del  resto  nei  “referendum”, fatalmente  si  formano  schieramenti   eterogenei, ed  il  maggiore  esempio  è  stato  dato  dal  referendum  istituzionale  del  2  giugno  1946, per  quanto  riguarda  lo  schieramento   repubblicano, che  vide  insieme  “repubblichini”, con  gli  intransigenti  antifascisti  del  Partito  d’ Azione, i  nostalgici  del  Papa Re, che  volevano  vendicare  la  “breccia  di  Porta  Pia”, insieme  con  gli  austeri  mazziniani, dalle  grandi  cravatte, unitamente  ai  social comunisti, che  di  tutto  potevano  essere  nostalgici, ma  non  certo  del  potere  temporale  né  dei  “Doveri  dell’uomo”, social comunisti il  cui  voto  è  stato, per  la  vittoria  ufficiale  della  repubblica, rappresentando oltre otto dei dodici milioni raccolti  dalla  repubblica, cioè oltre  i  due  terzi!   

Tornando a Renzi, che  con  la  sua  ossessiva  presenza  televisiva, non  pensava  di  essere  controproducente, come  in  realtà  è  poi  stato, certe  favole, con  la  loro  morale, avrebbero  dovuto  consigliargli, fin  dall’ inizio , invece  del  suo  “aut aut”, ben altro  atteggiamento o forse  la  sua mamma non  gli  aveva  mai  letto  ad  esempio  la  favola  di  quella  contadinella  che  va  al  mercato, con  in  testa  un   cestino  di  uova ( risultato  elezioni  europee ), e  camminando  pensa  che  vendendole  ad  un buon  prezzo, via via avrebbe guadagnato  molti soldi e tutti  la  avrebbero  riverita. 
Così  facendo si inchinò e le uova caddero spiaccicandosi  per  terra  ( referendum  costituzionale ).


Domenico  Giglio

lunedì 28 novembre 2016

Michele Pivetti, capo dei monarchici siciliani. “Quel referendum che tradì…”

di Salvatore Palagreco
I monarchici ci sono ancora e l’Unione Monarchica Italiana conta molti seguaci. Non se ne sa niente perché, contrariamente a quanto si crede, l’Unione Monarchica non è un partito e non si fa coinvolgere nelle beghe elettorali. Ma i suoi adepti fanno politica, dove ritengono meglio farla. Michele Pivetti, eletto delegato regionale dell’Umi in Sicilia, che ci spiega tutto questo, è un brillante avvocato quarantenne che è stato socialdemocratico con Carlo Vizzini ed ha seguito  le orme dell’ex Presidente del senato, Renato Schifani. La sua famiglia ha una lunga tradizione monarchica, ed uno zio, fratello del nonno, Ernesto Pivetti, monarchico, fu per più di un anno sindaco di Palermo. L’avvocato ha sangue blu, ma non vuole che se ne parli, “perché il mondo è cambiato e nel biglietto di visita le cose che contano sono altre”

