NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

venerdì 24 febbraio 2017

Il libro del nostro Chiaserotti

Per anni si è annidato nella mente dell’autore il desiderio di raccogliere i ricordi del periodo che vanno dal 1960 al 1986, momento in cui ha raggiunto uno dei primi traguardi della vita. Ma solo nel 2013, approfittando della quiete di Alfedena, borgo di montagna in provincia de L’Aquila, l’idea si è concretizzata nel volume che adesso stringete tra le mani. 
Ricordi vari è un testo autobiografico dal sapore narrativo. Gianluigi Chiaserotti qui mette in scena le sue memorie utilizzando la penna e l’inchiostro come fossero burattini cui dar vita sul foglio, offrendoci un racconto piacevole alla lettura e dal gusto originale. Un libro che guarda con affetto al passato e che riconosce alla storia la possibilità di definire il destino degli uomini semplicemente col suo lento procedere.
Gianluigi Chiaserotti nasce a Roma nel 1960.
Laureato in Giurisprudenza con una tesi in Storia del Diritto Italiano, oggi collabora anche con docenti universitari.

Oltre all’attività di consulente legale e notarile pubblica studi storiografici e ricerche intorno a personaggi o epoche storiche.

giovedì 23 febbraio 2017

5 giugno 1944 – 9 maggio 1946: due anni difficili – La Luogotenenza del Principe Umberto - seconda parte

DA BONOMI A DE GASPERI ED IN MEZZO PARRI

Se questi  eventi  militari e  diplomatici attestavano la  crescita del  prestigio del  Luogotenente, non  altrettanto  avveniva, come  già  detto, in sede  governativa  dove  venivano  proposte  provvedimenti  e  leggi  anche  con  effetti  retroattivi, quali  quelle  sulla  “epurazione”, che  colpiva  fra  gli  altri  quasi  tutti  i  Senatori  del  Regno, sui  “profitti  di  regime”, sull’Alta  Corte  di  Giustizia  e  successivamente  la  creazione  di  Corti  d’assise  straordinarie, che  il  Luogotenente, pur  non  condividendole,  non  poteva  non sanzionare. Vi  era  poi  una  continua  conflittualità  anche  all’interno  del  governo  tra  azionisti  e  socialisti  da  una  parte  e  liberali  e  democristiani  dall’altra  per  cui  Bonomi  dovette  presentare, il  26  novembre  1944, le  dimissioni  al  Principe, che  così  iniziò  le  consultazioni  ripristinando  la  prassi  del  Regno  del  Padre. Questa  prima  crisi  di  governo  ed  il  suo  svolgimento  è  significativo  perché  da  un  lato  rompeva  il  monopolio  e  la  monoliticità  del  CLN  e  dall’altro  ridava  alla  Corona  il suo  ruolo  di  mediazione. Bonomi  ebbe  il  reincarico  di  formare  il  governo  al  quale, incredibile  a  dirsi, non  parteciparono  azionisti  e  socialisti, per cui  vi  sarebbe  stata  una  svolta  al  centrodestra, se  i  comunisti, con  l’ormai  conosciuta  abilità  manovriera, non  avessero  invece  rinnovato  la  loro  partecipazione  governativa, raggiungendo  con  Togliatti, ministro  senza  portafoglio, la  Vice  Presidenza  del  Consiglio. Così  il  12  dicembre  1944  iniziava  il  secondo  governo  Bonomi, con  la  cerimonia  del  giuramento  al  Quirinale di  fronte  al  Principe, in  divisa, mente  i  ministri  erano  correttamente  vestiti  di  scuro. Il  testo  del  giuramento, era  ormai  quello  modificato, che  riportiamo: “Giuro  sul  mio  onore  di  esercitare  la  mia  funzione  nell’interesse  supremo  della  nazione  e  di  non  compiere  fino  alla  convocazione  dell’Assemblea  Costituente  atti  che  comunque  pregiudichino  la  soluzione  della  questione  istituzionale.” Testo  che  i  ministri  sottoscrissero, senza  però  prima  leggerlo, il  che  non  piacque  al  ministro  Lucifero  ed  anche  al  Luogotenente che  nel  suo  intimo  era  amareggiato  di  questi  sgarbi  minori, rispetto  a  quelli  maggiori  che  doveva  egualmente  accettare, con  il  suo  perfetto  autocontrollo. Per  cui  in  tutto  il  diario  tenuto  da  Lucifero, solo  una  volta, nel  maggio  successivo, si  legge  uno  sfogo  del  Principe:  “non  è  divertente  quello  che  faccio   se  non  fosse  per  compiere  un  dovere  per  il  paese”,  parole  che  confermano  l’altissimo  senso  del  “servizio”  che  ha  contraddistinto  tutta  la  sua  vita, ma  anche  quella  amarezza che  si  rivelava  nel  suo  aspetto  fisico,  precocemente  invecchiato, malgrado  avesse  appena  quarant'anni.   
In  queste  trattative  per  un  nuovo  governo, da  parte  di  Lucifero  e  dello  stesso  Luogotenente, circostanza  che  si  ripeté  anche  nelle  successive crisi  governative, ci  fu  il  tentativo  di  inserire  nella  compagine  ministeriali  alcuni  “grandi  vecchi” del  periodo  prefascista, ma su  questo  punto  la  volontà  monopolistica  del  CLN  fu  intransigente, come  pure  lo  fu  nei  confronti  delle  altre  formazioni  politiche  al  di  fuori  del  sei  partiti  e  di  questa  attitudine   prevaricatrice  fu  successivamente  prova  la  composizione  della  Consulta  Nazionale  di  cui  parleremo  più  avanti. E’  invece da  sottolineare  che  in  questo  secondo  ministero  Bonomi  appare  in  un  ruolo  importante, di  Ministro  degli  Esteri, il  leader  della  Democrazia  Cristiana, Alcide  De  Gasperi, che  nel  precedente  governo  era  stato  uno  dei  ministri  senza  portafoglio, il  che  lo  porta  a  frequente  contatto  con  il Ministro  della  Real  Casa  e  con  il  Principe  per  la  firma  dei  decreti  e  per  la scelta  dei  nostri  ambasciatori  nelle  principali  capitali  estere. E  di  questa  collaborazione  sono  significativi  diversi  episodi  come  la  firma  di  alcuni  decreti  il giorno  di  Pasqua, 1°  aprile  1945, dimostrazione  del  reciproco  alto  senso  del  dovere  che  vedeva  Principe  e  Ministro  al  lavoro  in un giorno  festivo, e  quando, sempre  nell’aprile  del ’45, De  Gasperi  preoccupato  per  la  sorte  di  Trieste, prega  il  Luogotenente  di  aiutarlo  intervenendo  sul  Maresciallo  Alexander, a  conferma  del  prestigio  che  il  Principe  Umberto  aveva  acquisito  presso  i  comandanti  angloamericani, per  cui il  Principe  si  recò  infatti  a  Caserta, il  22  maggio, a  parlare  con  Alexander, che  lo  trattenne  anche  a  colazione, e  sempre  De  Gasperi, dopo  un  lungo  colloquio  parla  di  averlo  trovato  talmente  preparato  su  tutti  gli  argomenti  trattati da  esserne  rimasto  colpito, mentre  la  stessa  impressione  non  aveva  avuto  in  un  primo  colloquio, mesi  prima  a Napoli. E  di  questa  competenza  e  capacità  del  Principe  sono  ulteriori  testimonianze  le  dichiarazioni  di  Benedetto  Croce, quale  questa: “Avendo  avuto  occasione  di  vedere  più volte  il  Principe  per  consultazioni  politiche  nel  1945  e nei  primi  mesi  del  1946, notai  la  sempre  più  progredente  sua  formazione  politica, l’ascoltare attento, il domandare  serio, la correttezza  costituzionale, il  sentimento  di  responsabilità  personale.”,  e , incredibile  a  dirsi, del  conte  Sforza, che  pur  divenuto  repubblicano, si  avvicinava  al  Principe, che, bontà  sua, : ”mi  pare  proprio  a  posto. Molto  meglio  di  quanto  pensassi”, chiedendo  ed  ottenendo  colloqui  riservati o  partecipando  il  9  maggio  del  1945, nella  Cappella  Paolina, al  Quirinale, alla  cerimonia  in  suffragio  della  povera  Principessa  Mafalda, la  comunicazione  ufficiale  della  cui  tragica  morte  nel  lager  di  Buchenwald  era  pervenuta  il  primo  maggio, ed  il  Principe  si  era  recato  immediatamente  a  Napoli, il  2  maggio, a  recare  la  triste  notizia  ai  Genitori.
Nella  ripresa  della  normale  vita  governativa  e  del  completamento  della  liberazione  della  penisola  vi  erano  anche  occasioni  ufficiali  in  cui  il  Luogotenente  intervenne  come  il  4  novembre  1944, all’Altare  della  Patria, senza  però  poter  deporre  una  corona, ma  solo un  fascio  d’alloro  con  un nastro  azzurro, o  il  24  marzo  1945   a  Santa  Maria  degli  Angeli, alla  cerimonia  in  memoria  dei  martiri  delle  Fosse  Ardeatine, dove  alcune  donne  cominciarono  ad  urlare  contro  la sua  presenza  senza  che  nessuno  intervenisse  ed  il  successivo  13  maggio  1945  sempre a  Santa  Maria  degli  Angeli, per  il  Te  Deum  di  ringraziamento  per  la  fine  della  guerra, officiato  da  Monsignore  Ferrero  di  Cavallerleone, quando  non  gli  venne  portato  da  baciare  il  Vangelo  ed  impartita  la  benedizione  usuale, consuetudini   alle  quali  il  Principe, cattolico  praticante, era  legato  particolarmente.
Ritornando  alla  situazione  politica, la liberazione  di  tutta l’ Italia  del  Nord, dove  da  tempo  si  era  costituito  il  CLNAI, il  comitato  di  liberazione  dell’alta  Italia, di  soli  cinque  partiti, perché  la  Democrazia  del  Lavoro, era  al  Nord  praticamente  inesistente,   il  predetto  comitato  riteneva  non  essere  più  possibile  il  mantenimento  del  governo  Bonomi, almeno  nella  composizione  di  allora e  pretendeva  un  totale  cambiamento,  il  cosiddetto  “vento  del   Nord”, per  cui  dopo  diversi  infruttuosi  incontri  di  Bonomi  con  i  rappresentanti  del  CLNAI,  il  12  giugno  1945, lo  stesso  presentava  la  lettera  di  dimissioni  al  Luogotenente. Il  successivo  13  giugno  si  apriva  così  un  nuovo  ciclo  di  consultazioni, cominciando  dai  Presidenti  “formali”  del  Senato  e  della  Camera, poi  in  ordine  alfabetico  rappresentanti  dei  partiti  del  CLN, che  accettano  tutti  di  salire  al  Quirinale, tranne  il  rappresentante  del  Partito  d’Azione, ed  anche  successivamente   Selvaggi   per  il  Partito  Democratico  ed  il  senatore  Bergamini  per  la  Concentrazione  Democratico-liberale. Seguivano  i  Collari  dell’Annunziata, il  grande  ammiraglio  Thaon  di  Revel, e  l’ineffabile  “conte” Sforza,  nonché  il  Maresciallo  Badoglio, quale  ex  presidente  del  consiglio. Poi  ancora  gli  Alti  Commissari  per  la  Sicilia, Aldisio, e  per  la  Sardegna, Pinna, ed i  Commissari  per  le Associazione  Reduci, Gasparotto, e  la  Medaglia d’Oro  Cabruna  per  l’A.N.M.I.G. (Associazione  Nazionale  Mutilati e  invalidi di  guerra).  In  realtà  l’unica  realtà  politica  che, purtroppo, contava  era  il CLN, ma  questa  larghezza  di  interpellati  dava  anche  all’opinione  pubblica  la  sensazione che  il  Quirinale  non  fosse  una  mera  facciata, dietro  la  quale   esistesse  il  nulla. Anche  Parri  viene invitato, quale  esponente  della  Resistenza, ma  declina  temporaneamente  l’invito  fino  alla  domenica  17  giugno   quando  sale  al  Quirinale  per  ricevere  l’incarico  di  formare il  nuovo  governo, essendo  stato  indicato  il  suo  nome dai partiti  del  CLN. Ci  siamo  soffermati  su  queste  consultazioni  e  su  questo  incarico  perché   con  il  governo  Parri   avveniva  una  svolta  a  sinistra ed  una  accentuazione  repubblicana, proprio  a  cominciare  dallo  stesso  presidente  del  consiglio, esponente  del  partito  d’azione. Effettivamente  la  Democrazia  Cristiana, pur  mantenendo  gli  Esteri, con  De Gasperi, arretrava  come  qualità  di  ministeri  perdendo  il  ministero  della  giustizia  che  andava  al  PCI, nella  persona  di  Togliatti. Questa  assegnazione  rompeva  una  sia  pure  breve  tradizione  dei  governi  Badoglio  e  Bonomi   in  cui  il  Ministero  di  Grazia  e  Giustizia era  stato  retto  da  liberali  (Arangio  Ruiz ), e poi  dai  democristiani (Tupini). Nel  governo  Parri  faceva  anche il  suo  debutto  ai  LL.PP., un  ingegnere  socialista, Romita. Il Ministero  degli  Interni  era  assunto  dallo  stesso  Parri, come  era  avvenuto  in  precedenza  con  Bonomi. Per  questo  fondamentale  ministero, vi  erano  state  anche  nelle  precedenti  trattative  pressanti  richieste  socialiste, ma  i  liberali  avevano  replicato  che  non  avrebbero  mai  accettato  un  socialista  agli  interni  e  lo  stesso  aveva  risposto  la  democrazia  cristiana, il  che  rende  ancora  più  strano  quanto  avvenne  successivamente, alla  caduta  del  governo  Parri, che  sarebbe  durato  dal 21  giugno, data  del  giuramento, al  10  dicembre  1945.

