NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 20 febbraio 2018

Torino, 21 Febbraio


9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re D’Italia



Testo della conferenza del 4 Febbraio 2018 per il Circolo Rex
di Domenico Giglio


EPILOGO
In queste ore infatti si decide se e come reagire alla decisione del Governo presa alle 2 di notte, con il voto unanime del Consiglio dei Ministri eccettuato il voto del liberale Leone Cattani Ministro dei Lavori Pubblici, e l’astensione di De Courten ministro della Marina che si riteneva ministro tecnico.-Si scontrano nuovamente i fautori di una risposta forte che già il Re in precedenza aveva respinto perché avrebbe portato fatalmente alla guerra civile che per il Sovrano e lo era stato anche per il Padre in occasione di determinate decisioni ( firma cosiddette leggi razziali ed entrata in guerra nel 1940 che ora ipocritamente gli vengono rinfacciate ) significava un trono macchiato di sangue e la rottura dell’unità nazionale che era stata raggiunta proprio con e grazie alla Casa Savoia. A queste considerazioni storico-politiche si aggiungeva la profonda fede religiosa di Umberto alieno dalla violenza ed il suo senso di responsabilità ed umanità perché fossero evitati nuovi morti.
Le quattro alternative erano le seguenti: dimettere il Ministero ribelle e nominarne uno nuovo; tacere ed andare avanti come se nulla fosse accaduto; rimanere-protestando; protestare e partire. Il Re respinse subito i primi due mentre ci si soffermò sul terzo, in quanto alcuni consiglieri ritenevano-che il Re con la sua sola presenza in Roma poteva esercitare-una influenza morale sulla Corte di Cassazione essere cioè l’unica vera forza per coloro che intendevano rispettare la legge. Anche questa ipotesi fu però scartata per cui rimase l’ultima e fu questa che il Re scelse. Si apriva però il problema di una legittima protesta e quindi della stesura del proclama che partendo, Umberto II avrebbe-indirizzato alla nazione. Proclama alto e preciso nella rivendicazione dei diritti calpestati ma netto altrettanto nell’invito ai monarchici di astenersi da qualsiasi atto di rivolta verso le nuove istituzioni.
I consiglieri del Re in questa ultima mattina furono come già in precedenza il giurista Carlo Scialoia il senatore Alberto Bergamini ed i politici Enzo Selvaggi e Roberto Lucifero che insieme con Bergamini erano stati eletti alla Costituente nel già citato Blocco della Libertà e-, logicamente il Ministro della Real Casa. I “politici” erano per una risposta forte e fino all’ultimo pregavano il Re, “Maestà non parta” ma tenuto conto della volontà del Sovrano addivennero alla stesura di quel messaggio agli italiani dove dopo una prima bozza in cui si definiva l’atto del Governo come un “colpo di stato” si affermava egualmente chiaro e forte che si era trattato di “un gesto rivoluzionario unilaterale ed arbitrario”, che aveva posto il Re nella alternativa da Lui rifiutata “di provocare spargimento di sangue”. Così Umberto II compiva con la partenza per l’esilio un “sacrificio nel supremo interesse della Patria” ma elevava al tempo stesso una ferma protesta contro la violenza perpetrata. Ma a questa protesta il Re faceva seguire coerente con la nobiltà del suo atteggiamento tenuto dal 5 giugno del 1944 un invito ai monarchici di continuare ad operare per il bene della nazione sciogliendo infine quanti lo avevano prestato dal giuramento di fedeltà al Re, ma non alla Patria.
Così alle ore 16,09 del 13 giugno il velivolo “S.M.95”, ovvero un “Savoia Marchetti”, con a bordo Umberto II si levava in volo dall’aeroporto di Ciampino, e contemporaneamente veniva ammainata la bandiera tricolore con scudo sabaudo e corona reale dalla Torre del Quirinale.
CONSIDERAZIONI FINALI
Solo oggi dopo 72 anni si può capire e constatare che ammainando quella bandiera che era quella del Risorgimento e della Unità Nazionale non si ammainava un pezzo di stoffa ma un insieme di valori dalla fedeltà, all’ onore all’ amor di Patria alla lealtà al senso del servizio verso lo Stato ed il Sovrano, allo spirito unitario e nazionale, che avevano accompagnato prima l’ascesa dell’Italia ed allora anche dopo lutti e dolori della guerra già ne stavano accompagnando la ripresa della quale aveva posto le basi il vecchio Re ed ora stava proseguendo il nuovo Sovrano, come tardivamente ed in molti casi ipocritamente riconobbero anche gli avversari.