“Se ritiene che io sia una mosca bianca si sbaglia…”, esordisce Michele Pivetti. “Cominciamo con il dire che ci sono monarchici in entrambi gli schieramenti, centrodestra e centro sinistra, in Campania ci sono sedici importanti militanti del Pd che aderiscono all’Unione Monarchica”
Quali ragioni la legano alla Monarchia, avvocato?
“Tradizione di famiglia, sono stato educato ed ho vissuto in una famiglia monarchica. I nostri valori sono semplici: il rispetto della tradizione, la famiglia, la patria ed il buon governo, che una dinastia regnante può assicurarci. Il re garantisce la stabilità, l’identità, la continuità. Parla con il popolo, non con i partiti…
Lei pensa che sia possibile ipotizzare il ritorno della Monarchia in Italia?
“Affatto, non ipotizziamo un bel niente. Prima di arrivare a questo, occorre modificare la Costituzione, che all’art.139 vieta il cambio di regime. Non può essere sottoposta al popolo la scelta, non è prevista la revisione della forma di Stato. La sovranità del popolo conosce questo unico limite. Credo che sia arrivato il momento di abbattere questo muro. A meno che non si tema che gli italiani possano tornare alla Monarchia…Ci sono grandi paesi moderni che oggi tengono in piedi la Monarchia, dalla Spagna al Regno Unito, la Svezia ecc. E’ anche per questa ragione, la riforma costituzionale non ha preso in considerazione questa modifica, che ho deciso di votare NO al referendum”
La Sicilia ha una tradizione monarchica…
“Esatto, al referendum i siciliani votarono in larga maggioranza Monarchia….”
E ci fu un momento in cui Umberto stava per assumere la Corona di Sicilia? Gli inglesi dopo lo sbarco ci avevano fatto un pensierino.
“Preferisco ricordare che lo Statuto speciale della regione siciliana fu firmato da Umberto nel 1946. E’ stato un Savoia a dare autonomia alla Regione siciliana, non la Repubblica. Lei sa che la Cassazione non ha mai sottoscritto il risultato del Referendum che sancì la vittoria della Repubblica? Umberto morì da Re, non abdicò mai. Tornando all’attuale riforma costituzionale, che punta sull’abbattimento dei costi attraverso la modifica del senato, mi permetta di ricordare che lo Statuto albertino prevedeva la gratuità dei senatori…”
Torniamo ai “signori” che possono permetterselo?
“Affatto, io vivo il mio tempo pienamente. Ci deve essere una forma di indennità, ci mancherebbe. Citavo lo Statuto albertino giusto per accennare alla rilevanza che la Monarchia ha dato ai costi…”
Parliamo della vita politica di un monarchico per tradizione familiare. Quali sono stati i suoi rapporti con la politica politicante?
“Sono stato socialdemocratico, poi ho contribuito a far nascere Forza Italia. Ho costituito tanti Circoli del buon governo, ho lavorato con il sottosegretario Simona Vicari e sono rimasto a lungo accanto a Renato Schifani, che ho seguito anche quando ha fondato il Nuovo centrodestra…Fu una reazione al partito gestito da due signore, la Pascale e la Rossi. Ma mi consenta di fare un passo indietro e parlare di ciò che conta, piuttosto che di me…Sono ancora con lui, naturalmente.
La Monarchia non sembra godere di grande appeal, diciamolo pure.
“Non sarei affatto sicuro di ciò che lei dice, anzi. Coloro che si sono documentati sulla storia del Paese, sanno per esempio che fu il buonsenso di Umberto e Casa Savoia, che all’indomani del referendum – una vittoria molto aiutata della Repubblica – impedì una guerra civile nel nostro Paese. Umberto sciolse dal vincolo di fedeltà le Forze armate italiane. Non per nulla il primo Presidente della Repubblica fu Enrico de Nicola, che era un liberale dichiaratamente monarchico. Sono stati gli eredi di Vittorio Emanuele III a creare l’UMI, per salvaguardare i valori della casa regnante, la monarchia, e cioè l’uguaglianza, le tradizioni italiane, come la famiglia, la patria. L’UMI è la più antica associazione italiana, nacque nel 1944. Un sondaggio, non recente, sostiene che gli italiani tendenzialmente monarchici sarebbero otto milioni. Ci sono personaggi importanti che si dichiarano monarchici. Come Antonio Tajani  fra gli altri. E i siciliani Tommaso Romano e Toti Bordonali”
L’UMI è organizzata in Sicilia?
“Certo, come ogni regione ha una sua struttura, c’è stata un’assemblea a Palermo, durante la quale i delegati provinciali mi hanno eletto loro rappresentante. E non nego che questa scelta mi ha gratificato. E’ come se avessi donato qualcosa d’importante alla mia antica tradizione familiare”.

