NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 16 luglio 2017

Denis Mack Smith, amico dell'Italia?

La recente scomparsa, l’11 luglio scorso, dello  storico inglese ha dato logicamente occasione ad articoli che ne ricordassero le sue opere, grande parte delle stesse dedicate alla storia dell’Italia e che ebbero anche una notevole diffusione, nel trentennio dal 1960 al 1990, riempendo un vuoto sulla storia della nostra  Unità, che dopo Benedetto Croce e Gioacchino Volpe, la cui “Italia  Moderna” si fermava al 1914, non aveva avuto per decenni alcuna opera di valore, vuoto che solo in occasione del centociquantesimo del Regno, ha  trovato in Domenico  Fisichella l’autore  che  in una trilogia  da  “Il miracolo  del Risorgimento”, “Dal Risorgimento al fascismo” e  infine “Dittatura e  Monarchia” ha  realizzato finalmente una  storia completa e leggibile dell'Italia Unita.
Da questo interesse  dello   Smith  per  la nostra storia,  farlo  passare  ad  amore  per l’Italia o  ad  amico  della  stessa , c’è  una notevole differenza, perché specie nell’opera  principale, “Storia  d’Italia- 1861-1958”, le sue simpatie, senza  dubbio giustificate, furono  solo per  Garibaldi , mentre su Cavour  il  giudizio  non  fu benevolo, tanto  che  Rosario  Romeo, il  più accreditato  tra  gli  studiosi  dell’opera  del Cavour dovette replicargli, ottenendo, successivamente una qualche ritrattazione. Egualmente  acre  fu  pure  il suo giudizio sui Re di Casa  Savoia, ”I Savoia re d’Italia”, arricchendo anche qui i suoi studi  di  aneddoti che stimolano la curiosità del lettore, ma non rappresentano il vero  quadro storico nel quale si erano svolti  i  fatti.
Senza dubbio in questa sua visuale era determinante la sua formazione ideologica, democratica radicale, così che anche per quanto  riguarda il fascismo lo Smith ne trova possibili origini addirittura nel Risorgimento e nel patriottismo liberale e successivamente in un Crispi , ma  non ricorda che senza il troppo spesso dimenticato ”biennio rosso”, dal 1919 al 1921, e la altrettanto famosa “rivoluzione d’ottobre” in Russia, di cui, fra l’altro, ricorre quest’anno il centenario, con le sue successive rivolte in Prussia, Baviera ed Ungheria, il fascismo non avrebbe  trovato il terreno fertile per la sua azione e successiva affermazione. E come  per Cavour, Smith aveva trovato le repliche di Romeo, così  per  il  fascismo le  trovò in De Felice, che partendo da una giovanile militanza comunista, era arrivato ad una visione globale, veramente storica, del fenomeno Mussolini, visione che a tutt’oggi rimane insuperata, provocando travasi di bile negli antifascisti  di “professione”, che non possono perdonargli di avere sottolineato gli anni del consenso al regime, di cui pure tanti e qualificati compatrioti del Mack  Smith erano stati pure ammiratori.


Domenico  Giglio

giovedì 13 luglio 2017

Un Paese in retromarcia


di Marcello Veneziani
Sono riusciti a rendere serie le cose ridicole e a ridicolizzare le cose serie. Dico i media, la Boldrini, Fiano, Sala, Renzi e compagnia cantante. Sono riusciti a ritenere un pericolo per la democrazia qualche bischerata da spiaggia, il mercatino web sul fascismo, il vintage e perfino i vini, le battute, i busti del duce.
E in questo modo sono riusciti a ridicolizzare e sputtanare, le istituzioni, le leggi, oltre che il fascismo storico e l’antifascismo storico, che furono cose serie.
Bel risultato, complimenti. Ed è bastato un tweet infelice del deputato Corsaro contro Fiano, il firmatario della legge fasciofoba per far dire: visto, avevamo ragione, ci vuole la legge.
Come se ci volessero leggi speciali per punire le battute infami. Lo “scritto Corsaro” dimostra che una legge liberticida avvelena gli animi e oscura le menti.
Proviamo a fare un bilancio di questa grottesca polemica nata da Insolazione & Desolazione, anzi di questa folle corsa a marcia indietro nella storia.
La retromarcia su Roma. Nell’anno in cui si dovrebbe parlare del comunismo, che nacque giusto cent’anni fa, il comunismo sembra archeologia e il fascismo sembra ancora in piedi, benché morto e sepolto molti decenni prima.
[...]

Intervista alla Regina Maria José

Con la seconda parte continua l'intervista rilasciata dalla Regina nel 1958. Nei suoi ricordi lo scoppio della Grande Guerra ed il primo incontro con Re Vittorio Emanuele III.



P.S. E' stato reinserito il link alla prima parte, che non era stato correttamente inserito il mese precedente.

mercoledì 12 luglio 2017

In merito alla legge liberticida


La proposta dell’”onorevole” Fiano, nel 2017, a 95 anni dalla Marcia su Roma, a 72 anni dalla fine della guerra civile, a 71 anni dalla repubblica, dopo una disposizione transitoria del 1948, che non transita neanche un po’, dopo una legge Scelba del 1952, creata per chiudere la bocca all’allora MSI che prendeva voti ed amministrava città nel meridione, la legge Mancino del 1993 è cosa che lascia sgomenti.