DOMENICO GIGLIO


Appendice:







BIBLIOGRAFIA:

1 ) Italicus ( Ezio Saini) – “Storia segreta di un mese di Regno” – edizioni “Sestante” – Roma – 1947
2) Falcone Lucifero – “L’ultimo Re –Diari del Ministro della Real CasA 1944-1946”- Edizioni Mondadori – “le Scie” –ottobre 2002
3) Vittorio Prunas Tola-e Niccolò Rodolico – “Libro azzurro sul referendum” –editrice Superga - 1963
4) Ludovico Incisa di Camerana –“ L’ultimo Re – Umberto II di Savoia e l’Italia della Luogotenenza” – edizioni-Garzanti – Milano 2016
5) Gianni Oliva – “ Umberto II. L’ultimo Re “ –edizioni Mondadori – Milano 2000
6) Aldo A.Mola – “ Declino e crollo della Monarchia in Italia “ edizioni Mondadori – “le Scie” -.2006
7) Giovanni Artieri - “ Cronaca del Regno d’Italia “ – volume II – edizioni Mondadori – Milano 1978
8) Giovanni Artieri –“ Il Re “ – edizioni del “Borghese”- Milano 1959 (il libro a cura di P.cacace e F.Perfetti è stato ripubblicato con il titolo “Umberto II –il Re Gentiluomo- Colloqui sulla fine della Monarchia – edizioni “l Lettere “- Firenze 2002 )
9) Giovanni Semerano e Camillo Zuccoli – “Dalla parte del Re – 1946 la verità sul Referendum” – edizioni “Monarchia Nuova” – Roma 1996
10) Franco Malnati – “La grande frode “ – edizioni Bastogi – 1997
11) Paolo Monelli – “Il giorno del Referendum “ – edizione “Le lettere “ – Firenze 2007
12) Luigi Barzini – “La verità sul referendum “ – edizioni “Le lettere “ – Firenze 2005
13) Aldo A. Mola – “Storia della Monarchia in Italia “ – edizioni Bompiani – 2002
14) Aldo A. Mola – “Il referendum-Monarchia- Repubblica del 2-3 giugno 1946 – Come andò davvero “ edizioni-Bastogi – 2016
15) Domenico Fisichella – “ Dittatura e Monarchia – L’Italia tra le due guerre “- edizioni Carocci – Roma 2014
16) Falcone Lucifero – “Il Re dall’esilio “ - edizioni Mursia - Milano-1978
17) Fernando Etnasi – “ Repubblica o Monarchia - “ – edizioni Dies – 1966
18) Carlo Richelmy – “ Cinque Re “ – editrice Gherardo Casini – 1952
19) Francesco Cognasso – “ I Savoia” – editrice Corbaccio – Milano 1999
20) Alfredo De Donno – “ I Re d’Italia- vita pubblica e privata dei Savoia-Carignano -1831-1946 “. Edizioni Panella - Roma 1971
21) Oreste Genta – “ S.M.Umberto II nei due anni di Regno “- conferenza tenuta al Circolo REX il 21-1-1990- editore INGORTP-
22) Luciano Regolo – “Il Re Signore” –editrice Simonelli -1998
23) Vincenzo Staltari – “Umberto II”- editrice Istituto Teano – 2003
24) Franco Garofalo - “Un anno al Quirinale “ – editrice Garzanti
25) Enrica Rodolo - “I Savoia” – editrice Piemme – 1998
26)Silvio Bertoldi - “Savoia – Album dei Re d’Italia “ –editrice Rizzoli – 1996
27)Aldo A. Mola - “Umberto II di Savoia “ – editrice Giunti - 1996 

lunedì 19 febbraio 2018

Ritrovamenti...