domenica 27 novembre 2016

L'Europa dall'Atlantico agli Urali

 di Domenico  Giglio, presidente del Circolo Rex


Questa  frase  di  De  Gaulle  va  oggi  ricordata, perché  le  incomprensioni  tra  l’Unione  Europea  e  gli  USA   di  Obama  e  la  Russia  di  Putin  hanno  raggiunto  un  livello  pericoloso. Con  questa  affermazione  fatta  da  un  uomo, profondamente  legato  alla  sua  patria, la  Francia, si  voleva  ricordare  che  la  Russia, oggi   non  più  URSS, faceva  storicamente  e  geograficamente  parte  dell’ Europa. De  Gaulle, come  tutti  gli  ufficiali  usciti  dalle  grandi  accademie  militari, non  aveva  solo  una  vasta  cultura  militare, con  una  moderna  visione  della  guerra, che  non  avevano  i  grandi  generali francesi, e  lo  si  vide  nel  1940,  ma  anche  una  altrettanto  vasta  cultura  storica, come  del  resto  avveniva  per  chi, nel  Regno  d’Italia, usciva  dalle regie  accademie  di  Torino  e  di  Modena. A  tale  proposito, a  titolo  indicativo,  ho  anche  un  ricordo  familiare, in quanto  mio  Nonno, entrato  all’Accademia  di Modena  nel  lontano 1875, studiò  la  storia  d’Europa  su  un  importante  testo  del  Senatore  del  Regno, professore  di  storia  nella  Università  di  Torino, Ercole  Ricotti, ( volume  di  736  pagine , che  fa  parte  della  biblioteca  di  famiglia), che  nulla  taceva  su  quanto  avvenuto  in Europa  dal  476  d.C.  al  1861, ed  anche  la  storia  mondiale  su  di un  altro  testo, ( volume  di  634  pagine ) opera  di  un  brillante  ufficiale  di  Stato  Maggiore, Tancredi  Fogliani, testo  specifico  per  la  Scuola  Militare .
Quindi  la  Russia, nella  visione  di  De  Gaulle, faceva parte  dell’ Europa, ed  in  effetti  questa  appartenenza  risale  almeno  a  Pietro  il  Grande, che  da  giovane  aveva  girato  per  l’Europa  per  studiarne  costumi  ed  istituzioni  e  per  conoscere  le  conquiste  di  carattere  tecnico, e  ad  ingegneri  ed  artisti  europei , specie  italiani, affidò  l’incarico  di  progettare  e  costruire  la  nuova  grande  capitale  che  da  lui  prese  nome. E  così  i  russi  combatterono  contro  la  Svezia, di  Carlo  XII, famoso  generale, per  fermarne  l’espansione, e  poi  contro  Napoleone, determinando  l’inizio  delle  sue  sconfitte, e  dopo  la  sua  caduta, presero  parte  quasi  da  protagonisti  nel  Congresso  di  Vienna, del  1814 e  nella  costituzione  della  “Santa  Alleanza “.
In  nome  di  questa, truppe  russe intervennero in Ungheria, nel  1849, ribellatasi  all’ Impero  Asburgico, per  riconsegnarla   a  Francesco  Giuseppe, e  poi  le  guerre  contro  l’Impero  Ottomano, che  portarono alla  nascita  di  Romania  e  Bulgaria, malgrado  l’intermezzo  della  guerra  di  Crimea, e  poi  ancora  l’intesa  dei  “tre  imperatori” , con l’Impero  Germanico   ed  Austro-Ungarico. Venne  poi  l’alleanza  con  la Francia  e  l’intervento  nel  1914  a  favore  della  piccola  Serbia, slava  ed  ortodossa, stupidamente  aggredita  dall’ Austria, e  l’inizio  della  prima  Guerra  Mondiale. In  sostanza  fino  al  1917, la  Russia  Imperiale  fece parte  del  “concerto” delle  potenze  europee, dove  pure  era  entrato, non  dimentichiamolo , anche  il  giovane  Regno  d’Italia.
La  frattura  avvenne   con  la  rivoluzione  bolscevica, e  con  la  nuova  URSS, che  voleva  espandere  l’idea   comunista  nel  mondo  per  cui  solo  lo  sciagurato  attacco  di  Hitler, nel  1941, dopo  l’effimero  accordo  Ribbentrop - Molotov, creò  nuovamente  una  alleanza  con  la  Gran  Bretagna  e  gli  USA, che  consentirono  all’Unione  Sovietica  di insediarsi  nel  mezzo  dell’ Europa  con  i  suoi  stati  satelliti, fino  alla  caduta  del  “muro”, all’avvento  di  Gorbaciov  e  poi  di   Eltsin.
Che  oggi  la  Russia, restituite  alla  indipendenza, magari  malvolentieri, i  tre  piccoli  stati  baltici, Estonia, Lettonia  e  Lituania, e  la  grande  Ucraina, non  sia  una  democrazia   perfetta, ma  quale  è  anche  negli  altri  paesi   perfetta, è   abbastanza  noto, ma  il  compito  storico  dell’ Europa  è  di  riportarla  nel  “concerto”, sia  per  il  numero  degli  abitanti, sia  per  le  sue   potenzialità  economiche ( non  dimentichiamo  la  Siberia), sia , infine , per  essere  un  paese  ancora  abbastanza  cristiano, anche  se  ortodosso, rispetto  ad  una  Europa  Occidentale, piuttosto  scristianizzata, malgrado  le  sue  indiscusse  origini  cristiane, e l’attività  ecumenica  e  quasi  missionaria  dei  più  recenti  Pontefici .