Come se 70 e più anni non fossero passati, come se la Nazione fosse uscita ieri dalla guerra, come se la democrazia italiana avesse sempre bisogno di una qualsiasi limitazione per sentirsi tale.
E la costituzione, la "più bella del mondo", che garantisce diritti, si fonda sul lavoro, tutela il paesaggio, garantisce la libertà di pensiero, di associazione, di stampa, di parola e compagnia bella cantando sempre più viene smentita da quelli che se ne fanno ottusi custodi (bidelli, senza offesa per i bidelli) negando la libertà non a coloro che non l’hanno voluta, neanche ai loro figli ma ai loro nipoti.
Io, questa volta parlo al singolare, non ci sto. Queste leggi liberticide erano già mostruose, in punta di diritto, 70 anni fa. Ancora più lo sono adesso che ipotetici combattenti dell’una e dell’altra parte sono passati quasi tutti a miglior vita. E rendendo vano il loro sacrificio tramandano non voglia di pacificazione, la stessa che voleva Re Umberto II, ma eterna sconfitta, eterno ludibrio, eterno castigo per i vinti di allora e di chi in qualche modo ne riprende alcune idee.
Queste norme illiberali, come illiberale fu la disposizione di transitoria che fece morire in esilio ben tre Sovrani d’Italia, ( per la Regina Maria José il vincolo era venuto meno in quanto vedova e non consorte, motivazione non ritenuta valida per l’immensa Regina Elena) e tenne i membri di Casa Savoia in esilio per 56 anni, sono il frutto diretto della sporca coscienza repubblicana per mille motivi:

-1 basti citare Churchill il quale si meravigliava, lui che aveva avuto simpatie per Mussolini, come da 45 milioni di fascisti e altrettanti 45 milioni di antifascisti pur non vedendo lui 90 milioni di italiani.
-2 i “fascisti” (uso le virgolette perché non può essere, a meno di una patologia psichiatrica, che un fascista di adesso sia lo stesso del 1922 o del 1945 ) attuali sono il pretesto per certo mondo politico per auto accreditarsi come unici legittimi titolari di un potere sedicente democratico che invece è nato orbo guardando solo al Centro e alla Sinistra ignorando volutamente che vi fosse una Destra, anche quella non  fascista che magari aveva combattuto anch’essa nella Resistenza.
-3 l’autoreferenzialità della sinistra che vuole limitare le libere opinioni di ciascuno in merito ad un fenomeno storico che ormai è consegnato alla storia è assolutamente indecente. I comunisti, nonni e bisnonni della sinistra attuale, furono tra le prime cause della “reazione” che divenne fascista alle loro occupazioni, alla loro violenza, alle offese fatte ai Combattenti della Grande Guerra e alle loro Bandiere. Se avessero vinto nel 1922 loro avrebbero fatto rimpiangere con calde lacrime la violenza dei fascisti. I comunisti spatriati in URSS dove si vantarono di valere mille volte di più come cittadini sovietici che come miserabili mandolinisti italiani, assistettero vigliacchi ed impassibili allo sterminio sistematico dei loro compagni che non si erano perfettamente allineati a Stalin e tornarono, dopo essersi augurata la morte dei soldati italiani prigionieri in URSS, a compiere decine di altri stragi non soltanto ai danni dei fascisti sconfitti, ma anche a danno di partigiani non comunisti, di chi nelle loro zone professava la Fede Cattolica o era rimasto anticomunista.
Queste persone e chi se ne fa erede non hanno alcun titolo per dare patenti di legittimità a nessuno e non hanno il diritto di mandare in galera chi le avversa.
Siamo profondamente convinti che in democrazia l’unica legittimità rappresentativa è data dal fatto di avere voti dalla gente ed è proprio questo che gli esponenti del PD tentano di impedire dopo essere riusciti, per via giudiziaria ad impedire a Berlusconi di esercitare il potere che il popolo italiano gli aveva delegato.

Dopo 4 anni di continue idiozie, di figuracce inenarrabili, di auto vendute su ebay come spot ed aerei da centinaia di milioni di euro comprati per godersi di un momento di gloria mentre gli italiani sono alla fame, di spot buonisti senza un barlume di buon senso in cui si è fatto credere a centinaia di migliaia di africani, quasi tutti maschi, che il nostro paese, piegato dalla crisi, svenduto a francesi, tedeschi e cinesi, fosse in grado di garantire loro un futuro… dopo un tentativo goffo di riformare in peggio una costituzione già inadeguata, dopo aver eletto presidente della Camera dei deputati una persona insufficiente a se stessa, ossessionata perfino dall’esistenza del Foro Italico che vorrebbe smantellare che non perde occasione per lezioncine stridule senza capo né coda, che sentenziava autorevole che le case dovessero andare prima a Rom e migranti piuttosto che a chi è italiano da sempre… dopo aver messo una con la terza media al posto che fu di Giovanni Gentile… mentre stanno facendo un tentativo di cambiare per sempre la faccia all’Italia introducendo uno jus soli estraneo alla nostra cultura, al nostro buon senso, ai nostri interessi… che ancora non ha fatto sgombrare dopo qyuasi un anno le macerie dal centro Italia terremotato...ebbene ancora provano a dettare le regole.
Questa sinistra che governa, non dimentichiamolo, grazie a gente che ha tradito il proprio mandato elettorale, tenta di dirci cosa è giusto e cosa no, tenta di farci credere che non le loro follie pagate dagli italiani ma un accendino o una bottiglia di vino con su la faccia di Mussolini sono i veri pericoli della democrazia. Per cui esprimere un parere in qualche modo favorevole al fascismo, sul web può costare la galera da 6 mesi fino a due anni.

Ebbene no. Non riconosciamo a questa sinistra nessuna autorevolezza per imporre il suo pensiero a nessuno. Essere o non essere fascisti o antifascisti non riveste alcuna importanza. Gli italiani sono ben più maturi di questi improvvisati e approssimativi governanti che stanno conducendo l’Italia nel baratro.

E alzare il braccio in un saluto romano non può essere più grave che devastare città come fanno spesso gli emuli di chi vuole dettare legge.