Un regime imperfetto che non cambiò l’Italia


Studiare la storia per smontare l'allarme fascismo
Ecco tutte le linee di continuità tra Stato liberale e fascismo
 
di Francesco Perfetti
17/02/2018

Verso la metà degli anni Sessanta cominciarono ad apparire i primi risultati della ricerca di Renzo De Felice sul fascismo e sulla biografia di Mussolini. La storiografia imboccò la strada di una analisi realmente storica e fondata sulla ricostruzione di quella stagione politica al di là delle deformazioni della politica e dell’ideologia.
Molti risultati degli studi di De Felice – all’inizio guardati con scetticismo o sufficienza – divennero patrimonio della letteratura storiografica più avvertita: la differenza per esempio tra «movimento» e «regime», il riconoscimento dell’esistenza di un diffuso «consenso» al fascismo e via dicendo. Ed entrarono a far parte del comune sentire.
Negli ultimi tempi, però, quali che ne siano le motivazioni, la polemica politica, attraverso la riscoperta di un risibile pericolo neo-fascista, ha riportato indietro di interi decenni i discorsi sul fascismo, addirittura all’epoca precedente gli studi defeliciani.
Si è tornati, per motivi puramente politici e propagandistici, a una utilizzazione estensiva e demonologica del termine «fascismo» che non ha più nessun riferimento concreto e reale con il fenomeno storico che esso dovrebbe evocare. In una situazione del genere è da salutare con grandissimo apprezzamento l’uscita in libreria di un importante e denso saggio di Guido Melis dal titolo La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista (Il Mulino, pagg. 624, euro 38), che si propone di studiare, con equilibrio e grande finezza, i meccanismi essenziali del regime.
Si tratta di un lavoro, opera di uno studioso della storia delle istituzioni e dell’amministrazione pubblica, che, sia pure da una prospettiva diversa, riprende e prosegue il cammino storiografico iniziato da Renzo De Felice.
Il problema centrale dello studio di Melis è quello del rapporto tra lo Stato fascista e lo Stato liberale. In altre parole, è quello di cercare di capire come, e fino a che punto, la «macchina» del fascismo sia riuscita a incidere sulla continuità amministrativa e burocratica dello Stato preesistente per portare avanti la sua opera di rottura o, se si preferisce, la sua rivoluzione.
Melis fa notare come, fra le carte della Presidenza del Consiglio sia conservata una busta intestata «Consiglio dei Ministri» recante la data 31 luglio 1943-XXI con questa frettolosa annotazione sul frontespizio del fascicolo interno: «Non ha avuto luogo per mutamento del Ministero».
È significativo, più che curioso, il fatto che la fine del regime, all’indomani del 25 luglio 1943, sia stata, da un qualche burocrate, declassata al livello di un puro e semplice cambiamento di governo.
La verità è che le istituzioni del fascismo, a cominciare proprio dalla struttura burocratica, si sono trovate a convivere con le vecchie istituzioni dello Stato liberale.
Il fascismo giunse al potere all’indomani della conclusione della Grande Guerra in una situazione di crisi generale, politica, economica e sociale determinata dalle immani trasformazioni anche psicologiche indotte dal conflitto.
La classe dirigente venuta fuori dal conflitto era, come ben sottolinea Melis, «non priva di forti individualità», ma «dominata ossessivamente dal culto del capo e da un impulso primordiale all’obbedienza gerarchica, insieme frutto della pedagogia della trincea e portato storico dei grandi fenomeni di irreggimentazione sociale imposti dall’industrializzazione».
Questa classe politica fece il suo ingresso nei gangli di una struttura statuale che, dal punto di vista delle istituzioni, si ricollegava direttamente allo Stato liberale dell’anteguerra con la sua architettura burocratico-amministrativa e con la sua legislazione fortemente radicata in un impianto normativo ancora ottocentesco.
Il fascismo, giunto dunque al governo, si trovò, così, ad operare in un contesto istituzionale, burocratico, amministrativo e legislativo consolidato anche se, per comune ammissione, bisognoso di ritocchi o ammodernamenti dovuti alle nuove sfide, diretta conseguenza del conflitto mondiale, di una società che stava diventando di massa e stava imboccando la strada dell’industrializzazione.
Esso fece ricorso al personale, peraltro di elevato livello e di grande competenza, che aveva consentito il funzionamento della macchina burocratico-amministrativa della tarda età giolittiana.
Gli uomini di Mussolini, una volta insediati nei posti di comando, si appoggiarono al personale in ruolo nella amministrazione pubblica o a tecnici di settore e grande importanza ebbe la figura del capo di gabinetto.
In alcune amministrazioni – si pensi, per esempio, al Ministero degli Esteri, dove per diversi anni la carica di Segretario Generale venne ricoperta da Salvatore Contarini, uomo della destra conservatrice di tradizione liberale – tutte queste personalità operarono, più che come cerniera, come fattori di collegamento con l’Italia liberale.
L’analisi proposta da Guido Melis col supporto di un ampio e preciso apparato statistico pone implicitamente, quanto meno a livello di personale burocratico-amministrativo, il problema della continuità-rottura fra lo Stato liberale e lo Stato fascista.
Si tratta di una questione rilevante dal punto di vista storiografico perché, al di là delle biografie intellettuali del personale burocratico-amministrativo, pone il problema della natura stessa del regime e della sua effettiva capacità di essere o trasformarsi in un regime compiutamente totalitario.
In effetti, a ben vedere, il traguardo della realizzazione di uno Stato totalitario non venne raggiunto. La struttura della stessa «diarchia», cioè a dire la convivenza tra fascismo e Monarchia, lo rendeva di fatto impossibile.
E del resto lo Stato fascista non ebbe carattere monolitico: nelle sue strutture si trovarono a convivere fascisti in senso proprio, ma anche esponenti dell’Italia liberale, uomini che rappresentavano interessi economici, ovvero oligarchie o potentati.
Un grande mix, insomma, che si ritrovava anche nella convivenza di istituzioni preesistenti al fascismo e di istituzioni da questo create ex novo.
Una convivenza spesso dialettica se non ambigua. Appare, in proposito, interessante il fatto che la più celebrata rivoluzione economica del fascismo, cioè il corporativismo con quel che esso avrebbe dovuto comportare, finì per essere messa da parte dalla nascita, a partire dagli anni Trenta, di quello «Stato imprenditore» e di quella «economia mista» che sarebbero sopravvissuti al regime.
In proposito osserva Melis: «Emerge la novità ambigua di uno Stato-partito costruito ex novo modificando in profondo la Costituzione liberale, ma al tempo stesso condizionato sino all’ultimo dalla sopravvivenza degli antichi equilibri: cioè dal modello dello Stato ideato a fine Ottocento dai maestri del diritto costituzionale e amministrativo».
Emerge, in altre parole, l’immagine di uno Stato che, rispetto ai suoi propositi di realizzare un regime totalitario, si rivelò, come recita il titolo del volume di Melis, «una macchina imperfetta»