Cerimonia  del  giuramento  analoga  alla  precedente, ma  questa  volta  i  ministri  prima  di  firmare   leggono  il  testo, sia  pure  a  bassa  voce, per  poi  non  tenerne  conto, come  i  loro  predecessori  nei  loro  discorsi  di  parte  chiaramente  repubblicana! Parri, modesto  di  persona, si  rivelò  altrettanto  modesto  come  presidente  del  consiglio, dando  così  campo  libero  a  Nenni, Ministro  per  la  Costituente, ed  allo  stesso  Togliatti, che  iniziava  a  conoscere  e  penetrare nell’ambiente  della  Magistratura, sapendo  già  il  ruolo  che  avrebbe  dovuto  svolgere  in  occasione  delle  elezioni  per  la  Costituente, alle  quali  si  aggiunse  poi  anche  il  referendum  istituzionale. Nel  frattempo  si  era   Inoltre  messa  in cantiere, con  il  Decreto del  30  aprile  1945, una  assemblea  “non elettiva” , da  chiamarsi  Consulta, inizialmente  di  304  componenti, di  cui  60  ex  parlamentari, ante  1925, in  grande  maggioranza  di  sinistra, 156  rappresentanti  dei  partiti  del  CLN, in  quote  paritarie, e, bontà  loro, un  numero  nettamente  minore, di 20 rappresentanti  dei  partiti e  movimenti  fuori  dal  Comitato, tra  i  quali  il  Partito  Democratico  Italiano, e   46  esponenti  sindacali, più   12  per  combattenti  e  reduci  ed  infine  10 per  associazioni  culturali.