VERA DEMOCRAZIA È LIBERTÀ DI OPINIONE

“Riconfermando più che mai i valori dell’antifascismo che ho appreso alla scuola di Garosci e Galante Garrone non mi sento tuttavia di approvare il ddl”-


Dino Cofrancesco sosteneva giustamente che bisogna distinguere tra peccato e reato, in difesa della laicità dello Stato.
La storia, bella, brutta, bruttissima, indecente è sempre storia e nessuna legge può cancellarla.
L’on. Fiano presentatore di un disegno di legge che vieta la propaganda di idee fasciste (esiste già il reato di apologia del fascismo) forse parte da ottime intenzioni,ma nella sostanza sbaglia. Il suo ddl è in discussione alla Camera e già suscita un infuocato dibattito. Fiano appare persona equilibrata e quindi suscita un certo stupore che sia primo firmatario di un progetto di legge che quanto meno crea delle perplessità.
Il liberale Popper sosteneva “il diritto di non tollerare gli intolleranti” nel suo grande libro “La società aperta e i suoi nemici”, un libro che in Italia è stato tradotto e conosciuto con decine di anni di ritardo.
Non sembra però che Fiano si ispiri al filosofo austriaco che forse non ha mai neppure letto.
Quella di Popper tuttavia a me è sempre apparsa un’idea poco liberale perché vanno nettamente distinte le opinioni dalle azioni.
Le opinioni devono essere liberissime in senso assoluto, l’agire di conseguenza appare invece tutt'altro discorso che va punito perché ricorrere alla violenza, in regime di democrazia e libertà -qualsiasi motivazione o matrice politica ci sia dietro certe azioni - può essere consentito e lo Stato democratico ha il dovere di reprimerlo.
I nostri governanti nei confronti dell’estremismo rosso e nero degli ultimi anni 70 non si comportarono in base a questa logica e Carlo Casalegno (che pagò con la vita per le sue idee) scrisse, ripetutamente e inutilmente, che i covi sovversivi andavano chiusi.
I Governi centristi degasperiani invece si posero il problema di una “democrazia protetta” sia nei confronti dei neofascisti, sia soprattutto nei confronti dei comunisti.
La Legge Scelba colpì invece soltanto i neo fascisti che oggettivamente non potevano minacciare la sia pur gracile democrazia italiana perché il recente crollo del fascismo fu così disastroso da non lasciare grandi rimpianti se non ai reduci di Salò e ai nostalgici in generale. Per altri versi, non si può dimenticare
che il PCI diede un grande contributo alla stesura della Carta costituzionale e non poteva accadere che si assumessero misure nei confronti dei comunisti, malgrado i gravissimi i delitti del “Triangolo della morte” suscitassero apprensione e facessero intravvedere delle minacce alla democrazia anche da parte della sinistra.
L’idea di una “democrazia protetta” può aver avuto senso alla fine degli anni 40 e agli inizi degli anni 50.
Dopo fu una sciocchezza che andava contro i principi della stessa Costituzione che vietò la ricostituzione del partito fascista in una norma transitoria. Il ricordare che si trattò di una norma transitoria appare molto utile a chiarire il problema.
Le crociate anticomuniste di Sogno e soprattutto di alcuni suoi amici si risolsero in una bolla di sapone perché la DC rappresentò comunque una diga sicura nei confronti del PCI e tale venne percepita dagli Italiani non solo nel 1948, quando ottenne la maggioranza assoluta dei voti.
Il PCI venne sconfitto attraverso le urne e non ricorrendo a leggi potenzialmente liberticide.
La Costituzione ebbe il merito storico di guardare al futuro dell’Italia e non al suo immediato passato. In questo ha dimostrato di essere stata il frutto di un compromesso al rialzo che storicamente nessuno può disconoscere, anche chi non la ritiene “la più bella del mondo”.
Ci fu il paradosso, nel primo dopoguerra, di Leo Longanesi che inizialmente fascista, aveva rifiutato il regime e, dopo il disastro della guerra perduta, sentì una qualche nostalgia per il Ventennio. Longanesi non faceva però testo perché era soprattutto un artista un po’ stravagante senza una vera valenza politica.
Appare invece fondato il giudizio, tra il serio e il faceto, di Ennio Flaiano che giunse a scrivere che “i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.
Flaiano aveva ragione perché non si può storicamente escludere che ci sia stata una forma di fascismo che abbia attraversato i pensieri e le azioni di uomini che appartenevano a schieramenti opposti, al di là della adesione giovanile al regime.
La sola idea manichea di scegliere tra due diverse opzioni e non tra le molte disponibili è sintomo, oltre che di incultura, di settarismo miope.
Il settarismo, in era post ideologica, sembrava essersi ridotto, poi la discesa in campo di Berlusconi ha riacceso gli animi e il passo avanti degli anni ’90 si è come cristallizzato, per non dire che si sia tradotto in un passo indietro. Io ricordo alcune affermazioni coraggiose di Bobbio, ad esempio (che nessuno prese più in considerazione, malgrado stesse crescendo il suo mito) sulla necessità di storicizzare la Resistenza, il che non significa ridurne l’importanza, ma esprimere la necessità di scindere il mito dalla verità storica.
Abbiamo dovuto assistere alle crociate contro Renzo de Felice, uno dei maggiori storici italiani del secondo ‘900, a cui certe gazzarre impedirono persino di far lezione. Massimo e finora insuperato storico del fascismo, De Felice venne accusato di aver “sdoganato il fascismo”, ignorando il fatto che i suoi tomi, scritti a volte in modo contorto, erano letti da pochissimi studiosi e che neppure le sue interviste erano oggetto di vasto interesse. Solo Rosario Romeo, il grande storico di Cavour, difese De Felice a viso aperto, anche rispetto alle congiure tramate contro di lui dal mondo accademico.
Oggi con il progetto di legge dell’On. Fiano sembra che si stia tornando indietro di decenni. La democrazia necessita, per potersi esprimere della più assoluta libertà di opinione. Anche la ricerca storica necessita di questa libertà perché l'ipotesi di risolvere i problemi storici in tribunale è cosa totalmente assurda.
In Germania e in Francia ci hanno provato con esiti allucinanti.
Le opinioni non sono reati. Il revisionismo storico nel quale io non mi colloco, non è un reato.
Potrebbe esserlo il negazionismo, ma tra revisionismo e negazionismo va fatta una distinzione netta.
Dino Cofrancesco sosteneva giustamente che bisogna distinguere tra peccato e reato, in difesa della laicità dello Stato. Commettere atti impuri in passato (oggi il giudizio è sospeso e non si parla neppure più della fornicazione) era considerato un grave peccato, ma certo non poteva essere considerato un reato.
Infrangere il vincolo indissolubile del sacramento del matrimonio era (o è?) un peccato, ma la legge Fortuna - Baslini ha consentito ai cittadini italiani di sciogliere il matrimonio naufragato senza ricorrere a sotterfugi.
Ma la laicità non è solo questione di rapporti tra stato e chiesa, è anche un modo di approcciarsi alla realtà.
Un modo di leggere, quasi dissacrare, le stesse ideologie, rifiutando i pregiudizi dottrinari, diceva il liberale Zanone.
Se si vede il discorso in modo laico, appare più che accettabile, ad esempio, il rifiuto del Movimento grillino che si è riscoperto in questa occasione, sorprendentemente, persino liberale.
Le dichiarazioni della presidenta della Camera Boldrini che avrebbe il dovere di tacere su un disegno di legge in discussione alla Camera, rivelano invece uno spirito settario che fa pensare alla famosa frase di Flaiano.
Forse oggi in Italia i pericoli, senza sottovalutare assolutamente Casa Pound, sono il populismo e l’estremismo islamico che insanguina l’Europa.
Riconfermando più che mai i valori dell’antifascismo che ho appreso alla scuola di Garosci e Galante Garrone, non mi sento tuttavia di approvare il ddl Fiano. In passato vennero ammesse persino delle liste elettorali che contenevano la parola fascismo senza particolari problemi.
Una democrazia che ricorre a leggi speciali rivela la sua debolezza.
Non è con le leggi che si contrasta la propaganda avversaria, ma con la mobilitazione sul piano delle idee.
Andare oltre la legge Scelba, ad oltre 70 anni dalla caduta del regime, appare un gesto politico che magari centra l’obiettivo di ricostruire una certa verginità politica di sinistra al PD renziano, ma non risulta utile ai fini di affermare i valori intramontabili della tolleranza. Anche andando oltre Popper.
La tolleranza di Voltaire che dopo due secoli è diventata rispetto per tutti, anche per quelli di casa Pound che ci disgustano e ci preoccupano come democratici come liberali,anzi direi come cittadini.
Casa Pound si richiama ad un poeta che alcuni considerano grande e che a me è sempre apparso molto oscuro. Il fatto di aver simpatizzato con il fascismo gli costò carissimo proprio per iniziativa dei suoi compatrioti americani che lo dileggiarono. Ma essere stato vicino a Mussolini anche durante la repubblica di Salò non poteva non avere dei costi, anche per un poeta che diventò, di fatto, un propagandista del regime nazifascista.
Questo andrebbe ricordato e documentato per evidenziare l’assurdo del fatto di richiamarsi a Pound in un contesto storico in cui egli appare un sopravvissuto del tutto inattuale che va rifiutato per le sue idee spesso confuse e pasticciate, oltre che non condivisibili.
Liberato dagli americani stava lunghi periodi a Rapallo e io ho conosciuto persone che hanno intrattenuto con lui dei rapporti. Certo non era il “fascista libertario” di cui qualcuno ha scritto, ma semmai un vecchietto deluso, ormai al tramonto.
Qualche masnada di ragazzetti esagitati in piazza non potranno né oggi né mai mettere in pericolo istituzioni che hanno garantito la libertà a tutti per tante decine d’anni.
Non riduciamo un problema serio com'è quello delle istituzioni democratiche, a terreno di scontro a colpi di battute semplicistiche che non aiutano ad uscire dalla palude in cui siamo.
Per uscirne occorrono idee che pare manchino assolutamente. Se possibile, idee nuove, capaci di guardare avanti e non indietro.
Pier Franco Quaglieni