domenica 18 febbraio 2018

Il libro azzurro sul referendum - X cap - 3



«Da Roma in giù la disorganizzazione non ebbe praticamente limiti. Ore di attesa tumultuosa e snervante furono necessarie per poter avvicinarsi alle urne, con interventi « energici » degli ausiliari forniti di robusti manganelli, sia pure rivestiti di gomma. Sotto un sole spietato le file si allungavano; molte donne venivano meno... Nelle campagne molti elettori credettero che la donna colla corona turrita raffigurante la repubblica rappresentasse la Monarchia e la testa
della Regina »...
Casi di irregolarità verificatisi durante lo svolgimento delle elezioni Italia Nuova del 8-9-10 giugno ha pubblicato: «Ci risulta che presso la 8“ sezione di via Giubbonari n. 4 le operazioni furono sospese dal Presidente del seggio Ferrara Antonio perchè dal conteggio delle schede risultava che avevano votato cento persone di più di quelle risultanti dal registro elettori.
Alla sezione elettorale 606 di Roma la signora Antobelli Elisabetta avendo notato che la scheda consegnatale per il «referendum» era completamente sprovvista dei due simboli prescritti, faceva rilevare la cosa al presidente, ma uno degli scrutatori l’ammoniva di tacere.
A Roma alla sezione 618 i componenti del seggio abbandonarono il lavoro alle ore 20 del 3 giugno senza aver ultimato lo scrutinio.
A Roma seggio 608 il presidente trasportava di sua iniziativa e senza scorta il plico contenente i documenti relativi alla votazione a mezzo auto privato direttamente alla pretura.
Il presidente della 532° sezione di Roma unitamente agli scrutatori alle ore 13 del 4 giugno abbandonava sui tavoli, senza prima avervi apposto i sigilli, tutto il materiale elettorale.
Dal Comune di Roma sono stati distribuiti numerosi certificati elettorali a persone non iscritte all’ufficio anagrafico.
Una parte di tali certificati con nomi apocrifi si trovano già presso la Corte di Cassazione. Impossibilità di controllare i voti nulli ed il numero stesso dei voti. (I verbali spessissimo incompleti coi soli totali scritti a matita) ».