martedì 21 febbraio 2017

Alla riscoperta dei dissidenti dell'Action Française

di Francesco Perfetti
Un saggio di Paul Sérant racconta un percorso intellettuale che va da Maurras a Claude Roy
Quando all'inizio degli anni '60 apparve la traduzione del suo Romanticismo fascista, Paul Sérant divenne popolare negli ambienti della destra italiana, in particolare del neofascismo: il libro era un affresco di quella che, in prima approssimazione, poteva essere chiamata la «cultura fascista francese» attraverso i ritratti letterari di sei scrittori «maledetti» o comunque scomodi: Drieu La Rochelle, Brasillach, Rebatet, Alphonse de Chateaubriant, Abel Bonnard e Céline.
I loro nomi evocavano una cultura «catacombale». Tuttavia, per quanto il «fascismo» francese così fatalista, crepuscolare e intriso di pessimismo apparisse ben diverso da quello italiano, quelle figure tragiche emanavano un fascino indiscutibile sui giovani del neofascismo e alcune loro opere erano divenute oggetto di culto.
Altri libri di Sérant furono tradotti in seguito come il saggio su Salazar e il suo tempo o l'inchiesta su I vinti della Liberazione dedicato all'epurazione postbellica nei vari Paesi europei. Quello che, invece, non è mai apparso in italiano è un bellissimo lavoro del 1978 dal titolo Les dissidents de l'Action Française ripubblicato ora in una nuova edizione (Pierre-Guillaume de Roux, pagg. 420, euro 29) accresciuta e arricchita da una puntuale prefazione di Olivier Dard, autorevole studioso della Sorbona e profondo conoscitore della storia della destra intellettuale francese. È un'opera che sotto certi profili e, in particolare, da un punto di vista strutturale si riallaccia a Romanticismo fascista, ma è, a mio parere, ben più importante perché chiarisce bene sia il peso che il pensiero di Charles Maurras ebbe nella cultura e nella vita politica francese del '900 sia i motivi dell'allontanamento di alcune personalità di rilevo dall'Action Française e dal suo fondatore sia ancora le differenze, piuttosto che le affinità, tra il nazionalismo e il fascismo.
[...]

Ma hanno ancora senso le monarchie?

IL BUONO E IL CATTIVO - Un tema di attualità e due punti di vista a confronto. Paolo Conti giornalista del Corriere della Sera e Tommaso Labate giornalista e conduttore tv. Voi da che parte state? Ditecelo su Facebook




[...] Sono simboli trans-generazionali e rigorosamente non maschilisti, ovvero due vantaggi. Significano che la monarchia, sottratta ai duelli politici quotidiani sempre più angosciosi (e anche pericolosi), resta una certezza non solo simbolica nel tempestoso oceano della contemporaneità. In nessuno di questi Paesi ferve un forte movimento anti-monarchico. Il che significa che la formula funziona ancora. [...]











[...] Eppure, nel momento in cui la democrazia vive una delle sue epoche più critiche, la monarchia non sembra la migliore stampella per sorreggerla. Ve l’immaginate la minoranza rumorosa, che critica e combatte chiunque detiene una posizione di potere in nome di una sempre presunta violazione delle regole meritocratiche, sottostare a un regnante che sta lì proprio perché “figlio di”? Senza considerare che ci sono re e re. E non tutti sono la regina Elisabetta. [...]



venerdì 17 febbraio 2017

Circolo REX . Conferenza del 19 Febbraio

Circolo di Cultura ed Educazione Politica
REX

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Domenica 19 febbraio 2017 ore 10.30

Sala Uno, Roma Via Marsala 42

Il  professore   Giuseppe  Parlato

Illustrerà gli  importanti  ricordi  contenuti  nel  :
“Vanni  Teodorani : quaderno  1945-1946“

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sarà possibile acquistare la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, gia’ pubblicato nel 1968 in occasione del Cinquantenario ed ora nuovamente pubblicato nei “ Libri del Borghese”, stampato dalla Casa Editrice “ Pagine” di Roma 

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La S.V. è invitata

5 giugno 1944 – 9 maggio 1946: due anni difficili – La Luogotenenza del Principe Umberto - prima parte

La conferenza del 29 gennaio 2017 è la prosecuzione della precedente conferenza, tenuta  sempre al  Circolo  REX dal suo Presidente, Ingegnere Giglio, dal  titolo  "Il  Regno  d'Italia  da  Brindisi  a  Salerno", che si  trova  nel  nostro  blog.