il Torinese, 11 luglio 2017

martedì 11 luglio 2017

Maria José sui monti e l'esilio all'orizzonte

di Tony Damascelli
Tempo di guerra. Non per la principessa, poi regina di maggio. Maria José ha il suo rifugio nel castello di Sarre.
La Valle d'Aosta era diventata, dal secolo precedente, il luogo delle vacanze, della caccia e dell'alpinismo della casa reale. Altrove, l'Italia contava feriti e morti, la guerra maledetta spaccava il Paese e le famiglie, Maria Josè veniva dal Belgio e mai aveva condiviso la politica estera dal regime. Le avevano chiesto, anche, di firmare l'atto di nozze come «Maria Giuseppina» ma si era fermamente rifiutata, ribadendo l'anagrafe Marie-Josè Charlotte Sophie Amélie Henriette Gabrielle de Saxe-Cobourg et Gotha, concedendo soltanto l'italianizzazione da Marie a Maria.

Il rigore sabaudo l'aveva sbalordita, il resto della vita politica fu un ulteriore affanno. Lei stessa, ricordando quegli anni, al rientro in Italia, dopo l'esilio, ribadì di «aver supplicato più volte Italo Balbo e Amedeo d'Aosta di dissuadere Benito Mussolini dall'entrata in guerra». Ma re Vittorio Emanuele la redarguì, ammonendola a non occuparsi degli affari politici dei Savoia.
Vacanze e ferie non rientravano nei vocabolari di quei giorni asperrimi; chi poteva permetterselo, rari nel vasto gorgo, andava a villeggiare, dimenticando, per qualche giorno, il boato degli aerei e le corse verso gli ospedali, le lacrime e la disperazione di un conflitto senza logica.
Maria Josè era quasi costretta a stare a distanza dalla realtà quotidiana. Ai convegni di corte preferiva le visite ai malati, voleva vivere una esistenza non da principessa dorata ma da donna al servizio del popolo, questa era la sua vera, antica nobiltà. Decise di proseguire la tradizione del padre, Alberto I del Belgio, il re cavaliere, il re soldato, il re rocciatore. Fu lui a «scoprire» nel 1907 Cortina d'Ampezzo e a eleggerla come meta del Gotha internazionale, fu lui a perdere la vita scalando uno dei picchi della Marche-les-Dames, nei pressi di Namur, il secondo massiccio più importante del Belgio.
Marie-José aveva ventotto anni quando le arrivò la tragica notizia, volle ugualmente sfidare le montagne, non le Dolomiti ma il Cervino e l'anfiteatro del Bianco. La fotografia la ritrae di spalle, mentre osserva un panorama maestoso, nei pressi del rifugio Gamba, diventato, poi, rifugio Monzino. La Val Veny è un trionfo di sogni per gli alpinisti, tra i ghiacciai Freney e Brouillard, poi l'Aiguille Noire, la cresta del Peuterey e il padre di tutte le montagne, il Bianco.
[...]