Brogli elettorali e ricorsi

Il rappresentante della lista del Blocco Nazionale della libertà ha presentato formale protesta e reclamo per far dichiarare nulla la votazione nel Collegio di Napoli Caserta a norma dell’art. 18 del D.L.L. 23 aprile 1946 n. 219. Il ricorso è motivato dal fatto che sia nella compilazione delle liste sia nelle operazioni di voto e di scrutinio sono state commesse numerose irregolarità.
Irregolarità rilevanti alla 846° sezione di Milano, a Terlizzi, in provincia di Brindisi, all’ospedale del Littorio di Roma, in molti comuni della provincia
di Mantova, a Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Viterbo, di Cosenza, di
Campobasso... Violazioni delle norme di legge denunciate dal sig. Filippo Franceschi rappresentante effettivo di lista della lista n. 16 (Blocco nazionale della libertà) all’ufficio centrale elettorale della Circoscrizione di Roma...
Signor Direttore del giornale « Roma » - Napoli.
Nel 1948 impiegato nella FF. SS. prestavo servizio a Genova P.P. Non pochi ferrovieri asserivano che nel 1946 avevano votato «repubblica» e naturalmente socialcomunismo, ciascuno in diverse sezioni elettorali, poiché ciascuno fornito dalla rossa amministrazione comunale di più di un certificato elettorale.
Per converso era notorio che a non pochi cittadini dichiaratamente monarchici ed anticomunisti il certificato stesso non venne recapitato, per cui i cittadini in parola dovettero pestare i piedi presso gli uffici comunali se non vollero essere privati del diritto di voto.
Grato signor Direttore, se vorrà regalarmi un po’ di spazio, anche perché il senatore illustrissimo (diviso quattro) le « Istorie » sue postillar possa.
Distintamente la saluto.
NICOLA LONGO
Via Vittorio Emanuele - Pontegaldolfo (Benevento).
(Da « La Mole » II ottobre 1952 - anno VI n. 29).


(1) Da Storia segreta..., pagg. 94, 95.