L’INIZIO
Se il Maresciallo Badoglio, giunto a Brindisi, disse di aver  ricominciato  la  sua  azione  di  governo” con  una  matita  ed  un  pezzo  di  carta”, non  è  che  la  situazione  in  cui  si  trovò  il  Principe  Umberto, l’8  giugno  1944, arrivato a  Roma, al  Quirinale, fosse  molto  diversa. Gli  angloamericani  arrivati  a  Roma  il  5  giugno, avevano  dato  il  consenso al  ritorno  nella  capitale  del  Principe, nominato  nella  stessa data, Luogotenente  Generale   del  Re, (la  cui  formula  fu modificata  senza  provvedimenti  di  legge  in  “Regno”), con un Regio  Decreto, nel  quale  il  Padre, lo  nominava  a  tale  carica, ritirandosi  definitivamente  a  vita  privata. Ed  il  Principe, arrivò  praticamente  solo, in  un  Quirinale  vuoto,  dovendo   iniziare  subito  il  difficile  ruolo  di  Capo  dello  Stato. Come  da  prassi, il  Maresciallo  Badoglio, aveva  infatti  presentato  le  dimissioni  del  suo  governo  ed  era  venuto  anche  lui  a  Roma  per  incontrare  gli  esponenti  romani  e nazionali  del  C.L.N. (Comitato  Liberazione  Nazionale), usciti  dai  conventi  e  monasteri  dove  avevano  vissuto  nascosti  e  protetti, nei  nove  mesi  dell’occupazione  tedesca, per  trattare  un  allargamento  del  governo. Invece  si  sentì  dare  il  benservito, in  quanto  il  CLN, voleva  tutto  il  potere  e  presentava  la  candidatura  a  Presidente  del  Consiglio, di  un  vecchio  uomo  politico  prefascista, Ivanoe  Bonomi, che  aveva  già  ricoperto  tale carica  nel  1921. Ed  il  Luogotenente  dovette  accettare  questa  indicazione, che  era  una  imposizione, in  quanto, in  fondo, Bonomi, rappresentava  pur  sempre  un  uomo  di  stato, cresciuto  ed  affermatosi, nello  stato  monarchico,  sotto  il  regno  di  Suo  Padre, dove  partendo  da  posizioni  socialiste, era  approdato  al  riformismo ed  era  stato  uno  dei  tre  parlamentari  socialisti  recatisi  al  Quirinale  nel  1912, per  esprimere  al  Re  Vittorio  Emanuele  III,  le  proprie  felicitazioni, per essere  scampato  all’attentato   dell’anarchico  D’Alba,  e,  per  tale  colpa  erano  stati  espulsi  dal  partito  socialista. Così, con  decorrenza  dal  18  giugno,  veniva  formato  un nuovo  governo, composto  dagli  esponenti dei  sei  partiti  componenti  il  CLN, e  precisamente  il  Partito d’Azione, il  Partito  Comunista, il  Partito  Socialista, il  Partito  Liberale, il  Partito  della  Democrazia  Cristiana  ed  il  Partito  della  Democrazia  del  Lavoro, al  quale  apparteneva  Bonomi. Conoscete  le  vicende  iniziali  di  questo  governo, non  molto  gradito  dagli  angloamericani  e  particolarmente  da  Churchill  che  avrebbe  preferito  una  conferma  di  Badoglio, per  cui  per  più  di  un  mese  il  governo  dovette  riunirsi  a  Salerno  e  poté  ritornare  a  Roma, come  il  Luogotenente, a  metà  di  luglio. Abbiamo  detto  della  solitudine  del  Principe, in  quanto  il  personale  della  sua  casa  militare, non  aveva  logicamente  esperienza  e  conoscenza  politica, per  cui  era  necessaria  una  persona  che  avesse  queste  caratteristiche,  già  individuata  nella  persona  dell’avvocato  Falcone  Lucifero, ma  che, per  un  insieme  di  motivi  e  di  ritardi  poté  assumere  la  carica  di  Ministro  della  Real  Casa, solo  alla  fine  di  agosto, iniziando  quella  collaborazione che  durò  per  tutta  la  vita  del Principe, poi  Re . Né  a  Roma  in  quei  tre  mesi, giugno, luglio, agosto, vi  era  stato  anche  un  solo  politico  del  periodo  prefascista  che  si  fosse  avvicinato  al  Luogotenente, per  consigliarlo  nella  nuova  veste  di  Capo  dello  Stato, così il  Principe  dovette  iniziare, senza  alcun  supporto, una  “corsa  di  ritorno”, e  dimostrare  la  sua  capacità  di  sostenere  con  alta  competenza  ed  equilibrio  il  suo  ufficio, doti  che  successivamente  gli  vennero  riconosciute   anche  da  avversari  della  Monarchia.
Senza  scendere  in  troppi  dettagli  sulla  vita   di  Falcone  Lucifero, la  cui  figura  meriterebbe  una  analisi  approfondita, dobbiamo  ricordare  i  dati  essenziali: nato  nel  1898  da  nobile  famiglia  calabrese, che  aveva  avuto  diversi  suoi  esponenti  deputati  al  Parlamento  nel  periodo  pre -fascista, volontario  di  guerra  in  artiglieria  da  montagna, laureato  in  legge, simpatizzante  del  socialismo  riformista, consigliere  comunale  socialista  di  Crotone, logicamente  antifascista,  durante  il  ventennio  si  era  dedicato  con  successo  alla  professione  forense  e  nel  settembre  1943, trovatosi  nella  natia  Calabria, per  il suo  nome  prestigioso  era  stato  nominato  Prefetto  di  Catanzaro, ad  opera  degli  “alleati”, con  risultati  positivi, per  cui  il  suo  nome  era  cominciato  a  circolare, così  che  nel  Ministero  Badoglio, ricostituitosi  nel  febbraio  1944, dovette  accettare  la  carica  di  Ministro  dell’Agricoltura e  Foreste   tenuto  dall’11  febbraio  al  22  aprile. Terminata  questa  esperienza  governativa  dove  si distinse  per  energia, dimostrando notevoli  doti  organizzative, entrato  nella  vita  politica  ed  amministrativa  dello   Stato, fedele  alle  sue  istituzioni, veniva  nominato  Prefetto  di  Bari,  ed  al  tempo  stesso, proprio  per  le  qualità  dimostrate  nei  diversi  compiti  svolti  e  per  il  suo  passato, si  pensò  al  suo  inserimento  a  fianco del  Luogotenente, come  Ministro  della  Real  Casa, carica  che  assunse, come  già  detto, alla  fine  dell’agosto  1944. E  di  questa  sua  attività  tenne  un  importantissimo  diario, che  relativamente  al  periodo  dal  12  febbraio  1944  all’11  agosto  1946, è  stato  pubblicato, nel  2002, da  Mondadori, con  il  titolo  “ L’ ultimo  Re”,  con  una  importante  introduzione  dello  storico  Francesco Perfetti. Diario  che  è  fondamentale  per  seguire  giornalmente l’opera  del  Ministro, ma  anche, logicamente  quella  del  Principe  Umberto, che, finalmente  aveva  al suo  fianco  persona  esperta  di  politica  e  di  diritto, e  non  un  cortigiano. 
L’ assenza  di  un  autorevole  ed esperto  consigliere  ebbe  infatti  la  sua  importanza  quando  il  governo  Bonomi, sottopose  alla  firma  del  Luogotenente, il  25  giugno  1944, il   Decreto  n.151, che  modificava  la  formula  del  giuramento  dei  Ministri  e  prevedeva  la  convocazione  di    una  “Assemblea  Costituente”, da  eleggersi, terminata  la  guerra, alla  quale  affidare  la  redazione  di  una  nuova  costituzione  e  la  forma istituzionale  dello  stato, ed  abrogava  il  decreto  legge  del  governo  Badoglio, dell’agosto  1943, logicamente  firmato  dal  Re  Vittorio  Emanuele  III, dove  invece  era  stabilito  che, dopo  quattro  mesi  dalla  fine  della  guerra, si  sarebbe  proceduto  alla  elezione  della  nuova  Camera  dei  Deputati  del  Regno, decreto  importantissimo  e  fondamentale  perché  sanciva  il  ritorno  alle  istituzioni  della  democrazia  rappresentativa, riprendendo  la  tradizione  risalente  allo  Statuto  del  1848. Perché  sottolineiamo  questo  decreto  Bonomi? Perché  in  pratica, come  sottolineato  dai  costituzionalisti,  Giuseppe  Menotti  De  Francesco, Magnifico  Rettore  dell’Università  di  Milano, e  dal  professore  Emilio  Crosa, questo  Decreto, con  riferimenti  a  leggi  del  1939 (art. 18  legge  19/01/1939 n. 129) e  1943( R.D.L.  03/10/!943  n.2B)  suscitava  notevoli  perplessità  sulla  sua  stessa  legittimità  e  comportava  difficoltà  di  interpretazione  per  le  sue  intrinseche  incongruenze, sì  che  da  molti  commentatori  si  disse, con  troppa  faciloneria  che  in  pratica  si  era  abolito  lo  Statuto  e  l’Italia, da  quel  momento, non  era  più  una  Monarchia  anche  se  non  era  ancora  repubblica.