venerdì 7 luglio 2017

"Migranti in cambio dei conti. Suicidio firmato Renzi e Alfano"

di Gian Micalessin
L'ex ministro della Difesa: "Abbiamo ceduto sovranità per una maggiore flessibilità. È un errore capitale"
«Durante il governo Letta non c'è stato un solo Consiglio dei ministri dedicato all'ipotesi di sottoscrivere con l'Europa un'intesa che ci garantisse maggiore flessibilità sui conti pubblici in cambio di un accoglienza unilaterale dei migranti.
Chi ha incominciato a parlare in tono esplicito della necessità di coinvolgere in accordi formali l'Ue è stato Renzi. È stato il suo governo a presentare come un successo il coinvolgimento dei paesi europei nelle attività di soccorso e a vantarsene sostenendo di aver risolto il problema dei flussi migratori».
La prima a parlare di un patto Renzi Unione Europea per ottenere maggiore flessibilità sui conti pubblici in cambio della disponibilità ad accogliere i migranti salvati nel Mediterraneo è stata Emma Bonino, ex ministro degli esteri al tempo del governo Letta. La tesi viene confermata in questa intervista a Il Giornale dal senatore Mario Mauro, l'ex ministro della Difesa del governo Letta rientrato da alcuni mesi in Forza Italia.
«Sia Frontex Plus, sia Triton spiega l'ex ministro - sono accordi caratterizzati dall'impegno di una parte dei paesi europei a offrire assetti per il salvataggio in mare senza farsi carico dei migranti. Quella svolta è arrivata con i trattati siglati dal governo Renzi. Fino alla firma di Triton un migrante recuperato da una nave inglese risultava di fatto in territorio inglese. Con il governo Renzi si è accettato che tutti quelli recuperati dalle missioni di europee arrivassero sul suolo italiano».
Ma oltre a Renzi chi ha colpa di tutto questo?
«Beh la prima persona a cui bisognerebbe girare la domanda è l'allora ministro degli interni, oggi alla Farnesina, Angelino Alfano che ha firmato tutti questi trattati».
Dunque lei crede ad un'impronunciabile intesa?
«Il regolamento di quelle operazioni parla chiaro. Quelle operazioni prevedono che sia consentito alle navi di portare in Italia le persone soccorse. Qualcuno deve per forza aver dato l'assenso».
Come fa ad esserne così sicuro?
«Abbiamo due dati oggettivi. Il primo è che i migranti non vengono mai portati né Malta, né a Tunisi. Eppure molti recuperi avvengano più vicino a Malta che all'Italia, mentre la Tunisia non è affatto un paese insicuro per i richiedenti asilo. Se tutte le Ong, tutte le navi mercantili e tutte le navi militari stranieri sbarcano migranti solo in Italia evidentemente esistono precisi ordini. E questi ordini sono figli della sottoscrizione da parte del governo Renzi delle regole d'ingaggio previste da Frontex Plus e Triton».
Ma scambiare migranti con la flessibilità economica è un suicidio politico
«Come spiega l'ex ministro delle finanze Francesco Forte ogni centomila immigrati hai un incremento di spesa pubblica che non va ad alimentare il debito pubblico. In pratica trasformando il salvataggio in mare in un servizio taxi Renzi ha alterato il rapporto fra il Pil e il rapporto debito pubblico».
Lei da ministro della Difesa ha tenuto a battesimo Mare Nostrum. Non è stato il primo fatale errore
«Mare Nostrum era una missione temporanea e prevedeva oltre ai soccorsi uno sviluppo sul piano militare per colpire scafisti e trafficanti di uomini che il governo Renzi non ha poi voluto attuare. I tre grandi errori capitali che hanno generato l'attuale fenomeno migratorio sono tutti figli del governo Renzi».
E quali sono?
«Il primo è aver affidato la sicurezza e la tutela dei confini a Frontex plus e a Triton accettando di fatto una cessione della sovranità nei confronti dell'Europa. Il secondo fatale errore è stato commesso all'atto dell'accordo con cui l'Unione Europea ha garantito sei miliardi alla Turchia la chiudere la rotta balcanica. Renzi avrebbe dovuto approfittarne per chiedere di negoziare un accordo contemporaneo e parallelo con Tunisia e l'Egitto per l'apertura nei due paesi di centri di identificazione e campi di raccolta che rendessero più facile la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici. Il terzo errore è stato non capire che il problema fondamentale è quello di un intervento a ridosso delle coste libiche».
Parla d'intervento militare?
«Parlo di atti di pressione militare che potrebbero venir considerati indebiti, ma sono pienamente legittimati dalla situazione di guerra civile strisciante che mette a rischio non solo l'Italia, ma l'intera Europa».

martedì 4 luglio 2017

Ceresole Reale - Presentata la Royal Ultra Sky Marathon 2017

Si terrà domenica 16 luglio la tappa nel Parco Nazionale del Gran Paradiso dello sky runner world series, per la categoria sky estreme 2017, gara che vedrà almeno 400 atleti, di cui almeno 100 stranieri, affrontare un percorso estremamente impegnativo.


Alla presentazione erano presenti l'assessore allo Sport della Regione Piemonte Giovanni Maria Ferraris, il presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso Italo Cerise, l'organizzatore della Royal Ultra Sky Stefano Roletti, il sindaco di Caluso Maria Rosa Cena a nome dell'associazione "Canavese in Sport" e Guido Novaria per l'associazione "Amici del Gran Paradiso".

La gara, con partenza dalla Diga del Teleccio e arrivo sulla sponda del lago di Ceresole Reale, fa parte del gotha delle gare internazionali in montagna con i suoi 54 chilometri di percorso che si diramano tra le fantastiche vette delle nostre montagne, arrivando anche a toccare dislivelli di 4000 metri.