venerdì 25 novembre 2016

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX”

LXIX CICLO DI CONFERENZE 2016-2017




27 novembre 2016
Prof. Pier Franco QUAGLIENI 

Benedetto Croce:  figlio  del  Risorgimento



 N. B. Ingresso ore 10,15, inizio conferenza ore 10,30. 



Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco, Sala Uno nel

 Cortile 2

IL MODELLO USA PER L’ UNITA’ D’ EUROPA ?

di Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex

Domenico   Fisichella, dopo il  fondamentale  trittico  dedicato  al  Risorgimento  ed  al  Regno  d’Italia , costituito  da  “Il  Miracolo  del  Risorgimento”, “Dal  Risorgimento  al  fascismo”  e  “Dittatura  e  Monarchia”, (  editi  rispettivamente  nel  2010 , 2012  e  2014 da  Carocci  Editore ), che  costituiscono  la  più  recente, documentata, completa analisi  della  storia  d’Italia dal  1800 al  1946, è  tornato, sempre  nel  campo  storico, al  quadro  più  generale  delle  realtà  europee  e  mondiali  ed  ai  temi  a  Lui  cari della  Dottrina  dello  Stato  e  Scienza  della  Politica  di  cui  è  stato  per  lunghi  anni  docente .
Il  nuovo  libro, testè  uscito ,facente  parte  della  “Biblioteca  di  Storia  e  Politica” dal  titolo  “Il  modello  USA   per  l’unità  di  Europa? ” ( edizione  “ Pagine  s.r.l.”  del  2016 – euro  18,00 ) , tratta  appunto  questo  problema che  come  precisato  dal prof.  Fisichella, non  vuole  essere  una  storia  degli  Stati  Uniti  d’America, anche  se  logicamente ha  dovuto  precisare  alcune  tappe  fondamentali  della  nascita  e  dello  sviluppo  di  questa Unione,  partendo  dalla  riunione  del  1774, a  Filadelfia , delle  tredici  originarie  colonie, che  nel  1776 , con  la “Dichiarazione d’ Indipendenza“, si  costituiranno  appunto   in  Unione  e  da  Colonie  in  Stati. E  necessariamente  ricorrono  i  nomi  di  Washington, Hamiltonn, Madison  e  poi  Monroe, con  la  sua  dottrina  e  le  tappe, anche  sanguinose  e  dolorose, della  guerra  civile, detta  “Guerra  di  Secessione“, dopo  la  quale  ritrovata  l’unità  e  la  preminenza  dello  stato  nazionale, nascerà, come  scrive  Fisichella  “ La  Grande  Potenza”, i  cui  sviluppi  “imperiali”, ben conosciamo  e  che  portarono nel  1917  i  primi  soldati  americani  in  Europa, in  appoggio  e  sostegno  delle  truppe  franco-inglesi, impegnate  nel  mortale  duello  con  l’Impero  Germanico .
Quanta  differenza  con   gli  stati  europei  di  cui  ricorda, per  sommi  capi, le  linee  di  sviluppo, i dibattiti  teorici  e  le  implicazioni  politiche, con  le  lotte  per  l’egemonia, soffermandosi  sulla  nascita  di  nuovi  stati, con  belle  pagine  dedicate  all’ unità  dell’ Italia, costituitasi   in  Regno, e  poi   ancora  gli  sviluppi  della  attuale  unione europea, anche  soffermandosi  sul “Manifesto  di  Ventotene”.  Importanti   infine   le  considerazioni,  svolte  anche  in  precedenza  da  Fisichella, sui   dati  numerici  della  popolazione  europea, che  nel  giro  di  un secolo, dal  1900  ad  oggi, l’ ha  vista  scendere  dal  25%  della  popolazione  mondiale, a  molto meno   del  10%, con  tendenza  inarrestabile  alla  ulteriore  diminuzione, a  vantaggio  dell’ Africa, ancora   più  che  dell’Asia, dove  già  esistono  l’India   e  la  Cina, superiori  al  miliardo  di  abitanti ! Dati  impressionanti  che  dovrebbero far  riflettere  gli  sprovveduti  che  rilanciano  i  nazionalismi  europei    o  auspicano, in  vari  casi  la  disintegrazione  degli  stati  nazionali, a  favore  di  più  piccole  patrie.