D’altra  parte il  Principe  Umberto  stava  faticosamente  riprendendo  le  sue  funzioni  costituzionali e  non  aveva  l’autorità  necessaria  per  opporsi  al  governo  ciellenista, né  in  fondo  l’aveva  lo  stesso  Bonomi, che  non  aveva  brillato  per  energia  nel  lontano  1921  e  certo  non  l’aveva  acquistata  negli  anni  successivi, anche  se  tutti  gli  riconoscevano  oltre  all’onestà, doti  di  competenza , di  equilibrio  e   di  moderazione, dote  questa  che  cozzava  con  l’intransigenza  e l’estremismo  specie  degli  “azionisti”, presenti  nel  governo  con  tre  ministri. Oltre  tutto  il  Principe  per  la  sua  nuova  carica, non  poteva  essere  vicino  più   frequentemente ai  soldati  che  risalivano  combattendo   l’Italia, come  aveva  fatto, regnando  ancora  il  Padre, fino al  5  giugno, e  come  avrebbe  preferito  fare, perché  nel  suo  intimo  era  e  rimaneva  sopra   tutto  un  “soldato”, come  tutti  i  Savoia, ed  ai  militari  aveva  indirizzato  un  messaggio  all’atto  di  assumere  la  Luogotenenza  del  Regno.
A  questo  proposito  è  bene  precisare, una  volta  per  tutte, che  la  minore  presenza  tra  le  truppe del Regio  Esercito, dopo  la  nomina  a  Luogotenente, del  Principe  Umberto, era  dovuta  alle  nuove  incombenze  statutarie  che  richiedevano  la  sua  presenza  a  Roma, anche  se  non  mancarono  le  visite  di  cui  accenneremo  in  seguito. Egualmente  dicasi  per  chi  accusa  il  Principe  di non  aver  assunto  il  comando  effettivo  delle  nostre  unità, nomina  “ bloccata”  dagli  angloamericani, ai  quali  stava  bene il  nostro  contributo  di  “cobelligeranti”, ma  al  tempo  stesso tendevano  a  minimizzarlo, come  quando  chiamarono  “gruppi  di  combattimento”, quelle  che  erano  per  numero  di  soldati  delle  vere  “divisioni”, il cui  insieme  avrebbe  costituito  non  solo  un  “Corpo  d’Armata”,  ma  una  vera  “Armata  Italiana  di  Liberazione”!  Ma  di  questa  costante  presenza  del  Principe  tra  i  soldati  la   migliore  testimonianza  è  la  lettera  che  il  Ministro   della  Guerra , il  democristiano  Stefano  Jacini  inviò, il  14  settembre  1945, accompagnando  il  distintivo  della  vittoriosa   campagna  di  liberazione   1943-1945,  “….alla   quale  Vostra Altezza Reale ha  partecipato  direttamente, insieme  al primo  Raggruppamento  Motorizzato, al  Corpo  Italiano  di  Liberazione   e  coi  gruppi  di  combattimento.  Le  truppe  che  hanno  visto  Vostra  Altezza , sulla  linea  di  combattimento  dal  Volturno  a  Bologna, saranno  fiere  di  vederLa  fregiarsi  di  questo  umile  segno  che  ricorda  l’opera  svolta  per  la  rinascita  della  Patria“.  Dobbiamo  però  dare  atto  al  generale  statunitense  Mark  W. Clark, comandante  della  Quinta  Armata, di  aver  proposto  la  concessione  al  Principe  della  “Legion  of  Merit”,  bloccata  per  motivi  politici,  di  aver  accettato  con  orgoglio  di  ricevere dalle  mani  del Luogotenente  la  Gran  Croce  dell’Ordine  dei  Santi  Maurizio  e  Lazzaro  e  di  aver  fatto  passare  in  rassegna  dal  Principe  reparti  statunitensi, il  che, se  pensiamo  alla  realtà  italiana  dell’epoca, a  pochi  mesi  dall’armistizio, costituiva  il  migliore e  maggiore  riconoscimento  al  contributo  del  Regio  Esercito  e  della  Monarchia  alla  liberazione  del  territorio  nazionale  e  del  prestigio  personale  che  aveva  saputo  conquistarsi  il  Principe. Eventi  tutti  che  furono  volutamente  ignorati  dalla  stampa  ciellenista  perché  avrebbero  risollevato  il  nome  della  Casa  Savoia  ed  avrebbero  successivamente  giovato  alla  causa  dell’Italia  in sede  di  trattato  di  pace, dove  invece  non  fu  fatto  alcuno  “sconto”  alla  neonata  repubblica  italiana, che  non  valorizzò  questi  argomenti, perché  favorevoli  alla  memoria  della  Monarchia, che, invece  si  cercava  in  ogni  modo  di  cancellare, costante  questa  cancellazione  anche  nel  periodo  successivo, fino  ai  nostri  giorni.
Uno  storico, non  certamente  monarchico, Gianni  Oliva, giudica  che  negli anni  della  luogotenenza, malgrado  l’atteggiamento  aprioristicamente  repubblicano  dei  partiti  politici, esclusi  liberali  ed  in  parte  i  democristiani, “….Umberto  rivela  una  maturità  inattesa.  Egli  regna …lavora  con  impegno  e  restituisce  al  Quirinale  dignità  di reggia, ostenta  in  ogni occasione  il  suo  lealismo  costituzionale… Accoglie  ministri  con  animo  tranquillo  ed  imparziale, firma  leggi  che  certamente  non  condivide…”, ed  anche  in  cose  ben  più  semplici, come  sedersi  in  automobile  vicino  all’autista,  dimostra  la  sua  maturità  umana  perché  capisce  che  arrivare  in  città  o località  quasi  distrutte  o  presso  reparti  militari, con  una  macchina  lussuosa  e  con  sussiego  sarebbe  stata  un’offesa  a  chi  forse  aveva  perduto  ogni  sua  cosa. Così  pure  dando  la  mano  a  tutti, con  una  sensibilità  da  vero  Signore, oggi  diremmo  democratica, che  spesso  non  avevano  suoi  accompagnatori, come  aveva  fatto  il  Re, suo  Padre  nelle  visite  al  fronte  durante  la  grande  guerra  1915-1918. Ed  all’ Oliva  si  deve  anche  un  importante  riconoscimento  sull’ entità  dello  sforzo  bellico  del  Regio  Esercito, durante  la  cobelligeranza, con oltre ben  350.000  uomini  mobilitati  tra  gruppi  di  combattimento  e  divisioni  “ausiliarie”,  che  operavano  non solo  nelle  retrovie, ma  a  ridosso  del fronte, ed  anche  Incisa  di  Camerana, nel  suo  libro  sulla  Luogotenenza, dedica  al  Regio  Esercito  delle  pagine bellissime  di  riconoscimento del loro  operato, ricordando  anche  l’opera svolta dall’esercito  per  stroncare  il  separatismo  siciliano  nel  1945, che  si  era  reso minaccioso, anche  con  un  suo  esercito, l’EVIS, e  contro  il  quale  non  potevano  bastare  i  pur  valorosi  carabinieri.
LA  VITA  QUOTIDIANA