Nel corso degli anni la Royal Ultra Sky Marathon ha affascinato un sempre crescente numero di atleti grazie al suo percorso che attraversa in alta quota il Gran Paradiso seguendo la rete delle antiche Strade Reali di Luigi Amedeo, un vastissimo insieme di sentieri costruito dalla dinastia dei Savoia per le loro battute di caccia. Proprio al Duca degli Abruzzi Luigi Amedeo di Savoia sarà dedicata la gara, essendo stato uno dei pionieri delle ascese in montagna proprio nel Parco del Gran Paradiso.


Ripubblichiamo questa notizia per due motivi: 
I - per fare dispetto a quel signore che messa la fascia di sindaco voleva mutilare il nome della località togliendovi l'appellativo di Reale.
II - perché è evidente che la Storia, anche quella piccola, fatti di sport e di camminate, invece che di battaglie e di conquiste, non può prescindere dal ruolo della Casa che ci ha portato all'Unità.
Lo staff

lunedì 3 luglio 2017

La monarchia, un desiderato ritorno: convegno a cura dell'UMI

Settantuno anni fa, il 2 giugno 1946, il popolo italiano decise attraverso il referendum che fosse giunto il tempo di passare alla forma istituzionale della Repubblica. Ma, dopo tutti questi anni, molti nostalgici non hanno mai dimenticato la monarchia, e molti ne desiderano il ritorno. A questo proposito, è rilevante l'iniziativa del Club Reale "Savoia" di Corato, appartenente all'Unione Monarchica Italiana, che ha organizzato nella serata di sabato 1° luglio un convegno dal titolo "Da Caporetto a Vittorio Veneto, la storia si ripete?" presso lo Sporting Club di Bisceglie.

Diversi ospiti sono intervenuti in merito al tema monarchico: ai saluti il Dott. Francesco Di Reda, Presidente dello Sporting Club di Bisceglie; Avv. Francesco Spina, Sindaco di Bisceglie; Rag. Oronzo Cassa, Segretario Nazionale Unione Monarchica Italiana. Il relatore è stato il Prof. Avv. Marco Grandi, storico; le conclusioni sono state affidate all'Avv. Alessandro Sacchi, Presidente Nazionale Unione Monarchica Italiana. Ha presentato e moderato l'incontro il giornalista Franco Tempesta. Al termine del convegno è stata organizzata una cena sociale presso il Ristorante "Profumi e Sapori" con la presenza della "New Orchestra" che ha presentato un "Omaggio ai grandi della musica italiana ed europea".

In un'intervista a cura della nostra redazione, il Presidente Nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi ha sviscerato diverse tematiche trattate nel corso del convegno.

D- A settant'anni dal referendum del 2 giugno 1946, che decretò la nascita della Repubblica italiana, cosa vuol dire essere monarchici?

R- Bisogna partire da quella data per avere una fotografia di ciò che è stata la monarchia, ma il modello non è quello, bensì la monarchia come meccanismo costituzionale come esiste adesso in Europa; saremmo dei pazzi se proponessimo lo stesso modello di settant'anni fa. Trovo molto interessante, allo stato attuale, il funzionamento della monarchia in Europa: le più grandi democrazie parlamentari del pianeta sono le monarchie costituzionali europee. E' proprio questo il modello da cui bisogna ripartire: il re arbitro, terzo e imparziale, custode della libertà costituzionale e delle tradizioni, autentico interprete della nazionalità, territorialità, sovranità. Il popolo sovrano che si riconosce in un capo dello Stato terzo e imparziale: è questo che bisogna cercare di realizzare oggi in Italia.
[...]

https://www.barlettaviva.it/notizie/la-monarchia-un-desiderato-ritorno-convegno-a-cura-dell-umi/

Il politicamente corretto smontato da sinistra

Leggete insieme a me. «Checché ne pensino i progressisti doc, l’insicurezza dei ceti popolari ha una robusta base di realtà (…) Che gli immigrati si concentrino in quartieri periferici, e lascino relativamente tranquilli i ceti medi urbani, è anche esso un dato di fatto.
Che la concorrenza degli immigrati nell'accesso alle prestazioni sanitarie e ai sussidi tocchi soprattutto i ceti popolari, è ancora una volta, un dato di fatto… Quanto alla criminalità e alle paure che suscita, i pochi studi disponibili rivelano che in Europa, il tasso di criminalità medio degli immigrati è quattro volte quello dei nativi (in Italia è sei volte)».
Ecco. L’autore è un sociologo. Un progressista, un uomo di sinistra. Luca Ricolfi scrive quello che abbiamo appena riportato in un libretto caustico, La sinistra e il popolo. Il conflitto politico nell'era dei populismi (Longanesi, 2017).
Consiglio vivamente il capitolo: «Politicamente corretto ed eccesso di civiltà». Non si tratta di un liberale, ma forse della più aspra critica della sinistra liberal dal suo interno.
Esiste un mondo di «buoni» e gli altri sono ai margini. «Nella storia della cultura occidentale, il politicamente corretto è stato il modo nel quale una parte politica, la parte progressista o liberal, ha preteso di stabilire come le persone dovessero parlare e, per questa via, che cosa dovessero pensare».

Ricolfi è spietato. E continua: 
«Innaturale è invitare a non aver paura quando si è attaccati. Innaturale è non provare odio se qualcuno ci uccide la persona che ci è più cara. 
Innaturale è spingere il rispetto della sensibilità altrui fino a mortificare la nostra. Innaturale è applicare agli animali standard pensati per le persone. 
Innaturale è modificare artificialmente il lessico di una lingua che si è evoluta per millenni da sé. 
Innaturale è perdonare sempre. Innaturale è non punire duramente i crimini più atroci. 
Innaturale è prendere sul serio ogni individuo o minoranza che proclami un proprio diritto. 
Innaturale è pensare che una comunità non abbia il diritto di decidere chi possa entrarvi».
C’è davvero poco da aggiungere a ciò che scrive Ricolfi. A differenza di Ricolfi un liberale sa però perché la sinistra, i cosiddetti «progressisti», sono caduti in questa trappola fatale.

