NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 24 marzo 2017

Circolo di cultura ed educazione politica “REX” LXIX ciclo di conferenze 2016-2017- Seconda parte



26 marzo

- sen. Lucio TOTH

“A 70 anni dal trattato di pace di Parigi:

il destino delle terre istriane e dalmate, tra storia e futuro”


Roma Via Marsala 42


Casa Salesiana San Giovanni Bosco, Sala Uno nel Cortile 2


Sarà possibile acquistare la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, già pubblicato nel 1968 in occasione del Cinquantenario ed ora nuovamente pubblicato nei “ Libri del Borghese”, stampato dalla Casa Editrice “ Pagine” di Roma 

***
 N. B. Ingresso ore 10,15, inizio conferenza ore 10,30. 

mercoledì 22 marzo 2017

MESSAGGIO DI S.A.R. LA PRINCIPESSA MARIA GABRIELLA




                  AL CONVEGNO  “UMBERTO II, SETTANT'ANNI DI ESILIO” E
ALLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO, 18 MARZO 2017


Al Presidente della Consulta dei Senatori del Regno,  prof. Aldo Alessandro Mola
Al Presidente dell'Unione Monarchica Italiana,  avv. Alessandro Sacchi.

   Nell'impossibilità di assistere al Convegno “Umberto II Settant'anni di esilio”, organizzato in Roma il 18 marzo 2017 dall'Unione Monarchica Italiana di concerto con la Consulta dei Senatori del Regno, vi scrivo quanto avrei detto se fossi con Voi.

    E' vero:  Mio Padre lasciò Roma, lasciò l'Italia per scongiurare spargimento di sangue tra i cittadini, per non far deflagrare quella Patria che Vittorio Emanuele II, Umberto I e suo Padre, Vittorio Emanuele III, avevano condotto dal Risorgimento all'Unità nazionale, dalla sconfitta di Novara del 1849 a Vittorio Veneto nel 1918, all'annessione di Fiume, a fare dell'Italia un Paese grande e faro di civiltà nel mondo.

    La Casa di Savoia ha dato tutto per l'Italia.  Carlo Alberto morì esule nel 1849. Suo nipote, Umberto I, venne ucciso a Monza mezzo secolo dopo, da un complotto anarchico tuttora misterioso.  Mio Nonno lasciò l'Italia dopo 46 anni di regno. La sua Salma giace ad Alessandria d'Egitto; quella di Mia Nonna a Montpellier: in due continenti diversi dopo 51 anni di matrimonio. 

   A sua volta Mio Padre Re partì dal suolo patrio il 13 giugno 1946 nella certezza, lasciatagli intravvedere, di tornare presto in un Paese riconciliato grazie a lui e ai monarchici, forti del senso dello Stato.  Invece l'Assemblea costituente ne decretò l'esilio: una pena giuridicamente immotivata, moralmente ingiusta, iniqua, fonte di amarezza infinita.  Ne sono stata e ne sono testimone.

  Mio Padre visse per l'Italia. Lo mostrò con coraggio e abnegazione  anche prima che Vittorio Emanuele III gli trasmettesse tutti i poteri della Corona con efficacia dal 5 giugno 1944.  Da Luogotenente del Sovrano, Umberto II si meritò la stima dei “benpensanti”, che non sta per conservatori: sono i lungimiranti, sono quanti credono nell'Italia, oggi in assillo.

  Perciò al referendum del 2 giugno 1946 la Monarchia ottenne quasi 11 milioni di voti e la repubblica appena il 42% degli aventi diritto al voto. La Repubblica Gli inflisse l'esilio: una condanna non solo verso la Sua Persona, ma contro la Storia d'Italia.

   In ormai oltre settant'anni  la Repubblica non ha fatto quello che tutti gli altri Paesi d'Europa, dalla Russia all'Albania, da Austria, Germania, Montenegro e ogni altro Stato,  hanno compiuto per i propri antichi Re: recuperarne le salme e tumularle in Patria, pilastro della propria storia. Ora tocca allo Stato rimediare.

    Sicura che voi tutti condividiate il mio pensiero, mi domando come nel 2018 l'Italia possa rievocare la Vittoria dimenticando all'estero il Re Soldato e la Regina Elena.

    Caro Presidente Mola, auguro pieno successo al Convegno e alla Seduta della Consulta dei Senatori del Regno, di cui sono componente e i cui programmi approvo. So che la Consulta ha per insegna la divisa di Mio Padre e di Mio Nonno: “Italia innanzi tutto!”. Essa ci unisce.

Ginevra, 18 marzo 2017

                                                                          Maria Gabriella di Savoia

LA FIGURA DI «BISAGNO» NELLA RINASCITA DELL’ITALIA

Aldo Gastaldi, Medaglia d’Oro, primo Partigiano d’Italia


Pubblichiamo il testo della conferenza che il giornalista e storico Luciano Garibaldi ha svolto domenica 19 marzo 2017 al Circolo REX, in via Marsala 32, a Roma. La vicenda ricostruita e narrata da Garibaldi, autore di oltre quaranta libri divulgativi di storia contemporanea, si inquadra nell'imminente anniversario del 25 Aprile 1945, giornata conclusiva della seconda guerra mondiale e della guerra civile in Italia. Sull'argomento, Luciano Garibaldi, indagando sulle molte ombre che ancora oscurano quella fatale data, ha scritto, tra gli altri, il libro «I Giusti del 25 Aprile. Chi uccise i partigiani eroi», Ares, Milano, 2005.