Con  la  presenza  a  fianco  di  Lucifero  il  Principe  imposta  una  giornata  di  lavoro  che  parte  dalle  prime  ore  del  mattina  e  termina  nelle  tardissime  ore  della  sera  per  potere  ricevere  quante  più  persone  ne  facessero  richiesta, oltre  agli  incontri  ufficiali  ed  istituzionali, e  per  potere  recarsi  al   fronte, a  visitare  le  nostre  truppe  e  le  città  ed  i   paesi  liberati. Questo  partendo  prestissimo  in  aereo, viaggi   spesso  pericolosi ,   e  tornando  in  tempo  per le  altre  attività  sopra  indicate, e  per  quello  che  riguarda  la  sua  presenza  tra  i  militari  vi  è  una  notevole  testimonianza  fotografica  venuta  alla  luce   dopo  il  referendum, in  quanto  prima  era  rimasta  volutamente  occultata, sempre  allo  scopo  di  far  ignorare  agli  italiani, fatti  che  potevano  giovare  alla  causa  monarchica. Anticipando  i  tempi  ricorderemo  ad  esempio  il  silenzio  assoluto  della  stampa  sulla  presenza  del  Luogotenente, nel  febbraio  1946,  ad  una  udienza  papale  in  occasione  del  Concistoro  nel  quale  Pio  XII  aveva  nominato  nuovi  Cardinali  ed  il  successivo  ricevimento  che, in  loro  onore, il  Principe  con  la  Principessa  avevano  dato  al  Quirinale, presenti  anche  tutti  gli  altri  Principi  di  Casa  Savoia  dal  Duca  d’ Aosta, Aimone, ai  Duchi  di  Genova, Bergamo  e  Pistoia,  ricevimento  di  cui  parlò  brevemente, in  una  pagina  interna,  solamente “L’Osservatore  Romano“.  Ed  a  proposito  dei  Principi  di  Casa  Savoia, alcuni  di  questi, oltre  tutto  già  anziani,  poterono  tornare  a  Roma   solo  nel  1945, dopo  la  Liberazione, per  cui  nel  1944  il  Luogotenente  avrebbe  potuto  contare  solo  sul quasi  coetaneo, Aimone,  Duca  d’Aosta, che  aveva  assunto  tale  titolo  a  seguito  della  morte  del  fratello  Amedeo, avvenuta  il 3  marzo 1942, che  però ai  primi  dell’aprile  1945, avendo  in  una  cena  privata  a  Taranto, espresso  una  battuta  sui  giudici  dell’Alta  Corte, che  stavano  processando  il  generale  Roatta, presente  alla  cena  la  giornalista  inglese  Silvia  Sprigge, la  suddetta  battuta fu  dalla  stessa, scorrettamente, inviata  e  pubblicata  sui  giornali, come  fosse  stata  una  vera  e  propria  dichiarazione  politica, con  grande  ipocrita scandalo  della  stampa  e  del  governo ciellenista, il  che  mise  fuori  giuoco  il  Principe, che  dovette  lasciare  Taranto  e  ritirarsi  a  Napoli, per  alcuni mesi, dove  viveva  la  Duchessa  d’Aosta  Madre.
In  questo  periodo  cominciano  ad  organizzarsi  dei  movimenti  monarchici, con  i  quali  i  rapporti  sono  tenuti  dal  Ministro  Lucifero, per  cui  appare  un  partito, il  Partito  Democratico  Italiano, di  Enzo  Selvaggi  e  di  Roberto  Lucifero, cugino  del  Ministro, si  presenta  un  giovane  professore  Alfredo  Covelli, per  una  Concentrazione  Democratica  Liberale, dove  era  pure  l’anziano  senatore  Bergamini,  e  ad  ottobre  del  ’44  appare  un  manifesto  dell’Unione  Monarchica  Italiana, sorta  da  pochi  mesi, che  dà  spunto  al  ministro  di  precisare  quella  che  era  e  sarebbe  stata  la  linea  tenuta, (ed  anche  criticata), dal  Luogotenente: “Che  la  Corona  ed  il  Ministero (della  Real  Casa) sono  estranei  a  ogni  iniziativa  del genere, giacché  sono  al  di  sopra  e  al  di  fuori  di  ogni  partito, ma  non  possiamo  che  ben  vedere  tutte  le  iniziative  che  tendono  alla  ricostruzione  del  paese, della  democrazia  e  della  libertà”.
Per  le  visite  del  Principe, solo  a  titolo  indicativo  e  non  certo  esaustivo, ricordiamo  a  luglio  del  1944  la  visita  a  Firenze, quando  erano  ancora  in corso  dei  combattimenti, poi  ad   ottobre  1944  la  visita  alle  truppe  che  si  apprestavano  ad  entrare  in  linea, poi  a  novembre  la visita a  Rimini  liberata,  ed  a  Grosseto  colpita  da  un’alluvione, dopo  essere  stato  ad  Avellino  per  rassegna  truppe. Nel  1945  a  gennaio  è  a  Pisa, dove  erano  truppe  brasiliane, alle  quali  si  rivolge  in  portoghese, con  meraviglia  del  loro  comandante  e  dei  suoi  accompagnatori  ed a  Lucca  ed  Arezzo, per  recarsi  il  25  febbraio  ad  Ascoli  Piceno  dove  era  la  divisione  “Nembo”, con  entusiasmo  della  popolazione, entusiasmo  che  si  rinnovò  giorni  dopo  a  Taranto, dove  era  andato  a  ricevere  la  divisione  “Garibaldi”, che  tornava  dal  Montenegro.  Ad  aprile  del  ’45  intensifica  la  sua  presenza  nelle  zone  appena  liberate, accolto   dalle  popolazioni  con  lacrime  ed  abbracci  e  in  località  minori  come  Santo  Alberto, nel  Comacchio, a  Cesena, dove  pernottò  su  una  brandina, a  Peratello  vicino  Imola, e  poi  a  Ravenna  e  Ferrara, con  un  atterraggio  fortunoso  ed  il  28  aprile, come  già  a  Montelungo, nel  dicembre  1943, effettua  un  volo  di  guerra, con  reazione  della  controaerea  tedesca  che  ancora  combatteva, ed  infine  si  reca  a  Bologna  dove  erano  entrate  le  nostre  truppe, accolto  molto  bene  dalla  popolazione. Cito  queste  località  perché  anche  i  comunisti  che  già  vi  spadroneggiavano  ebbero  nei  confronti  del  Principe  un  atteggiamento  di  rispetto  ed  anche  ammirazione. Lo   stesse  accoglienze  positive  in  altre località  del  Nord, compreso  Veneto  e  Friuli, dove  si  era  recato a  maggio, con  eccezione  di  Milano  dove  né  il  prefetto, il  sindaco  ed  il  CLN  locale  si  erano  recati  a  salutarlo.
Di  fronte  a  questi  avvenimenti  riguardanti  la  guerra  di  liberazione, come  sempre  taciuti  o  quasi  dai  giornali, eccettuata  la  battagliera  “Italia  Nuova”, organo  del  Partito  Democratico Italiano, di  cui  ricorderemo  uno  dei  più  importanti  collaboratori, Alberto  Consiglio ,”Babeuf”, ed  anche  in  parte  il  “Risorgimento  Liberale“, espressione  del  P.L.I., vi  era  invece  a  Roma  nel  governo  e negli ambienti  ciellenisti, con  i  loro  numerosi  giornali, dalla  “azionista”  Italia  Libera, a l’Avanti”!, all’ Unità, al  settimanale  “Cantachiaro”,  il  consueto  atteggiamento  critico, pronto  ad  afferrare  ogni  occasione  per  mettere  in  cattiva  luce  l’operato  del  Luogotenente, come ad  esempio  protestando nel  caso  di  una  sua  intervista  del  31  ottobre  1944  al  “New  York  Times” in  cui  aveva  parlato  di  un  “referendum”, e  non  della  sola  Costituente  per risolvere  il  problema  istituzionale, soluzione  per  il  momento  rigettata, mentre  poi  fu  successivamente  accolta, ed  opponendosi  alla  pubblicazione  di  un  suo  messaggio agli  italiani  dopo  la  liberazione. Invece  i  giornalisti  angloamericani  modificavano  in  senso  favorevole al  Principe  le  loro  opinioni, come  il  Matthews  che  scrisse : “Il  Principe  Umberto ha  come  meta  una  monarchia  liberale  e  democratica  come  in  Inghilterra, Svezia, Norvegia  e  Danimarca.”  e  lo  Schiff  del  “Daily  Erald”  che  lo  giudicò  “pieno  di  tatto  ed  imparziale”. Giudizi  questi  che  si  uniscono  a  quello  ben  noto  di  Churchill  che  lo  incontrò  a  lungo  nel  corso  della  sua  visita  in  Italia e  che  in  ogni  caso  ripetiamo: “ La  sua (del Principe  Umberto)  potente  ed  attraente  personalità, la  sua  padronanza  dell’intera  situazione  militare  e  politica  erano  davvero  motivo  di  conforto  ed  io  ne trassi  un  senso  di  fiducia  più  vivo  di  quello  che  avevo  provato  durante  i  colloqui  con  gli  uomini  politici. Certo  speravo  che  avrebbe  contribuito  a  consolidare  la  Monarchia  in  una  Italia  libera, forte  e  unita.”  ed  a  quello, molto  meno conosciuto  dell’incaricato  d’affari  USA, David  Key  che   dice: “(Il  Principe Umberto) mi  ha  parlato  con  acutezza  dei  problemi  italiani. Si  ha che  fare  con  un  uomo  che  ha  un  elevato  senso  della  dignità  verso  il  quale  non  esistono  le  riserve  che  aveva  avanzato  Roosevelt. Una  monarchia  con  Lui  a  capo  potrebbe  costituire  un  elemento  stabilizzatore  e d’ordine.”