Testo  perciò  da  leggere  e  meditare , invece  di  romanzi  e  di  saghe  fuori  del  tempo  e  della  storia.

mercoledì 23 novembre 2016

Conferenza a Roma: “A 70 anni dal referendum istituzionale”

Giovedì 24 Novembre 2016



Avv. Paolo Albi

“A 70 anni dal referendum istituzionale”



L'incontro  si terrà presso la sede nazionale dell' U.M.I., dalle ore 18.00 alle ore 20.00, via Riccardo Grazioli Lante 15/A – 00195 ROMA   

Una repubblica a democrazia variabile

di Antonio Lombardi - 22 novembre 2016 

[...]

La comprensione postmoderna della democrazia che si è realizzata nelle istituzioni dell’Occidente è tanto lontana dall'essenza democratica quanto siamo stati finora lontani  dalla comprensione di Platone
Lasciamo a quelle pagine (oggi più che mai urgenti, vista la condizione di confusione in cui versiamo circa i fondamenti giuridico-filosofici della convivenza politica) il compito della dimostrazione di quanto qui solo sinteticamente accennato; e al lettore l’onere e l’onore di verificarne il valore probativo. Quanto ci interesserebbe qui sottolineare è che, alla luce di una tale semplice ancorché potente acquisizione, che ci insegna che, come aveva già ben in chiaro Rousseaunon ogni forma di governo è adatta ad ogni paese(così è intitolato l’ottavo capitolo del terzo libro del Contratto sociale), a rigore, uno stato può essere monarchico e tuttavia più democratico di uno repubblicano, perché fondantesi su un più razionale confronto tra istituzioni e cittadini, secondo modalità che tengono conto delle caratteristiche e delle condizioni di quel popolo in quella precisa fase storica; che magari lo rendono più idoneo ad essere governato (e perciò a governarsi) monarchicamente, piuttosto che altrimenti. Fa specie oggi vedere come tale ragionamento, che è di una semplicità estrema, rimanga estraneo pressoché a chiunque.




martedì 22 novembre 2016

Commemorazione del ministro Lucifero sul sito del Re


"Il retaggio del Re Umberto II agli italiani", commemorazione del ministro Falcone Lucifero  del 26 aprile del 1986.

Ringraziamo l'Ambasciatore Zuccoli per aver tratto dall'archivio e condiviso con noi quest'altro pezzo della nostra memoria.

sabato 19 novembre 2016

Dai giardini del Quirinale a Lungotevere Arnaldo da Brescia

di Giovanni Semerano, terza parte

Nel corso degli anni successivi restai sempre vicino al Ministro e, in particolare, durante alcuni eventi che si susseguirono nella vita del movimento monarchico. Alla scissione che, nel giugno 1954, portò il Comandante Lauro a uscire dal PNM per costituire il Partito Monarchico Popolare - Corona e Leoni – (che, alle elezioni comunali di Napoli del 1956, trionfò ottenendo da solo la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi) si cercò invano di evitare il danno, ma non fu possibile.