sabato 17 febbraio 2018

9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re D’Italia

Testo della conferenza del 4 Febbraio 2018 per il Circolo Rex di Domenico Giglio

III parte


IL REFERENDUM
La data stabilita era il 2 con prosecuzione nel giorno successivo 3 giugno fino alle ore 12 dopo di che sarebbe iniziati lo spoglio delle schede cominciando da quelle del referendum istituzionale. La Regina votò il 2 e non avendo ritirato la scheda del referendum fu quasi accusata di essere repubblicana non comprendendone la signorilità del gesto lo stesso che la mattina del 3 avrebbe fatto il Re che non intendeva votare per se stesso sempre per quella superiore visione di imparzialità e disinteresse personale-che lo aveva contraddistinto nei due anni di Luogotenenza.
Adesso si entra nelle vicende del conteggio dei voti con una lettera iniziale del 4 giugno di De Gasperi a Lucifero attestante una maggioranza monarchica che l’indomani 5 giugno veniva ribaltata con un vantaggio per la-repubblica di due milioni di voti ormai incolmabile. Di fronte a questi risultati il Re prese-una amara decisione altrimenti inspiegabile, di far partire da Napoli per il Portogallo, la Regina ed i principini sull’incrociatore “Duca degli Abruzzi”, che un mese prima aveva portato in esilio in Egitto il Re Vittorio e la Regina Elena che per la storia furono accolti regalmente dall’allora Re Farouk, prendendo residenza in una modesta villetta denominata “Villa Jela”(nome di Elena in montenegrino ). Ed in questa villa ad Alessandria d’Egitto si spense il successivo 28 dicembre 1947 il Re Vittorio Emanuele avendo sempre grazie alla signorilità di Farouk funerali imponenti con l’esercito egiziano schierato presenti i Reali di tutte le maggiori famiglie, oltre logicamente al Re Umberto ed i Savoia per essere tumulato in una semplice tomba nella Chiesa di Santa Caterina da dove dopo settant’anni rientrato il feretro in Italia è stato accolto nel Santuario di Vicoforte opera di un suo avo Carlo Emanuele I.
Sempre in questa giornata il Re ritenne di dover lasciare in deposito nel caveau della Banca d’Italia le gioie della Corona con la scritta “ a chi di dovere” atto ancora una volta di una estrema signorilità perché obiettivamente appartenevano a Casa Savoia, come esclamò Einaudi presente quale Governatore “ma perché non se le porta via. E’ tutta roba sua “, gioie che Lucifero scrive “…io vedo per la prima volta e che sono davvero meravigliose: valgono più di un miliardo.”
Tornando alle vicende post referendarie inizia qui il drammatico scontro tra il Re che vuole il rispetto della legalità democratica e che tutto si svolga regolarmente con il controllo della Corte Suprema di Cassazione cui per legge spettava il controllo finale dei risultati ed il Governo in cui la quasi totalità dei ministri repubblicani ritiene oramai decisa la vittoria repubblicana e legittimo il risultato e non vede cosa aspetti il Sovrano a lasciare anche lui l’Italia. Ma il 7 giugno alcuni politici-di parte monarchica in primo luogo Enzo Selvaggi ed alcuni giuristi di Padova trovano che alle cifre-esposte da Romita manca qualcosa di molto importante e cioè il numero totale dei “votanti” come scritto nelle legge sul quale calcolare la effettiva maggioranza dei voti e da qui nascono i ricorsi alla Corte di Cassazione sul significato di “votante”, mentre giungono alla stessa centinaia di ricorsi su singoli fatti avvenuti nelle sezioni-prima e durante gli scrutini. Il Re che deve consultarsi con i suoi consiglieri divisi tra i fautori della maniera “forte” nei confronti del Governo e quelli più propensi a soluzioni diplomatiche divisione di punti di vista che durerà fino alla scelta del 13 giugno si reca in una visita già definibile di “commiato” la sera del 7 alle 19,30 in Vaticano, da Pio XII. L’incontro privato di trenta minuti ha ormai solo un carattere protocollare ed il Pontefice accomiatandosi dal Re ha per Lui nobili parole,” E’ nel segno del rispetto della legge divina ed umana che Vostra Maestà troverà in questi giorni amarissimi la giusta strada secondo le tradizioni della sua Casa”, ma che ormai non possono portare ad alcun risultato pratico. E di questo carattere privato e politicamente inutile la controprova è nel diario di Lucifero che alla data del 7 non ne fa alcun accenno avendo avuto invece incontri importanti fra i quali quello con Massimo Pilotti Procuratore Generale della Cassazione.
La Chiesa infatti si era mantenuta piuttosto equidistante sul problema referendario anche se fra le righe del messaggio papale poteva scorgersi una certa contrarietà-a cambiamenti istituzionali ma era abbastanza noto che i due maggiori collaboratori del Pontefice i monsignori Montini e Tardini fossero uno più propenso alla soluzione repubblicana e l’altro al mantenimento della Monarchia. Del resto nessuna pressione era stata esercitata sul partito democratico cristiano che-si era pronunciato nel suo congresso prima del referendum a maggioranza degli iscritti ( circa un milione ) particolarmente i giovani ed i maggiorenti del partito per la repubblica maggioranza che non corrispose a quella dei suoi elettori che furono 8.083.208 ( otto milioni ottantatremiladuecentootto ) dei quali la stragrande maggioranza votò per la Monarchia.
Nella giornata dell’8 giugno da parte del Presidente dell’Unione Monarchica Italiana Tullio Benedetti, che era stato eletto alla Costituente con il Blocco Nazionale della Libertà viene inviata una lettera all’ammiraglio Stone per sottolineare la irregolarità del referendum ma la lettera rimane senza risposta. Gli anglo-americani pilatescamente si lavano le mani circa le vicende elettorali ed a nulla pure giova un incontro del generale Infante sempre con Stone malgrado una amicizia personale tra i due militari. La Monarchia abbandonata anche da generali spergiuri e da una parte della nobiltà da sola aveva affrontato la battagli referendaria e sola era anche adesso con il solo popolo altrimenti non si spiegherebbero i milioni di-voti ottenuti mentre i “poteri forti” nazionali ed internazionali avevano parteggiato per la repubblica facendo in particolare, per quelli nazionali della Monarchia il “capro espiatorio” delle loro colpe ben maggiori per cui come scrisse un grande giornalista liberale Manlio Lupinacci “la Monarchia non è stata sconfitta è stata tradita”.Del resto gli americani erano fondamentalmente e storicamente contrari alle monarchie e nel Regno Unito dal 1945 non vi era al governo Churchill, di cui conosciamo i lusinghieri giudizi sulla figura di Umberto - battuto alle elezioni dal laburista Attlee.
Queste manovre di esponenti del governo sulla magistratura per affrettare la proclamazione della repubblica con pressioni e motivazioni menzognere sul Presidente Pagano portano ad una riunione ufficiale della Corte Suprema di Cassazione il pomeriggio del 10 giugno a Montecitorio nella Sala della Lupa ma, il Presidente-Pagano si limita alla lettura dei dati pervenutigli con i voti attribuiti alle due forme istituzionali rinviando ad una successiva seduta i-dati definitivi. Questa lettura provoca un grande scorno nel campo repubblicano e dà motivo al Re di attendere sempre sereno e fiducioso la seconda riunione da tenersi dopo l’esame delle contestazioni, delle proteste dei reclami e dei ricorsi.
Il Guardasigilli Togliatti non era stato però in tutti i mesi precedenti con le mani in mano per cui la Suprema Corte aveva già al suo interno una parte “governativa” guidata dal Consigliere Brigante e di questo si sarebbe avuta la prova in occasione della discussione del ricorso sul numero dei votanti quando contro il parere espresso dal Procuratore Generale 12 consiglieri votarono contro l’accoglimento dei ricorsi e solo sette compreso il Presidente Pagano a favore..Perciò si doveva mettere il Re di fronte al “fatto compiuto” e dal 10 al 12 giugno si susseguono tra il Presidente del Consiglio, De Gasperi, e Lucifero ed il Re incontri e scontri per costringerLo a partire tanto che il Re in quella che sarebbe stata l’ultima notte in territorio italiano pernottò in una abitazione privata a via Verona 3 raggiungibile solo attraverso il generale Graziani dopo essere stato a cena a casa dell’amico giornalista Luigi Barzini circostanza che denota la tranquillità del Re che non immaginava quanto stava avvenendo nel Consiglio dei Ministri. Ed il Ministro Lucifero quando- si reca da Lui il 13 mattina alle 8,30 con il comunicato del Governo che proclamava De Gasperi quale Presidente del Consiglio nuovo capo dello stato facendo del Sovrano un privato cittadino trova il Re già al corrente perché avvertito dal Barzini così-da questa ora iniziano per terminare alle 15,30-le sette ore più drammatiche della vita del Re e della moderna storia d’Italia.