di Luciano Garibaldi


Sono molti gli episodi oscuri della guerra di liberazione. E basterebbe ricordare il film “Porzus” di Renzo Martinelli, che ricostruisce il massacro di 17 partigiani cattolici della Brigata Osoppo attuato dai gappisti del Partito Comunista per favorire le pretese di Tito sulle terre italiane orientali. Io prenderò lo spunto dal mio libro «I GIUSTI DEL 25 APRILE», dedicato alle attività militari, e alle circostanze della morte (tuttora non chiarite) di tre Eroi della guerra di Resistenza, Caduti in Lombardia:
- il tenente di artiglieria MOVM Aldo Gastaldi «Bisagno», comandante della mitica Divisione ligure «Cichero», che combatté tra la Liguria e l'Emilia;
- il capitano MBVM Ugo Ricci, ufficiale degli Autieri che, dopo l'8 settembre 1943, creò il movimento partigiano nella Val d'Intelvi, in provincia di Como, e cadde con i suoi uomini durante l'assalto alla caserma delle Brigate Nere di Lenno (Lago di Como), ove si trovava il ministro dell'Interno di Salò Buffarini-Guidi, nel tentativo di catturarlo per scambiarlo con i suoi compagni prigionieri. Ma non cadde perché colpito dai fascisti, bensì da un gruppo di partigiani comunisti comparso alle sue spalle, e inviato sul posto dai capi comunisti della Resistenza, che non tolleravano il suo modo umanitario di condurre il confronto con i fascisti.
- Terzo “Giusto del 25 Aprile”, il tenente colonnello dei Reali Carabinieri MAVM Edoardo Alessi, comandante della Prima Divisione Alpina Valtellina, autore di leggendarie imprese contro i tedeschi, e anch’egli misteriosamente raggiunto da colpi d’arma da fuoco all’indomani della Liberazione, mentre stava recandosi al suo comando da dove aveva deciso di interrompere anche con la forza le uccisioni in massa dei fascisti che si erano arresi.
La storia dei tre comandanti della Resistenza presenta una caratteristica comune: essi furono uniti dal fatto di essere tutti ufficiali del Regio Esercito, monarchici, non comunisti e dal fatto che non fecero in tempo a godere il frutto del loro valore perché morirono «al momento giusto»: «Bisagno» finito sotto le ruote di un camion mentre riportava a casa, ai loro genitori, a Desenzano, i ragazzi fascisti della Monterosa che avevano smesso di combattere a fianco dei tedeschi per passare ai suoi ordini; Ricci perché ucciso da una raffica alla schiena unitamente ai suoi più fedeli collaboratori; Alessi perché caduto in una dubbia imboscata «fascista» il 25 aprile, ossia proprio nel giorno in cui i fascisti erano in rotta in tutta la Lombardia.
Ma l’oggetto e il protagonista del nostro incontro è Aldo Gastaldi, giustamente passato alla storia come “primo partigiano d’Italia”. L’8 settembre 1943, all’annuncio della resa dell’Italia, Aldo Gastaldi, genovese, classe 1921, è sottotenente del 15° Reggimento Genio di stanza a Chiavari, riviera ligure di levante. In breve, la caserma è circondata da autoblindo e carri tedeschi che intimano la resa. Gastaldi, con una diecina di soldati a lui fedelissimi, riesce a fuggire attraverso un cunicolo sotterraneo, dopo essersi caricato di armi, e raggiunge il paesino di Cichero, sulle alture del Chiavarese, dove ha un amico fidato, il parroco don Attilio Fontana. Don Fontana diventerà poi cappellano della prima formazione armata della Resistenza che, al comando di Gastaldi, prenderà il nome di «Divisione Cichero» (in omaggio al paese che ha accolto i primi soldati ribellatisi ai tedeschi), trasformandosi in una imbattibile unità combattente, autentico mito della Resistenza in Liguria e sull’appennino ligure-emiliano (province di Genova e Piacenza).
La qualifica di “primo partigiano d’Italia” che, da allora, identifica Aldo Gastaldi, non significa che egli sia stato il primo militare ad opporsi all’intimazione di resa dei tedeschi. Ed è sufficiente ricordare eventi drammatici come la battaglia di Porta San Paolo, a Roma, che vide combattere contro i tedeschi i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello e il Genova Cavalleria. Oppure il sacrificio del generale Ferrante Gonzaga, che a Salerno si oppose, impugnando la pistola, all’intimazione di resa rivoltagli dai tedeschi e fu ucciso a raffiche di mitra. Per non parlare dei quasi duemila morti della Divisione Acqui, a Cefalonia, e della resistenza opposta dalle nostre truppe di stanza in Corsica. Sicuramente, episodi che onorano l’Italia, ma che si conclusero, purtroppo, con la sopraffazione dei nostri soldati ad opera dei tedeschi.
Aldo Gastaldi, invece, riuscì a sottrarsi allo scontro armato e fu il primo a dar vita ad una formazione militare agguerrita e temuta dal nemico, che avrebbe dato filo da torcere ai tedeschi da quell’8 settembre fino al termine del conflitto. Appunto, la Resistenza. Ben presto, a Cichero affluirono soldati inglesi e australiani fuggiti dal campo di prigionia di Cicagna, nonché numerosi soldati italiani che non intendevano arrendersi ai tedeschi, ma continuare a combattere in nome del Re.
La voce corre tra le vallate. Unità fasciste tentano alcuni assalti ma vengono respinte. I componenti la «Cichero» si attengono ad una sorta di regolamento non scritto ma conosciuto a memoria da tutti gli uomini di «Bisagno». Un regolamento che sarebbe passato alla storia come il «codice di Cichero». Eccone i punti salienti:
- ogni comandante di gruppo (commissari, intendenti, comandanti di distaccamento) è eletto dalla base;
- ogni nome di paese, montagna, vallata viene cambiato, per confondere eventuali infiltrati-spie;
- è severamente proibito toccare le donne che non lo desiderano;
- ogni rifornimento alimentare richiesto ai contadini va pagato;
- i comandanti devono dare l’esempio a tutti i partigiani (ecco, su questo tema, un brano della direttiva di «Bisagno»: «Il capo mangia sempre per ultimo, sceglie per ultimo la sua parte, beve per ultimo alla fonte o alla bottiglia, fa di notte il turno più pesante»);
- sono rigorosamente vietati bestemmie e turpiloquio.