Il Ministro mi chiese di fare anch’io un tentativo per ricomporre il dissidio tra Lauro e Covelli e decidemmo di provare attraverso un “Comitato di Riunificazione Monarchica” con l’intervento dell’On. Enzo Selvaggi, il grande animatore della campagna per la Monarchia nel 1946 e Direttore del quotidiano “Italia Nuova” (tragicamente scomparso in un incidente stradale nel 1957 – quando era Deputato in carica – al rientro da una manifestazione monarchica a Latina). Anche questa iniziativa, purtroppo, non ebbe successo.
Il Ministro Lucifero, pur rappresentando il Re con assoluta imparzialità, non nascose mai i suoi personali convincimenti di socialista riformista, direi laburista, maturati all’Università di Torino fin dal 1919/’20.

Lo dimostrò quando propose al Re - con un preciso riferimento storico agli enormi sforzi compiuti dal Re Vittorio Emanuele III negli anni ’10 e inizio anni ’20 per allargare la base di governo ai socialisti - di mostrare comprensione per il centro-sinistra che si andava formando, e di includere delle espressioni augurali per il nuovo Governo nel messaggio agli italiani del Capodanno 1964. Il fatto mandò in bestia Alfredo Covelli che scrisse a Re Umberto un’aspra lettera di contrarietà verso il suo Ministro.

Anni prima un altro momento che avevo seguito da vicino fu quando una delegazione di parlamentari, guidata da Covelli, si era recata dal Re durante la campagna per le elezioni regionali sarde del 1949, che ho già rievocato, per chiederne l’appoggio. Successe il finimondo e il Ministro non perdonò per molti anni a Covelli di aver preso quella iniziativa senza prima consultarlo.

Quando la corrente antifascista nel PNM, della quale facevo parte con il settimanale “Azione Monarchica”, che dirigevo assieme ad Aldo Salerno, espresse il suo dissenso all’“apparentamento” del Partito con i missini nelle elezioni amministrative del 1952, il Ministro mi espresse la sua approvazione. Uguale approvazione ebbi quando accettai, negli anni ’60, l’invito dell’On. Giovanni Malagodi di aderire al Partito Liberale.

Un particolare e commosso pensiero devo dedicare ai giorni drammatici in cui l’Italia fu colpita da terremoti, alluvioni e altre tremende calamità - dal Polesine al Vajont, da Firenze alla Sicilia, da Ancona a Tuscania al Friuli fino all’Irpinia, devastata nel 1980. In quelle tragiche situazioni il telefono squillava da Cascais e immediatamente Falcone Lucifero, prima con me e Nicola Torcia e poi con Camillo Zuccoli, partiva per le zone disastrate a portare il conforto e la solidarietà del Re, costretto all’esilio, distribuendo ai più bisognosi aiuti in medicinali, viveri, attrezzature di pronto soccorso, un poco di denaro (si consideri che al Re la repubblica aveva sequestrato tutto, ogni bene privato. Ciononostante, prima di morire il Re volle lasciare allo Stato due casse di monete antiche stimate dagli esperti, al momento della consegna nel 1983, del valore di 20 miliardi di lire: si legga la testimonianza resa pubblica dal Marchese Fausto Solaro del Borgo, scomparso nel 2015, esecutore della consegna in accordo con l’allora Presidente del Consiglio Amintore Fanfani). E anche tante caramelle e dolciumi che il Ministro, circondato dai bambini, distribuiva a piene mani!

Dopo la morte di Re Umberto, nel 1983, i miei rapporti con il Ministro tornarono nuovamente quotidiani ed egli mi chiese di assisterlo nel riordino di tutte le carte del suo archivio politico. Un lavoro che si protrasse per mesi, coadiuvato dal fraterno amico Camillo Zuccoli che, da quindici anni, godeva dell’affetto e della stima del Ministro. Fummo insieme, giorno e notte, nel suo ufficio, in Lungotevere Arnaldo da Brescia n.14 (dove oggi, sulla facciata, vi è una bella lapide fatta apporre dal Marchese Alfredo Lucifero, devoto nipote del Ministro), ad aiutarlo a sistemare corrispondenza, documenti, articoli e tanto altro materiale e, su ogni carta, il Ministro ci dava notizie, spiegazioni, aneddoti, retroscena… una esperienza meravigliosa e indimenticabile!