La loro cultura è costruttivista, determinista. Le loro élite sono sempre state poco pragmatiche e molto ideologiche. Non sono gli ordini spontanei che creano istituzioni o diritto, non sono gli individui che contano in una società, ma le norme e le strutture sociali pensate e ideate da pochi illuminati.
Insomma la sinistra ha nel suo dna il peccato dell’ideologismo, dello scollamento dalla realtà. Forse mai come oggi tutto ciò è evidente. Il libro di Ricolfi è da tenere in casa e mostrare ai vostri amici progressisti, quando vi prendono per populisti se osate contraddirli sul terrorismo islamico, sull’accoglienza o sui diritti degli animali.

Nicola Porro, Il Giornale 2 luglio 2017

sabato 1 luglio 2017

Georgia: Da repubblica a monarchia? La sfida del Patriarca Ilia II

di Emanuele Cassano
La crisi politica scatenata dalle controverse riforme costituzionali promosse dal governo continua a dividere il paese, con l’opposizione che ha chiesto al primo ministro di indire un referendum per sapere l’opinione dei cittadini. Anche il Patriarca della Chiesa ortodossa Ilia II ha voluto esprimere la propria opinione, proponendo una soluzione provocatoria: il ripristino della monarchia.
Durante un sermone del 18 giugno, affrontando questo argomento, il Patriarca ha infatti ricordato che la Georgia potrebbe essere la più antica tra le monarchie attualmente esistenti, aggiungendo che “un eventuale passaggio alla monarchia costituzionale non può avvenire dall’oggi al domani, ma va tenuto in considerazione analizzando il passato, il presente e il futuro del paese”.
La proposta di Ilia II, che in quanto capo della Chiesa rappresenta la più potente e popolare carica del paese, si è ben presto rivelata più di una semplice provocazione, al punto che il giorno successivo il presidente del parlamento Irakli Kobakhidze ha incontrato Eka Beselia, capo del Comitato per le questione legali, parlando proprio dell’eventuale possibilità di proporre un referendum consultivo sul passaggio dalla repubblica alla monarchia.
Mentre il partito di governo, attraverso le parole del vice-presidente del parlamento Giorgi Volski, ha affermato che un eventuale passaggio alla monarchia “potrebbe portare cambiamenti positivi”, l’opposizione ha criticato all'unanimità la proposta lanciata dal Patriarca, ritenuta retrogada e dannosa per il paese.
Secondo Gigi Ugulava, ex sindaco di Tbilisi appartenente al Movimento per la Libertà – Georgia europea, principale partito dell’opposizione, “la monarchia non può e non sarà ripristinata”; mentre per i membri di Girchi, partito d’opposizione extra-parlamentare famoso per le proprie battaglie a favore dell’abolizione della leva obbligatoria, l’iniziativa sarebbe “l’ennesimo tentativo di distrarre i georgiani dagli emendamenti costituzionali in corso”.
L’idea di ripristinare la monarchia ha comunque dei precedenti in Georgia: già nel 2009, in seguito a una crisi politica, il Patriarca consigliò a governo e opposizione di trasformare l’allora sistema presidenziale in una monarchia costituzionale. L’iniziativa, che venne inizialmente considerata dall’opposizione, fu subito bloccata da Saakashvili, secondo cui il ripristino della monarchia avrebbe fatto gli interessi del Cremlino.
Il Regno di Georgia venne fondato nel 1008 da Bagrat III, il quale raccolse l’eredità delle diverse entità statali che si succedettero in queste regioni nei secoli precedenti. Sopravvisse fino al XV secolo, quando – in seguito alle continue invasioni di popoli provenienti dall’Asia Centrale – collassò, dando vita a una serie di regni e principati minori. La dinastia dei Bagrationi continuò ad amministrare queste entità fino al XIX secolo, quando venne deposta in seguito all’annessione della Georgia all’Impero russo.
Mentre la maggioranza valuta se prendere in considerazione un eventuale ritorno alla monarchia, i discendenti della Casa reale dei Bagrationi sono da tempo impegnati a risolvere una complicata disputa dinastica che al momento vede sfidarsi due principali pretendenti al trono. Essi sono Davit Bagrationi-Mukhraneli, appartenente al ramo dei Bagrationi-Mukhrani, trasferitisi in Spagna in seguito alla presa di Tbilisi da parte dell’Armata Rossa nel 1921, e Nuzgar Bagration-Gruzinski, del Casato dei Gruzinski, discendenti dell’ultimo sovrano georgiano regnante, Giorgi XII.

venerdì 30 giugno 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale



PROBLEMI IN SEDE PARLAMENTARE

AFFIDATO COSI' AGLI ORGANI ED AI GRUPPI PARLAMENTARI DEL PARTITO IL MANDATO DI REALIZZARE LA SUDDETTA LINEA SOCIALE ED ECONOMICA CHE ESSO REPUTA CONFACENTE AGLI INTERESSI SUPREMI DELLA NAZIONE ED A QUELLI DELLA CAUSA, E DI ASSUMERE LE CONSEGUENTI POSIZIONI POLITICHE E PARLAMENTARI, IN ORDINE A QUESTE IL CONGRESSO NAZIONALE INDICA PARTICOLARMENTE Al GRUPPI PARLAMENTARI LE SEGUENTI SPECIFICAZIONI DELLA LINEA SU STABILITA:

POLITICA EDILIZIA

l) Sul disegno di legge sul blocco dei fitti urbani, e sulla politica edilizia in generale, è da respingersi il disegno di legge governativo attualmente all'esame del Parlamento così come ogni altro che muova dal principio dell'aumento non discriminato dei fitti bloccati per le case di abitazione, giacché a tale aumento, sia pure graduale, si potrà giungere soltanto quando sarà stata iniziata e sarà divenuta operante una politica edilizia capace di assicurare veramente la casa decorosa, a costo di larga sopportabilità per gli attuali bilanci familiari, ai ceti popolari e medii del popolo Italiano. Quello della casa è un diritto; ed è in questo campo che la proprietà privata deve esercitare massimamente la propria funzione sociale.