«Bisagno», da sempre cattolico convinto e osservante, aveva scritto in proposito, in una direttiva ai suoi uomini: «La bestemmia è, per chi crede, una abiezione e, per chi non crede, una stupida inutilità. In ogni caso è simbolo di pervertimento. Ad impedirla e punirla devono provvedere i commissari politici». In ordine alla fede religiosa di Gastaldi, vale riportare il seguente aneddoto che mi fu riferito dal figlio del partigiano Roberto Pisotti, nella cui abitazione a Barchi, in alta Val Trebbia, provincia di Piacenza, «Bisagno» si era recato il giorno di Natale 1944. Vicino alla casa di Pisotti c’era una piccola fontana completamente ghiacciata. Lui voleva andare a Messa e ricevere la Comunione. Ruppe il ghiaccio e si lavò il busto e il viso per presentarsi pulito alla Messa di Natale.
A partire dal gennaio 1944, ha inizio una serie di azioni militari che ben presto procurano a «Bisagno» (il suo nome di battaglia, preso a prestito dal torrente che scende dalle montagne e attraversa Genova) e ai suoi uomini la fama di invincibili. Gastaldi riesce quasi sempre a costringere alla resa il nemico, sia esso «repubblichino» o tedesco, senza colpo ferire.
Ma il suo capolavoro rimarrà per sempre il «recupero» alla guerra di liberazione di una importante unità della Divisione Alpina «Monterosa» il Battaglione «Vestone», che aveva all’attivo una brillante tradizione militare risalente alla Prima Guerra Mondiale.
La «Monterosa» era una delle quattro Divisioni delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, formate in Italia dai ragazzi di leva e addestrate in Germania. Il Battaglione «Vestone» era impegnato sull’appennino ligure-emiliano. In più occasioni «Bisagno», travestito da alpino, si era intrufolato nei ranghi della formazione per sondare le possibilità di defezione dei ragazzi con i fasci alle mostrine. Alcuni alpini lo avevano subito seguito, altri erano rimasti nella formazione come suoi informatori e propagandisti. E finalmente, dopo una serie di incontri segreti con gli ufficiali della formazione, l’intero Battaglione, con alla testa il suo comandante, maggiore Cesare Paroldo, il 4 novembre 1944, data simbolica perché anniversario della vittoria italiana del 1918 sugli austro-tedeschi, era entrato a far parte della Divisione «Cichero» con armi, salmerie, carriaggi e radio da campo: caso unico durante tutto il corso della guerra civile, ufficializzato con questo solenne ordine del giorno della Divisione «Cichero»: «Stamani, nell’anniversario dell’armistizio che l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico e tedesco nella Grande Guerra, il Battaglione alpino “Vestone” è passato al completo nelle file della terza Divisione Garibaldina “Cichero”. Gli Alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quell’Italia nostra e onesta che combatte sui monti per la sua libertà. Il Comando della terza Divisione Garibaldina “Cichero” saluta gli Alpini del Battaglione “Vestone” e plaude al loro gesto, alla ritrovata fraternità nel nome dell’Italia».
La reazione da parte fascista era stata sottotono, un po’ per lo smacco subito, un po’ per non dare troppo rilievo alla faccenda che forse era meglio passare sotto silenzio. Non così da parte tedesca. Reparti di SS e di fanti partiti dal Piacentino sferrarono numerosi attacchi alla zona «tenuta» dalla «Cichero», ma con esiti catastrofici. Ai primi di dicembre gli uomini di «Bisagno» vinsero la battaglia di Ponte Organasco (Piacenza) contro una Compagnia tedesca che fu posta in fuga senza alcuna perdita da parte italiana. Alcuni giorni dopo, i tedeschi ci riprovarono con tre Compagnie, ma dovettero battere in ritirata.
Ma neppure il comando delle Divisioni “garibaldine” aveva gradito il tono con cui “Bisagno” aveva accolto come fratelli gli alpini della “Monterosa”. Infatti, il CVL (Corpo Volontari per la Libertà) predicava non la pacificazione con i fascisti ma il loro sterminio. E fu l’inizio di un’aspra contrapposizione tra gli uomini di «Bisagno» e quelli con il fazzoletto rosso al collo, culminato in un confronto a mani armate che non si concluse nel sangue solo per la ferma condotta di Gastaldi
Accadde ai primi di marzo del 1945, allorché il comandante della Sesta Zona Anton Ukmar «Miro» decise di spaccare in due tronconi la «Cichero. «Miro», di origine slava, era un comunista integrale, direttamente gestito dal Partito e, attraverso questo, da Mosca. Aveva all’attivo non solo la guerra di Spagna, combattuta con le formazioni dipendenti da Luigi Longo, ma addirittura la guerriglia anti-italiana in Africa Orientale, dove, dopo l’ingresso delle truppe di Mussolini ad Addis Abeba, aveva comandato numerose bande di terroristi abissini. «Miro» non poteva tollerare il conclamato anticomunismo di «Bisagno» specialmente dopo che Gastaldi aveva posto un deciso alt anche per iscritto alla penetrazione dell’ideologia e dei piani insurrezionali comunisti tra i suoi uomini. Il contrasto politico era culminato nella decisione di “Bisagno” di non presentarsi ad una riunione convocata da “Miro”.
La reazione non si fece attendere. Il comandante della Sesta Zona richiese l’intervento del Comando Regionale del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria, che inviò a Carrega, dove operava «Miro», due plenipotenziari, Carlo Farini ed Errico Martino. Fu presa una drastica decisione: «Bisagno» non avrebbe più potuto esercitare alcuna funzione di comando e anzi sarebbe stato estromesso dalla Resistenza e rimandato a casa.
Venne così convocata a Fascia, per la mattina del 7 marzo, una riunione di tutti i comandanti delle Brigate della Sesta Zona. Questa volta fu «Bisagno» a decidere di partecipare e fin dal primo momento il clima divenne incandescente per le durissime accuse rivolte dal giovane genovese al «veterano» slavo: accuse di incompetenza tattica, di gravissimi errori militari che avevano portato alla morte di numerosi partigiani. La riunione era iniziata da poco, e «Miro» non aveva ancora avuto il tempo di ribattere a «Bisagno», quando fece irruzione nel salone un gruppo di partigiani della “Cichero”, armi spianate, comandati da Elvezio Massai «Santo». Erano gli uomini del distaccamento «Alpino», confluiti a Fascia assieme ai compagni del distaccamento «Vestone» (gli ex alpini della «Monterosa» passati con «Bisagno»). In totale, un centinaio di giovani armati fino ai denti. Mentre gli uomini del «Vestone» circondavano il piccolo centro montano, quelli dell’«Alpino» tenevano sotto il tiro dei mitra i comandanti partigiani comunisti e le loro scorte.