Durante i momenti di pausa andavamo in cucina e il Ministro - coadiuvato da Camillo che, per la sua abilità coi fornelli, suscitava l’ammirazione del nostro “Capo” - cucinava le uova al tegamino e ci offriva i prodotti della sua amata Calabria, a volte fino a notte inoltrata!
Fu così, tra l’altro, che “riemerse” dall’oblio la prima angosciata lettera del Re dall’esilio, scritta il 17 giugno 1946 da Cintra: la leggemmo con grande emozione e, per il Ministro, fu l’occasione di ripercorrere con noi quelle ore e quei giorni dolorosi e drammatici.
Si giunse, infine, nel 1984 alla convocazione del X Congresso Nazionale dell’UMI che doveva sancire, sulla base delle Regie Patenti e delle due note lettere del Re scritte nel 1962, il riconoscimento del Principe Amedeo di Savoia Aosta alla successione ereditaria del Re. Il Ministro prese in mano la situazione, che si presentava assai difficile per le diversità di opinioni tra i monarchici e insieme, dal suo ufficio, organizzammo il Congresso dopo il ritiro del Segretario Sergio Boschiero e le dimissioni del Presidente Rinaldo Taddei.

Il Congresso ebbe un grande successo tra i media: tutti i giornali e le televisioni seguirono i lavori dell’assemblea che, d’accordo con le indicazioni del Ministro, elesse Presidente Nazionale l’On. Giuseppe Costamagna (già Deputato della D.C. per tre Legislature e da sempre iscritto all’U.M.I.) e Segretario Generale il sottoscritto. Il X Congresso si concluse al Pantheon dove la delegazione dei nuovi eletti Consiglieri nazionali, guidata dal Ministro Falcone Lucifero, rese omaggio alle tombe dei Re d’Italia Vittorio Emanuele II e Umberto I e della Regina Margherita, auspicando di avere qui sepolti anche i Re Vittorio Emanuele III e Umberto II e la Regina Elena (la Regina Maria José è scomparsa nel 2001).

Della delegazione con il Ministro ricordo che, assieme a me e a Camillo Zuccoli, facevano parte il Presidente Giuseppe Costamagna, l’On. Giuseppe Barberi, l’On. Stefano Cavaliere, il Sen. Umberto Bonaldi, l’On. Renzo de Vidovich, il Sen. Michele Pazienza, il Sen. Augusto Premoli, i Cavalieri della SS. Annunziata Amb. Renato Bova Scoppa, Amb. Pellegrino Ghigi, Prof. Giuseppe Ugo Papi e Prof. Ettore Paratore, il Cav. del Lav. Giovanni di Giura, il Gen. di Sq.A. M.d’O. al V.M. Giulio Cesare Graziani, il Gen. Piero Santoro d’Amico, il Gen. Enrico Basignani, il Col. Francesco Scoppola, la giornalista Flora Antonioni, il giornalista Federico Orlando, il Prof. Marino Bon Valsassina, il Prof. Vinigi Grottanelli de’ Santis, il Prof. Mario Attilio Levi, il Comandante Antonio Cordero di Montezemolo, il Conte Carlo Pianzola, il Conte Nello Nigra, l’Ammiraglio Antonio Cocco, il giornalista Franz Ferretti di Castelferretto, i Presidenti dell’U.M.I. della Lombardia, Tino Bruschi, della Toscana, Ildebrando Coccia Urbani, e del Friuli Venezia Giulia, Giuseppe Cabassi, i napoletani Duchi Ruggero e Giovanna Messanelli dé Normanni, il Prof. Marco Grandi e gli Avvocati Manlio Lo Cascio e Gian Nicola Amoretti in rappresentanza del Principe Amedeo.

La mia Segreteria durò venti anni, con la preziosa collaborazione di Camillo Zuccoli, di tanti altri amici e del Fronte Monarchico Giovanile di cui era divenuto Segretario Ettore Laugeni; senza dimenticare il Movimento Femminile diretto con passione dalla Baronessa Wanda Campanino e dalla Duchessa Giovanna Messanelli dé Normanni.
Mentre ero Segretario dell’Unione Monarchica Italiana la mia “storia personale”, vicino al Ministro Falcone Lucifero, si concluse con la sua scomparsa, il 2 maggio 1997. Il 3 gennaio 1998 avrebbe compiuto 100 anni.

Giovanni Semerano