Per attuare tale politica non è possibile contare esclusivamente sull'iniziativa diretta dello Stato e su quella degli, Istituti a ciò istituzionalmente deputati, anche per evitare, la creazione di un pericoloso monopolio dell'edilizia ad equo costo. Al contrario, pur con la collaborazione di codesta iniziativa diretta o indiretta dello Stato, bisogna puntare stilla iniziativa privata la quale potrà assolvere tale compito solo che lo Stato sappia indirizzarla e proteggerla. A tale fine è necessaria una politica fiscale che - coerentemente alla nuova strutturazione auspicata per tutto il sistema fiscale - scoraggi la costruzione di case di lusso e incoraggi al massimo la costruzione di case per i ceti più numerosi e bisognosi.

Ma soprattutto è necessaria una legislazione energica, rapida, efficiente per stroncare la speculazione sulle aree fabbricabili nei centri urbani grandi e medii, giacché il poter fornire alla iniziativa privata di costruzione aree fabbricabili a prezzo equo e controllato - quando si pensi che oggi il costo dell'area incide sul costo di costruzione della casa per aliquote che vanno dal 45 al 60 per cento - significa dimezzare i prezzi del mercato edilizio. Quella delle aree è una tipica speculazione di usura capitalistica che va stroncata in nome di supremi principii morali e giuridici prima ancora che per pressanti ragioni economiche e sociali.

A questo fine è auspicabile che tutti i Comuni imitino l'esempio del Comune di Torino che - primo fra i maggiori centri urbani - ha con deliberazione del 5 novembre u.s. stabilita una imposta sul plusvalore delle aree fabbricabili, sia pure con aliquote che in altri centri sono notevolmente maggiorabili. Ma soprattutto è necessario un provvedimento di legge che autorizzi i Consigli Comunali - ed, in. mancanza di loro iniziativa, i Prefetti - a stabilire dei demanii comunali di aree, fabbricabili in base alle norme vigenti per le espropriazioni di pubblica utilità e facendo base per il prezzo di esproprio come valore commerciale delle aree il loro valore commerciale al 1948, anno in cui l'usura capitalistica in questo campo si è pronunciata. La differenza tra il prezzo di esproprio ed il valore commerciale 1948, al quale le aree dovrebbero oggi esser cedute dagli auspicati demanii comunali all'iniziativa privata di costruzione, dovrebbe essere dai Comuni iscritta in un bilancio speciale ed adoperata per la costruzione ad iniziativa comunale di case popolarissime da cedersi gratuitamente in proprietà, attraverso gli ECA e con il controllo dell’Autorità Tutoria, ai ceti più miserevoli e più bisognosi di abitazione, come profughi, sinistrati totali di guerra, disoccupati permanenti per invalidità ecc. Particolari provvidenze si auspicano per le cooperative di profughi della Venezia Giulia e dell'Africa.
Nel frattempo una equa soluzione del problema posto dal permanere del blocco dei fitti, la quale contemperi le prevalenti ragioni sociali con quelle economiche e giuridiche, non può essere ricercata che attraverso una discriminazione che contempli:

a) lo sblocco degli appartamenti appartenenti a proprietari di una o due abitazioni locate i quali possano dimostrare di avere in esse investite, prima del 1939, almeno la metà dei loro risparmi;
b) un moderatissimo aumento dei fitti bloccati, graduato per almeno un decennio e tale da raddoppiare, al massimo, alla fine del decennio i fitti attuali per tutti gli appartamenti non compresi nella prima e nella terza categoria;

c) un provvedimento di riscatto ventennale, sulla base della capitalizzazione del fitto attuale, per tutti gli appartamenti appartenenti a Enti o Istituti parastatali per i quali l'attività edilizia non rientri nei diretti fini istituzionali od a Società -private il cui fine costitutivo, o generalmente accertabile, sia la speculazione edilizia e che detengano appartamenti sottoposti al blocco dei fitti.

Il libro azzurro sul referendum - VI cap. 4-6


Eccezioni alle privazioni del diritto di voto



«La circolare n. 2030 P. diramata dal Ministero dell'Interno - Servizio elettorale - in data 21 maggio 1946 a tutte le amministrazioni comunali e per conoscenza a tutte le Prefetture relativa alle eccezioni applicabili alle privazioni del diritto di voto è stata da molti Comuni ignorata, in particolare da quello di Roma, e comunque non applicata entro il 23 maggio, termine utile ai fini della introduzione nelle liste elettorali dei nominativi non compresi nella liste stesse.


Risulta che alle proteste degli elettori lesi nei loro diritti, alcune amministrazioni hanno risposto assicurando che la circolare sarà applicata a tutti gli effetti per la correzione delle liste dopo le elezioni del 2 giugno».




Rinvio dei comizi elettorali nella Venezia Giulia e provincia di Bolzano


In contrasto coll'articolo 1 del D.D.L. 25 giugno 1944 n. 151 l'articolo I del D.L.L. 1 marzo 1946 n. 74 - Norme per l'elezione dei Deputati all'Assemblea Costituente, comma secondo - stabilisce che i comizi elettorali per il «referendum» nella Venezia Giulia e nella provincia di Bolzano saranno convocati con successivo provvedimento. Tale disposizione deve essere messa in rapporto coll'art. 1 del D.L.L. 25 giugno 1946 n. 151 del decreto sul «referendum» che enuncia il principio fondamentale che «il popolo» sarà chiamato a decidere sulla forma istituzionale dello Stato. Oltre all'esclusione dei prigionieri di guerra, degli italiani all'estero, in colonie ecc., colla esclusione dal voto della Venezia Giulia e della provincia di Bol7-ano, la volontà del «popolo » non fu giuridicamente perfetta, poiché il soggetto di tale volontà non risultò di tutti gli elementi dei quali, per espressa disposizione di legge, doveva essere costituita, perché la volontà manifestata avesse valore giuridico.



Protesta dell'U. M. I. di Bolzano


L'U.M.I. di Bolzano ha inviato all'Amm. Stone le sue ufficiali proteste per l'esclusione dal voto.