venerdì 16 febbraio 2018

Il Re visiterà la Catalogna per la prima volta dal colpo di stato indipendentista



Don Felipe presiederà la cena inaugurale del Mobile World Congress di Barcellona, ​​in programma per domenica 25 febbraio
Sei mesi dopo la sua ultima visita, il Re tornerà in Catalogna per la cena inaugurale del Mobile World Congress di Barcellona, in programma per Domenica 25 febbraio, che si terrà presso il Palau de la Musica Catalana.
Questa è la prima visita di Don Felipe in Catalogna dalla partecipazione alla manifestazione il 27 agosto per le vittime degli attacchi jihadisti a Barcellona e Cambrils, e soprattutto la prima visita dal golpe indipendentista del deposto governo di Carles Puigdemont .
La sfida separatista della Generalitat portò Don Felipe a pronunciare un messaggio alla nazione di carattere eccezionale in ottobre, in cui rivendicava "i legittimi poteri dello Stato di assicurare l'ordine costituzionale" davanti ad "una situazione di estrema gravità".
Come confermato dalla Casa del Re, Don Felipe presiederà, come nelle precedenti edizioni, la cena ufficiale offerta da GSMA - l'entità che rappresenta gli interessi di oltre 800 operatori mobili e più di 250 aziende nell'ecosistema mobile - e l'istituzione organizzativa mobile World Capital Barcelona per dare il benvenuto al «GSMA Mobile World Congress 2018».
Il congresso, che si terrà a Barcellona dal 26 febbraio al 1 marzo, è un incontro di riferimento mondiale che riunisce a Barcellona le aziende e i professionisti leader nel settore delle telecomunicazioni mobili, sottolinea la Casa del Re.
Sebbene la presenza del monarca all'apertura del congresso, che si terrà il 26 di mattina nei locali della Fira de Barcelona a L'Hospitalet de Llobregat, non sia ufficialmente confermata, le fonti governative ritengono che il capo dello stato presiederà l'apertura del MWC.
Nella sua ultima visita a Barcellona, ​​nella già citata marcia contro il terrorismo, Don Felipe fu accolto da fischi e fischi di manifestanti, in un momento di massima tensione dovuto al processo separatista avviato da Puigdemont.
Fonte: www.abc.es