Parlando  di  uomini  di  stato  stranieri  e  di  diplomatici  giova  ricordare  che  dopo  il  riconoscimento  da  parte  dell’URSS  del  Governo  Badoglio, nel marzo  1944, anche  Gran  Bretagna  ed  USA, e  altri  numerosi   paesi  avevano  compiuto  lo  stesso  passo  per  cui  via  via  i  loro  ambasciatori  venivano accreditati  presso  il  governo  italiano, presentando le credenziali  al  Luogotenente, in  cerimonie  formalmente  impeccabili  che  non  facevano  pensare  che l’Italia  era  nazione  sconfitta. Ad  esempio  l’8  gennaio  1945, in  occasione  della  presentazione  dell‘Ambasciatore  USA, Kirk , lo  stesso  dopo  la  cerimonia  si   intrattenne  con  il  Principe  per  una  mezzora, presentandogli  poi  tutti  i  suoi  collaboratori, o  come  il  successivo  4  giugno  in  un  ricevimento  al  Grand  Hotel, organizzato  da  Myron  Taylor, rappresentante  USA presso il  Vaticano,  l’ambasciatore  Kirk, dopo un  brindisi  al  nuovo  presidente  americano  Truman, succeduto  a  Roosevelt, mancato il  12 aprile, ne  propose  un altro  per  il  Principe  Umberto, che  aveva  inviato a  Truman  un  messaggio  di  saluto. Sempre  Kirk, in  occasione  di  una  visita  a  Roma del  generalissimo americano, Eisenhover, il  13  settembre, organizzò una colazione, alla  quale  invitò il  Luogotenente, consentendogli  un  cordiale  scambio  di  idee  con  quello  che  sarebbe  divenuto  nel  1952, Presidente  degli  Stati  Uniti, incontro  di  cui  fu  data  notizia  sulla  stampa. E  così  pure  in  altri  ricevimenti  e  cerimonie  dove  al  posto d’onore  è  quasi  sempre  Falcone  Lucifero, proprio  in  qualità  di  Ministro  della  Real  Casa, e quindi  rappresentante del  Luogotenente, come, molto  significativa, la  presenza, il 19 dicembre 1945, alla  Sinagoga di  Roma,  per  l’insediamento del  nuovo Rabbino  Capo, il  Prof. Grande  Ufficiale  David  Prato.