Trascorsero interminabili minuti. I comandanti di Brigata avevano gli occhi sbarrati, «Bisagno» aveva le mascelle contratte, mentre nessuno si azzardava ad estrarre la pistola, nel timore che gli uomini di «Santo» aprissero il fuoco.  Poi, il primo a infrangere quel silenzio di ghiaccio fu Stefano Malatesta «Croce», comandante della Brigata «Jori», da cui dipendevano sia l’«Alpino», sia il «Vestone». Dunque, il diretto superiore di «Santo».
«Croce», paonazzo in volto, era letteralmente fuori si sé. Le parole gli uscivano dalla gola con un sibilo. «Ciò che sta accadendo è inconcepibile», iniziò, e proseguì - aumentando via via il tono della voce fino ad urlare - con l’aperta accusa a «Santo» di fascismo e di meritare la condanna a morte per quello che aveva osato fare. In un attimo, scattarono gli otturatori. A questo punto fu «Bisagno» ad intervenire ordinando ai suoi uomini: «Abbassate le armi!». Bene o male, si ristabilì un clima di normalità. Al fedelissimo Elvezio Massai bastò un’occhiata del suo comandante “Bisagno” per fare un cenno eloquente agli uomini: «Rimettete le armi in spalla, uscite dal locale e lasciate che la riunione si svolga senza intoppi!»
E la riunione si concluse con il classico compromesso all’italiana. «Bisagno» accettò la costituzione della «Pinan Cichero» al comando di Aurelio Ferrando «Scrivia», non particolarmente vicino ai comunisti ma assolutamente alieno dal contrastarli. Sta di fatto che, da quel giorno, “Bisagno” prese l’abitudine di dormire ogni notte con la pistola sotto il cuscino non per paura dei nazi-fascisti ma dei partigiani comunisti.
«Bisagno» morì, ventiquattrenne, mentre riportava a casa, per restituirli alle loro famiglie, i ragazzi del «Vestone». Sulla strada costiera del lago di Garda, cadde dal camion sul quale viaggiava e – così narra la vulgata – fu schiacciato dalle ruote. Ma 60 anni dopo, il suo cugino e compagno di battaglie Dino Lunetti, in una intervista concessa al mio collega e collaboratore Riccardo Caniato, e pubblicata nel mio libro «I Giusti del 25 Aprile», ha demolito tale versione fornendone una molto più verosimile: avvelenato con una sostanza mortale. Infatti, la vulgata che ancora oggi tiene banco sui libri di storia che parlano di lui, ci racconta che “Bisagno” era seduto sul tetto della cabina di guida del camion con il quale aveva riportato alle loro case i suoi ragazzi, e cantava una canzone di guerra, quando il veicolo dovette affrontare una curva improvvisa e Gastaldi perse l’equilibrio cadendo sull’asfalto, finendo sotto le pesanti ruote del mezzo, e rimanendo ucciso sul colpo.
Ebbene, Lunetti, accorso in lacrime per vedere la salma del cugino, esposta al Circolo Ufficiali di Genova, constatò che il torace era integro, e si avvide che, ad intervalli regolari, un medico partigiano praticava iniezioni continue alle braccia del cadavere. Perché? Per eliminare ogni traccia del veleno, quasi certamente nascosto in qualche bevanda assunta da “Bisagno” durante quella fatale trasferta sul Garda. Purtroppo, non venne mai eseguita l’autopsia, anche perché nessuno, in quei giorni, poteva neppure lontanamente immaginare i capi del CLN capaci di un così vigliacco crimine.
Quando il mio libro «I Giusti del 25 Aprile» arrivò nelle librerie, silenzio di tomba da parte dei grandi organi d’informazione, per non parlare della TV, soprattutto sulla rivelazione di Dino Lunetti. Ma – pensate un po’ – pochi mesi dopo, nella ricorrenza dell’anniversario del 25 Aprile, su proposta dell’ANPI, i resti di “Bisagno”, fino a quel momento dimenticati, furono traslati nel Pantheon degli eroi, nel cimitero di Staglieno, con tanto di cerimonia ufficiale e partecipazione delle istituzioni: Comune, Provincia, Regione. Perché non farlo prima? Avevano avuto a disposizione sessant’anni, per pensarci.
Giunti a questo punto, la domanda di fondo è: che interesse avevano, le formazioni comuniste della Resistenza, a sopprimere “Bisagno”? La risposta è molto semplice: Gastaldi, nauseato dalle vendette che venivano compiute ogni giorno sui fascisti sconfitti a arresisi, aveva deciso di intervenire con la forza per far cessare quell’ondata di omicidi. E lo aveva anche annunciato apertamente nel corso di una riunione di vertici partigiani svoltasi all’Hotel Bristol di via XX Settembre, a Genova. In particolare, aveva appreso che a Bogli e a Rovegno, due piccoli centri-chiave dell’Appennino, ai piedi del Monte Antola, ovvero nel cuore della zona dove per mesi aveva combattuto contro l’invasore, erano stati creati, da formazioni autonome comuniste, due campi di concentramento e di eliminazione dove centinaia di prigionieri fascisti rischiavano di essere passati per le armi senza processo, senza condanne, senza alcuna ragione.
Purtroppo, i suoi timori divennero realtà. All’indomani della sua “provvidenziale” morte, nella sola Colonia di Rovegno vennero portate a compimento oltre 600 esecuzioni capitali, come rivelerà, molti anni dopo, un rapporto della Questura di Genova rintracciato dallo storico Carlo Viale, presidente dell’Associazione “Amici di Fra’ Ginepro”, e riprodotto nel suo libro «Fratricidio». Nel rapporto, datato 31 gennaio 1946, si legge che… «nel territorio di codesto Comune sono venute alla luce varie fosse di cadaveri che si presume contengano circa 600 salme non identificate, che, oltre a costituire un pericolo per l’igiene e la salute pubblica, sono motivo di critiche verso le Autorità da parte della popolazione».
Il rapporto, diretto al Sindaco di Rovegno e al Prefetto di Genova, così terminava: «Pregasi disporre che le salme contenute nelle fosse  suaccennate, vengano esumate interessando nel contempo il Comando Stazione Carabinieri per i possibili accertamenti relativi alla identificazione delle salme stesse, e alle cause della morte, riferendone alla Procura del Regno».

E’ superfluo ricordare che nessuna di quella salme venne identificata, che nessuno pagò per la loro misera e crudele morte, e che Aldo Gastaldi, se non fosse stato vigliaccamente assassinato, li avrebbe sicuramente sottratti ad un così misero destino. E una ben diversa ed accettabile Italia sarebbe risorta dalle macerie della guerra civile.

martedì 21 marzo 2017

Elena di Savoia protagonista a Pisa: presentato il libro sulla regina buona


Pisa, domenica 19 marzo, successo senza precedenti per la presentazione dell’ultima fatica dello storiografo di Casa Savoia, il Marchese Guglielmo Bonanno di San Lorenzo affidata allo specialista di diritto nobiliare il Marchese Prof. Emilio Petrini Mansi della Fontanazza titolare dello Studio legale di Diritto Nobiliare di Viareggio, promossa dall’Istituto Internazionale di Diritto Nobiliare Storia ed Araldica e patrocinata dall’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon.



Si apprende dall’appassionata esposizione del testo del Marchese della Fontanazza come questo libro è il frutto di una pluriennale minuziosa ricerca documentale di Bonanno di San Lorenzo sull’intera vita di Elena di Savoia, nata Petrovich Niegos, Principessa del Montenegro e che divenne Regina d’Italia nel 1900, dopo aver sposato, qualche anno prima, il Principe Ereditario Vittorio Emanuele. Il loro fu un autentico matrimonio d’amore (a dispetto delle rigide regole dinastiche dell’epoca) che durò quasi mezzo secolo.

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lunedì 20 marzo 2017

Quell’incontro da Re dei carnevalari

In una foto ritrovata in un libro sull’esilio di Umberto II sono immortalati carristi e operai di Viareggio



VIAREGGIO. «Ma chi è che tocca la spalla del re?». Alessandro Santini, ex presidente della Fondazione Carnevale, sfoglia il libro “Il pensiero e l’azione del re Umberto II dall’esilio” scritto dallo storico ministro della Real Casa Falcone Lucifero: d’un tratto intravede una fotografia che ritrae l’ultimo sovrano d’Italia assieme ad alcuni operai. «Pensavo fossero quelli che avevano costruito Villa Italia a Cascais», racconta Santini. Macché: chi sembra quasi abbracciare il figlio di Vittorio Emanuele III è il carrista Nilo Lenci, ma Santini lo scoprirà soltanto dopo aver letto la didascalia. Che recita: «Estoril (Portogallo) aprile 1959. Il Re Umberto II tra gli operai viareggini addetti alla costruzione di carri allegorici ispirati a motivi portoghesi».