martedì 14 febbraio 2017

Il Canto degli Italiani

Questo è il testo della conferenza tenuta il 28 gennaio all'Accademia Musicale Romana,  dal nostro Gian Luigi Chiaserotti.
Lo ringraziamo di cuore!


Signore e Signori,
è per me, storiografo ed amante della Storia, indegnamente un onore essere qui, questa sera, per celebrare con Voi il 20° anniversario dell’Accademia Musicale Romana, e di ciò ringrazio l’artefice di questi momenti di cultura e di arte, il Professor Maestro Giuseppe Martone.
Ma per me l’onore più grande è essere qui, al “Colle de La Salle”, la scuola che frequenta mio figlio.
Scuola di un livello assai raro ai giorni d’oggi.
Con il Professor Martone abbiamo pensato che per codesto anniversario sia giusto ricordare, dal punto di vista storico, il nostro Inno Nazionale, scritto da Goffredo Mameli, anche e soprattutto nei 220 anni della nascita del Tricolore in quel di Reggio dell’Emilia il 7 gennaio 1797.
Ma chi era costui?
Goffredo Mameli dei Mannelli, meglio noto semplicemente come Goffredo Mameli (1827-1849), è stato un poeta, patriota e scrittore italiano nato nel Regno di Sardegna.
Annoverato tra le figure più famose del Risorgimento italiano, morì, a soli 21 anni, a seguito di una ferita infetta che si procurò durante la difesa della Repubblica Romana.
Goffredo Mameli nacque di nobile famiglia sarda (per la precisione di Lanusei, nella regione dell'Ogliastra) nel 1827.
Il Suo trisavolo, Giommaria Mameli, divenne notaio presso Tortolì; l'Imperatore Carlo VI d'Asburgo (1685-1740) lo elevò poi al rango di nobile, lo creò suo console alla Corte Sabauda di Torino, poi Ufficiale della Segreteria di Stato e di Guerra del Regno di Sicilia a Palermo e poi suo segretario particolare onorario. Morì a Cagliari dopo che, sposato con una nobile spagnola, divenne padre di sette figli. Di questi Antonio Vincenzo fu Archivista del Viceré a Cagliari, Avvocato Fiscale Patrimoniale Regio dell'Insinuazione del capo di Cagliari ed Intendente economo delle miniere.
Egli ebbe a sua volta undici figli, tra cui Raimondo Mameli, avo paterno di Goffredo.  
Infatti il Nostro era figlio di Giorgio Giovanni (1798-1871), anch'egli Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, contrammiraglio della Regia Marina Sarda, per via della passione del padre aveva percorso tutta la carriera nella marina stessa , distinguendosi in spedizioni contro i pirati barbareschi e durante la Prima Guerra di Indipendenza (1848-49), venendo poi messo a terra a causa del proprio carattere indipendente e dell'impegno repubblicano del figlio, per essere poi eletto parlamentare a Torino. La madre era Adelaide (Adele) Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli figlia a sua volta del Marchese Nicolò Zoagli e di Angela dei Marchesi Lomellini.
Di questa famiglia, fecero parte anche Cristoforo Mameli ed Eva Mameli Calvino.
Nato nell'allora Regno di Sardegna, Goffredo Mameli, alunno nelle Scuole Pie di Genova, docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona, fu autore, all'età di quasi 20 anni, delle parole del “Canto degl'Italiani” (1847), più noto in seguito come “Inno di Mameli”.
 Ma già ai tempi della scuola, Goffredo dimostrò il suo talento letterario componendo versi d'ispirazione romantica, intitolati “Il giovane crociato”, “L'ultimo canto” e “La vergine e l'amante” di cui però non si conoscono recensioni come opere d'arte.
Mameli venne presto conquistato dallo spirito patriottico e, durante i pochi anni della sua giovinezza, riuscì a far parte attiva in alcune memorabili gesta che ancor oggi vengono ricordate, come ad esempio l'esposizione del tricolore per festeggiare la cacciata da Genova degli Austriaci del 1846.
Nel marzo 1848, il Nostro organizzò una spedizione di trecento volontari per andare in aiuto a Nino Bixio (1821-1873) nel corso dei moti di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell'esercito di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) con il grado di capitano.
In questo periodo il Poeta compose un secondo canto patriottico, intitolato l'”Inno militare”, poscia musicato da Giuseppe Verdi (1813-1901).
Dopo l'armistizio, Mameli, tornato a Genova, riuscì a dedicarsi alla composizione musicale diventando contemporaneamente direttore del giornale “Diario del Popolo”,  senza mai dimenticare di pubblicizzare le sue idee irredentiste nei confronti dell'Austria.
La sua opera di patriota si svolse anche  a Roma, nell'aiuto a Pellegrino Rossi (1787-1848), anch’esso ex alunno degli Scolopi e precursore dell’Europa Unita, per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Giuseppe Mazzini (1805-1872), Carlo Armellini (1777-1863) ed Aurelio Saffi (1819-1890); ed   anche in una campagna, svolta a Firenze, per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana.
Nel continuo vagabondaggio il Nostro si trovò nuovamente a Genova, sempre al fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto Ferrero de La Marmora (1789-1863), quindi, nuovamente a Roma, nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso del Papa Pio IX [Giovanni Maria Mastai-Ferretti (nato nel 1792), 1846-1878], anch’esso ex alunno degli Scolopi, (che nel frattempo aveva lasciato la città).
L'ultimo atto della breve Repubblica romana del 1849 fu che Goffredo Mameli, tornato nuovamente capitano nell'esercito di Garibaldi, combatté al suo fianco nella difesa della Villa del Vascello sul colle del Gianicolo. Fu ferito alla gamba sinistra durante l'ultimo assalto del 3 giugno alla Villa Corsini, occupata dai francesi.
Di questo episodio sono note due versioni, una secondo la quale il Nostro sia stato ferito per sbaglio dalla baionetta di un commilitone, l'altra, più diffusa e accreditata, sostiene invece che sia stato raggiunto da una fucilata francese.
In ogni caso, fu trasportato dai compagni all'ospizio della Trinità dei Pellegrini dove Goffredo venne visitato e curato dal medico Pietro Maestri e dove tuttora una lapide ricorda il fatto storico.
Le condizioni apparvero immediatamente molto gravi, come si capisce dalle parole del Maestri ad Agostino Bertani, che visitò Mameli alcuni giorni dopo.
Il padre, il contrammiraglio Giorgio Giovanni, accorse da Genova al capezzale del figlio ma giunse troppo tardi.
Nino Bixio in un suo diario scrive:
«[…] Alle sette e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849, spirava in Roma all'Ospedale della Trinità dei Pellegrini la grande anima di Goffredo Mameli […] ».
Ma prima parlare dell’Inno di Mameli, vorrei necessariamente accennare a Giuseppe Verdi  in quanto ispiratore di musiche patriottiche nonché al Romanticismo, di cui è figlio il Nostro.
Infatti  Verdi partecipò anche attivamente alla vita pubblica del suo tempo. Fu un patriota convinto, anche se nell’ultima parte della sua vita traspare, dall’epistolario e dalle testimonianze dei suoi contemporanei, una disillusione, un disincanto, nei confronti della nuova Italia Unita, che forse non si era rivelata all’altezza delle proprie aspettative.
In occasione delle celebrazioni del CL Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, nell’articolo “I motivi che portarono all’Unità d’Italia”, tra l’altro, scrissi:
«[…] Ma la “Restaurazione” fu l’inizio di una nuova stagione per la nostra Penisola, che, culminerà, come più volte abbiamo detto, nell’Unità d’Italia.
Agli ideali illuministici, razionali, che portarono alla Rivoluzione Francese, si comincia a contrapporre quel nuovo movimento culturale che è il Romanticismo.
Fra tutti gli avversari  della Restaurazione, gli ex-ufficiali napoleonici, formati alla scuola ardimentosa dell’esercito imperiale ed impazienti dell’inerzia cui son ridotti, costituiranno, non di rado l’elemento più combattivo e pronto a passare all’azione rivoluzionaria contro i governi restaurati. Ed accanto a loro  un grosso contingente di oppositori è dato dalla borghesia dei commerci e delle industrie, danneggiata, nei propri interessi, ed esasperata dal risorto predominio dell’aristocrazia, oppure  da nobili di idee progressiste, ma soprattutto dagli intellettuali, influenzati dall’ormai irresistibile diffusione del Romanticismo dalla Germania verso il resto dell’Europa.
Da principio puo’ apparire che il Romanticismo, predicando il ritorno alla tradizione od esaltando il sentimento, in netta antitesi al razionalismo illuministico, sia alleato alla Restaurazione. Ma si vede che la rievocazione della storia, l’esaltazione delle tradizioni nazionali, il richiamo alla coscienza popolare significano solo l’alimento del patriottismo. Fare appello, come i romantici, al sentimento individuale, alla libera espressione del cuore e della fantasia, in antitesi alle regole del classicismo, significa alimentare la battaglia per la libertà contro lo spirito autoritario della Restaurazione.
Romantico diviene sinonimo ovunque di liberale e patriota.
Non dimentichiamoci che il Romanticismo nasce in Germania da quel movimento (pre-romantico) denominato “Sturm und Drang”, “impeto ed assalto”.
La cultura del Romanticismo, infatti, non vive isolata in una sua “turris eburnea”, (la torre d’avorio), ma partecipa caldamente alla battaglia politica che attorno a lei si svolge.
In ogni paese, le università con i loro studenti e docenti costituiscono altrettanti focolai di agitazione liberale e di cospirazioni. Il poeta, il dotto, il musicista [Vincenzo Bellini (1801-1835), Giuseppe Verdi (1813-1901)] si sentono investiti di una specie di missione morale e, come tali, non ascoltati dai loro contemporanei. […]».   
Nel corso della vita di Verdi, lunga quasi un secolo, l’Italia si trasforma appunto da paese soggiogato al dominio straniero in uno stato unificato indipendente, desideroso di far parte delle grandi Potenze Europee.
Il Risorgimento, le lotte per l’unificazione d’Italia, non potevano lasciare indifferente l'animo del compositore. “Nabucco” (con il famoso coro “Va’ pensiero, sull’ali dorate”), “I Lombardi alla prima crociata” (famoso è “O Signore dal tetto natio”) e  “Don Carlo” esprimono il sincero amore patriottico di Verdi  ed il suo dolore per un popolo oppresso.
A Milano frequentò i salotti intellettuali della città, primo tra tutti quello dell'amica Chiarina Maffei,  dove fervevano sentimenti ed iniziative anti-austriache.
I moti del 1848 lo portarono sicuramente ed apertamente a manifestare i di lui ideali patriottici.
Il nome del Maestro rimarrà per sempre legato agli ideali del Risorgimento, trasformandosi in un acrostico rivoluzionario, “Viva Verdi!”, da leggersi "Viva Vittorio Emanuele re d’Italia!", scritto per la prima volta sulle mura di Roma all’epoca di “Un ballo in maschera”. Il graffito alludeva ad un’aspirazione che con gli anni stava diventando sempre più popolare e condivisa.
Lo stesso Verdi finisce per credere in questo progetto quando soprattutto comprende che l’unità del paese si potè concretizzare non tanto attraverso l’insurrezione popolare e l’inutile e fuori luogo utopia repubblicana di Giuseppe Mazzini, ma esclusivamente con un paziente lavoro diplomatico.
Il Secolo XIX, nell’aspetto musicale italiano, è stato quindi dominato, come abbiamo visto, dall’opera verdiana e dal repertorio lirico nazionale.
Tutte le canzoni, gli inni, le marce composte nella stagione risorgimentale riflettono lo stile allora in voga, che avrebbe continuato a difendere la propria identità stilistica per ancora mezzo secolo.
“Fratelli d’Italia” non fa assolutamente eccezione, perché tecnicamente  è sostanzialmente assimilabile alla “cabaletta” (nel melodramma il momento dell’azione, della presa di coscienza, dell’incitamento) caratterizzata da una facile orecchiabilità, da un testo semplice e diretto, da una costante ripetizione della formula ritmica.
Il nostro inno, quindi, non è ne una marcia né un brano da concerto, ma è un pezzo d’opera.
E poiché l’opera costituiva uno dei rari momenti di compartecipazione di una società divisa in classi, il suo linguaggio doveva raggiungere allo stesso modo gli eleganti palchetti, ma anche le dure panche della platea dei teatri.
Modellati sullo stile del melodramma, i canti patriottici hanno avuto grande merito di propagandare le nuove idee, di raccontare fatti e personaggi, di chiamare all’impegno ed alla lotta.
Sotto codesta luce, i luoghi comuni di cui essi erano infarciti, la semplicità di testi e partiture, talvolta la mancanza  di un’ispirazione veramente sincera devono essere letti in chiave di indici di ascolto.
Quel genere di composizioni aveva la capacità di passare velocemente di bocca in bocca, di uscire dai teatri e dilagare nelle piazze, di essere appresi senza sforzo e magari di sparire in poche settimane, superati da nuovi avvenimenti e nuove canzoni.
Goffredo Mameli compose “Fratelli d’Italia” tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 1847, quindi molto probabilmente nei primi giorni di settembre.
L’occasione fu data da una delle tante manifestazioni patriottiche organizzate in quei mesi a Genova in favore delle auspicate riforme civili.
La prima stesura autografa presso l’Istituto Mazziniano non è datata, mentre l’altro manoscritto di Mameli, conservato nel Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, riporta “Genova 10 9bre” [novembre].
Si tratta però di una redazione più tarda – forse destinata alla pubblicazione – in cui un’altra mano aggiunse la strofa dell’aquila austriaca, all’epoca proibita dalla censura piemontese.
Sulla composizione dell’inno, da ex alunno dei Padri Scolopi, non posso non ricordare un  grande Educatore ligure, il padre Atanasio Canata (1811-1867), nato nella bella e ridente città di Lerici.
Di lui fu scritto che aveva l’animo ricco di tre grandi ideali ed amori: “Dio – Patria – i Giovani”.
Egli ebbe come alunno sicuramente Goffredo Mameli i cui versi del nostro inno “Fratelli d’Italia” sorsero tra i banchi del collegio scolopico di Genova, e quindi nella casa torinese dell’amico, del filantropo, del giornalista, dell’organizzatore della cultura liberale in Torino, Lorenzo Valerio (1810-1865), futuro senatore del Regno d’Italia, e musicato dal maestro Michele Novaro (1822-1885).
Ma sicuramente, senza alcuna ombra di dubbio, gli attuali versi dell’inno furono rivisti ed ampliati dal padre Canata medesimo.
“Il Canto degli Italiani” è uno fra gli  inni del secolo XIX più originali e più interessanti, l’unico a mettere in scena due protagonisti ed ad avere un andamento, oserei dire, quasi cinematografico, come limpidamente scrisse nel 1961 su “Il Tempo” il grande critico Gian Luigi Rondi (1921-2016).
C’è dialogo, c’è tensione, ci sono i fermenti e le speranze della stagione di vigilia, che porterà alla proclamazione del Regno d’Italia nella suggestiva cornice dell’Aula del Parlamento Subalpino di Palazzo Carignano in Torino il 17 marzo 1861.
C’è l’atmosfera carica di sospensione che precede la battaglia.
C’è, soprattutto, la “risoluzione” di una massa indistinta, «calpesta e derisa», che diviene finalmente popolo.
Se la partitura autografa del Novaro tornasse ad essere la sola fonte autentica, il nostro inno apparirebbe diverso, certamente più nobile, e le sedici battute del primo tema – normalmente eseguite nelle cerimonie – riacquisterebbero maestosità inedita.
Non abbiamo necessità di un nuovo inno, piuttosto di un inno nuovo nel carattere e nell’espressione: basterebbe suonarlo come lo immaginò il suo Autore.


Gianluigi Chiaserotti