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domenica 19 marzo 2017

Quella sfida d’arte con Salvador Dalì. Vinsero i carristi sotto gli occhi del Re

Nilo Lenci stringe la mano a Umberto II con l’impermeabile. In alto: Arnaldo Galli esamina la foto con la lente



Articolo da www.lanazione.it
di Paolo di Grazia
Viareggio, 19 marzo 2017 - QUELLA volta che i carristi viareggini vinsero il confronto con Salvador Dalì sotto gli occhi ammirati del Re. E’ successo anche questo al Carnevale di Viareggio, nell’ormai lontanissimo 1959 e fa parte di una piccola storia dimenticata dai più e recuperata dall’ex presidente della Fondazione Alessandro Santini. Tutto nasce dalla lettura di un libro di cui Santini è entrato in possesso: «Il pensiero e l’azione del Re Umberto II dall’esilio» di Lucifero Falcone, edito Rizzoli.
Ebbene all’interno del libro c’è una bella foto in bianco e nero con una semplice didascalia: «Estoril (Portogallo), aprile 1959. Il Re Umberto II tra gli operai viareggini addetti alla costruzione di carri allegorici ispirati a motivi portoghesi». 

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http://www.lanazione.it/viareggio/cronaca/storia-1.2975854

Ricordando Re Umberto II a trentaquattro anni dalla morte

 di Emilio Del Bel Belluz.

Il 18 marzo 1983 moriva in Svizzera l’ultimo Re d’Italia, Umberto II, per una crisi cardiaca, dopo una lunga malattia. Ma il cuore del Re aveva già finito di battere nel momento della sua partenza dall’Italia, con il volto sorridente aveva salutato i suoi corazzieri e quei fedeli che lo avevano sostenuto. Se ne andò con la morte nel cuore, augurandosi di morire mentre l’aereo stava affrontando una tempesta in volo. Giunse in Portogallo, a Cascais, nobile paese che lo accolse per ben trentasette anni di doloroso esilio.

Ogni volta che mi capita di incontrare un portoghese lo ringrazio per avere ospitato il Re.
Non credo che il Re avesse mai pensato di rimanere lontano dalla sua patria per sempre, anche perché non aveva fatto nulla di male, anzi se ne era andato per evitare una guerra civile che avrebbe insanguinato il Paese.  L’Italia ricompensò questo suo nobile animo con l’esilio fino alla morte, avvenuta in una clinica svizzera. 

Aver fatto morire  in esilio il  Re è da considerarsi una cosa grave, mentre il nostro Paese  garantisce ogni diritto a chiunque metta piede in Italia e ogni tipo di sostegno anche a quelli che delinquono. I Savoia neanche da morti sono potuti ritornare in Italia e questo è un segno di una democrazia che traballa. L’ultimo appello per il rientro dei Savoia fu fatto al Presidente della repubblica dalla principessa Maria Gabriella che chiese di poter rimpatriare i suoi nonni, il Re Vittorio Emanuele III e la diletta Regina Elena di Montenegro, nonché il Re Umberto II e la regina Maria Josè. Questo appello non ebbe nessun riscontro. Quanto sarebbe bello che gli ultimi re d’Italia potessero riposare al Pantheon dove sono sepolti gli altri sovrani. In questo modo si sarebbe scritta una pagina di storia meno vergognosa.

Ma la storia viene scritta dai vincitori.  Ho l’impressione che il mio Paese si spaventi per ogni iniziativa che non sia condivisa dal governo di sinistra, comprensivo verso tutti, ma non con la propria storia e con i Savoia che hanno unificato l’Italia. Si può constatare che in questi settanta anni dalla fine della monarchia, il Paese si presenta sempre più disunito e sempre più povero d’ideali di patria.

L’Italia che non aiuta gli italiani come dovrebbe è un ‘Italia che ogni giorno conta i passi che le mancano per sparire come nazione. Basti pensare alla denatalità che è già un dato stabile nel nostro Paese, si nasce di meno perché si ha paura di mettere al mondo nuovi italiani senza prospettive di futuro. Il marzo 1983 ad oggi sono trascorsi 34 anni dalla scomparsa di Re  Umberto II, un re che è stato dimenticato perché in pochi ne  hanno parlato in questi anni, e se lo hanno fatto, spesso è stato per calunniarlo.


Personalmente lo ho sempre amato perché ho visto in lui l’uomo che ha vissuto una vita difficile con il tormento della solitudine dell’esilio e con la tristezza di non aver potuto essere con i suoi amati italiani. Alla sua morte, lasciò alla Chiesa, la Sacra Sindone, ma la Chiesa lo ha dimenticato. La stampa cattolica non gli ha mai dato lo spazio che avrebbe meritato. Eppure i Savoia sono stati sempre vicini alla Chiesa e ai suoi papi.     

Voglia di Re, i monarchici pensano alle urne

di  Alfonso Raimo-Dire

Al grido di “avanti Savoia!”, sospinti dal proporzionale e ingolositi da una soglia di sbarramento accessibile, i monarchici accarezzano l‘idea di candidarsi alle politiche.
“Estote parati”, dice il presidente dell’Unione monarchica italiana Alessandro Sacchi, al termine di un infuocato discorso a Roma, in via Cavour.

Ad applaudire, in una sala dove sono rimasti solo posti in piedi, tra corone e gigantografie di Umberto II, stemmi della casa reale e tricolori del Regno, anche l’ex presidente del Senato (della Repubblica) Renato Schifani, l’ex ministro montiano Giulio Terzi di Sant’Agata, l’ex presidente della commissione finanze della Camera Daniele Capezzone.
Sua altezza reale Bianca di Savoia-Aosta, contessa Arrivabene, primogenita del duca Amedeo, rappresenta la dinastia (ex) regnante ( in realtà S.A.R. la Principessa Mafalda, terzogenita del Duca Amedeo, n.d.staff).
Spunta anche una fascia tricolore: la indossa Camillo Savini, consigliere comunale a Penne, Pescara (‘Ho la delega al Risorgimento’, spiega).

I monarchici 2.0 non hanno superato il trauma del 2 giugno 1946.Vorrebbero appellarsi nuovamente al popolo per porre l’antico dilemma: repubblica o monarchia? E questa volta, sono convinti, le cose andrebbero diversamente. Anche perché’, quel referendum sfociò in “un colpo di stato”, sostiene lo storico Francesco Perfetti. E fu solo la “grande responsabilità” di Umberto II, “uomo dal carattere meraviglioso e dai sentimenti buoni” a evitare la guerra civile. Dal lungo esilio istituzionale i monarchici potrebbero tornare oggi se la politica ne accogliesse le richieste: in primis, il rientro delle salme dei Savoia. E poi la cancellazione delle tre lettere, ‘non’, dall’articolo 139 della Costituzione (‘la forma repubblicana non puo’ essere oggetto di revisione costituzionale’).
Piattaforma accolta solo parzialmente da Schifani, per il quale “il rientro delle salme e’ di buon senso”. Impervia, invece, la strada che conduce alla revisione costituzionale: “In questa legislatura non ci sono le condizioni. Nel prosieguo, se tutte le forze politiche, a 360 gradi, fossero d’accordo, si potrebbe aprire un dibattito…”, spiega l’ex presidente del Senato. Troppo poco per convincere Sacchi, che dal palco chiede l’abrogazione del 139, “una mostruosità giuridica”.
“Noi- spiega alla DIRE il presidente dell‘Unione monarchica italiana- abbiamo due richieste. O ce le danno, o faremo da soli. Non escludiamo niente. E’ finito il tempo in cui eravamo solo portatori di voti”. Che possano esserci candidati monarchici, o liste monarchiche alle elezioni del 2018,  è sub condicione della legge elettorale.
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sabato 18 marzo 2017

18 Marzo



Noi non dimentichiamo l'infamia della repubblica che da 70 costringe all'esilio i Re d'Italia

“Umberto II, settant’anni di esilio”: sabato il convegno a Roma




Umberto II, settant’anni di esilio è il tema del convegno che si terrà sabato 18 marzo al Centro Congressi Cavour di Roma. Sono previsti gli interventi del prof. Aldo A. Mola, del prof. Francesco Perfetti, dell’avvocato Marco Grandi. Concluderà la giornata Alessandro Sacchi, presidente dell’Unione Monarchica Italiana. Alle 18, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, ci sarà la Messa in suffragio.
Alessandro Sacchi, che cosa rimane di Umberto II nella memoria degli italiani settant’anni dopo il referendum del 2 giugno 1946?
Umberto II, riduttivamente nominato “il Re di maggio”, fu a capo dello stato unitario per due anni, dal 5 giugno 1944, con la nomina a Luogotenente Generale del Regno, anticipando le grandi linee a cui avrebbe ispirato la sua opera di innovatore. Sua fu la decisione di formare l’Assemblea regionale siciliana, di cui firmò lo Statuto. Fortemente volle l’estensione del diritto di voto alle donne, già nel 1945 ed è notoria la sua opera per la pacificazione nazionale, nel poco tempo che ebbe a disposizione, favorendo il dialogo tra le parti politiche in un Paese appena uscito da una guerra perduta.


23 giorni di regno, 70 anni di esilio

Nei 37 anni di esilio da vivo, il Re si distinse dando un esempio di sobrietà e di misura. Sempre disponibile alle richieste di tutti gli italiani che avessero bisogno di aiuto, non ebbe mai risentimento per quella che continuò a considerare la sua Patria, invitando, anzi, ad amarla a rispettarla e servirla e, nonostante negli ultimi anni l’incalzare dell’età e della malattia gli avessero fatto sperare di poter morire in Italia, l’esilio continua…
A cosa punta l’Unione Monarchica?
Lottiamo per il conseguimento dei due nostri principali obiettivi: la sepoltura nel Pantheon delle salme di Umberto II, con la regina Maria Josè, e di Vittorio Emanuele III, con la Regina Elena. E soprattutto ottenere l’abrogazione dell’art.139 della Costituzione, “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

http://www.secoloditalia.it/2017/03/umberto-ii-settantanni-di-esilio-sabato-il-convegno-a-roma/

giovedì 16 marzo 2017

Commemorazione di Re Umberto II


Conferenza del Circolo Rex, 19 Marzo



Sala Uno, Roma Via Marsala 42

19 marzo

- dr. Luciano GARIBALDI

“I giusti del 25 aprile”

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Sarà possibile acquistare la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, già pubblicato nel 1968 in occasione del Cinquantenario ed ora nuovamente pubblicato nei “ Libri del Borghese”, stampato dalla Casa Editrice “ Pagine” di Roma 

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 N. B. Ingresso ore 10,15, inizio conferenza ore 10,30. 


La S.V. è invitata

mercoledì 15 marzo 2017

Grillo, il Risorgimento,Torino

di Pier Francesco Quaglieni

Lo sappiano, i torinesi. Grillo detesta il Risorgimento. Di recente  ha richiesto l’istituzione per il 13 febbraio di un ennesimo Giorno della Memoria per ricordare quelle che lui definisce le vittime del Risorgimento, nell’anniversario della caduta di Gaeta  e  della fine del Regno borbonico delle Due Sicilie che concluse la spedizione dei Mille di Garibaldi, dopo l’incontro a Teano tra il condottiero dei Due Mondi e Vittorio Emanuele II.
Forse Grillo pensa di sottrarre voti alla Lega, temibile concorrente al Nord  nella rincorsa populistica, demonizzando la nostra storia come fece Bossi in passato. La Lega in effetti  ha accantonato i temi antisorgimentali e addirittura il 24 maggio  2015 - centenario dell’ingresso dell’Italia  nella Grande Guerra - Salvini e Zaia sono andati in riva al Piave ad attingere acqua del "fiume sacro" come Bossi faceva alle sorgenti del Po.
Grillo nella sua sbornia demagogica vuole travolgere tutto, in primis la democrazia rappresentativa con il ricorso al mito di un nuovo Rousseau in rete. Il richiamo a Rousseau, almeno alle persone colte, dovrebbe essere sufficiente per capire cosa si celi dietro quel nome: la giustificazione a priori del giacobinismo che dalla Rivoluzione francese a quella russa di cent’anni fa ha intossicato due secoli con ghigliottine, terrore e stragi.
Ma come è possibile che nessuno a Torino abbia levato la sua voce contro la proposta di Grillo di celebrare le presunte vittime del Risorgimento ?
E’ passato esattamente un mese dalla proposta, ma il silenzio l’ha fatta da padrone.
La Torino che fu prima Capitale d’Italia e  prima protagonista del Risorgimento, avrebbe dovuto, a livello pubblico, prendere posizione contro Grillo. Tutti hanno taciuto. Magari alcuni per disinformazione, altri per disprezzo verso le sparate di Grillo, ma sicuramente alcuni hanno taciuto per convenienza. Se oggi fosse in vita, un uomo come Narciso Nada, storico del Risorgimento, ma anche degli Antichi Stati italiani preunitari, non avrebbe avuto esitazioni a replicare a muso duro per le rime in quella che Adolfo Omodeo definiva la “difesa del Risorgimento”. Lo fece  insieme a me anche  agli albori del leghismo.  Il meridionale Croce parlò addirittura di “Sorgimento” per sottolineare come esso fosse l’unica grande pagina della storia italiana.
Alcuni pallidi  risorgimentalisti torinesi si baloccano con altre cose, ma non hanno avuto il coraggio di replicare a Grillo, come in passato  non lo ebbero nei confronti dei leghisti.
D’altra parte le cattedre di Storia del Risorgimento nelle Università italiane vengono sistematicamente eliminate a favore della Storia contemporanea, ritenendo che il Risorgimento non meriti più studi specifici.
Solo Dino Cofrancesco, la mente più illuminata dell’Università di Genova, gran nemico di quello che lui definisce il “gramsciazionismo" torinese, ha scritto il suo dissenso e la sua indignazione, ricordando le parole di Rosario Romeo, il grande biografo di Cavour: “La crisi dell’idea di Nazione ha indotto molti italiani a rinunciare al rispetto di sé stessi come collettività e come civiltà”.
E ha ricordato la grande lezione di Francesco de Sanctis che, in esilio a Torino, fu anche professore nella nostra Università. De Sanctis, sommo critico e storico della letteratura italiana e primo ministro della Pubblica istruzione del nuovo Regno, scelto da Cavour, patì il carcere sotto i Borboni.
Bisognerebbe opporre a Grillo la grande lezione degli storici italiani, molti dei quali originari del Sud, che hanno scritto la storia del  Risorgimento, contestando le tesi fortemente  ideologiche ma storicamente fragili di Gobetti e Gramsci che vollero vedere nel processo di unificazione una rivoluzione mancata o una conquista regia.
Mi limito, rispondendo a Grillo da modesto  storico del Risorgimento, con le parole di Giame Pintor scritte al fratello nel 1943 poco prima di morire, quando stava iniziando il suo impegno nella Resistenza : “Il Risorgimento fu l’unico episodio storico-politico... che (ha) restituito all’Europa un popolo di africani e di levantini".

Non va dimenticato che Pintor era sardo come Gramsci.

Delegazioni biellesi parteciperanno alle commemorazioni di Umberto II di Savoia a Hautecombe

In occasione del 34° anniversario della scomparsa di Umberto II, ultimo sovrano del Regno d’Italia- conosciuto anche con l’appellativo di Re di Maggio per la brevità del suo regno prima della proclamazione della Repubblica- la Delegazione della Provincia di Biella dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, in collaborazione col Circolo Storico Culturale Umberto I°, organizzerà, nella giornata di sabato 18 marzo, una speciale visita e commemorazione alla Reale Abazia di Hautecombe in Francia, luogo di sepoltura e mausoleo storico dei membri di Casa Savoia da secoli.

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