Visita al Castello di Racconigi





Il Castello Reale di Racconigi, chiamato in piemontese “ ël castel ëd Racunìs”, è situato nel comune di  Racconigi, in provincia di Cuneo non molto distante da Torino . Nel corso della sua quasi millenaria storia ha visto numerosi ristrutturazioni e divenne casa Savoia a partire dalla seconda metà del XIV secolo. In seguito divenne poi residenza ufficiale del ramo dei Savoia-Carignano e successivamente divenne sede ufficiale delle “Reali Villeggiature” della Famiglia Reale dei Re di Sardegna (e poi d’Italia) nei mesi estivi e autunnali.

Cosa vedere al Castello di Racconigi?

Dal 1994 il castello è tornato nuovamente visitabile ed è oggetto di costanti restauri di natura conservativa per preservare la struttura e riportare agli antichi splendori i piani della residenza reale.  Al suo interno questo castello custodisce ambienti neoclassici, fino a comprendere sale di gusto déco risalenti alla prima metà del Novecento. Restaurati con estrema cura, essi mantengono le decorazioni e gli allestimenti originali conservati nel corso del tempo.
[...]



giovedì 15 febbraio 2018

Conferenza del Professor Sfrecola per il circolo Rex



CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA
REX



“Il più antico Circolo Culturale della Capitale”

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Come è stato scritto che dopo la grande guerra 1914-1918 “nulla fu come prima” a complemento di questo ciclo storico, non bisogna dimenticare oltre agli altissimi costi umani, altre importanti conseguenze i cui effetti durarono decenni e coinvolsero tutti i paesi coinvolti. Su questo tema parlerà

Domenica 18 febbraio, ore 10.30

il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola, 
Presidente Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione:

I costi umani e finanziari della

Grande Guerra

Sala Roma presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), 
o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, “ 910” ,” 223” e “ 52”
***
Ingresso libero

Io difendo la Monarchia - Cap III - 2


Così nelle provincie di confine era il fascismo che metteva fine all'autonomismo spiccato di quei territori. Nel marzo 1922 a Fiume il deputato toscano Giunta capitanava una vera azione guerresca contro lo Zanella che dopo l'avventura di D’Annunzio impersonava l'autonomismo locale. Si trattava di saturare gradualmente il paese dell’attività del fascismo con azioni di gusto popolare e patriottico così da potersi, alla prima occasione sostituire agevolmente al Governo parlamentare sin troppo debole e screditato. Invano in tutto questo processo si potrebbe ricercare qualche episodio, sia pure minimo, di iniziativa monarchica. L’antifascismo odierno cerca di inventare questa presunta complicità ma non vi riesce.

I fascisti si mobilitavano ora in una regione, ora in un'altra, per dare spettacolo e per tener vivo il fermento: a Roma per il 21 aprile 1922 : «Molto dello spirito immortale di Roma risorge nel fascismo; romano è il littorio, romana la nostra organizzazione di combattimento, romano il nostro orgoglio e coraggio. Roma è il nostro mito » - così scriveva Mussolini nel Popolo d'Italia e tutte queste parole che oggi ispirano diffidenza e fastidio pel male che hanno fatto, allora accendevano l'entusiasmo dei giovani e creavano fantasmi di grandezza e di gloria nei reduci della guerra vittoriosa. Dopo tre settimane grande adunata di 50 mila fascisti a Ferrara capitanati da Italo Balbo per domandare l’esecuzione di grandi opere pubbliche. Era un nuovo genere di sciopero per affermare che « chi ha fatto la guerra ha diritto alla vita» Le masse cittadine rurali si mobilitano, occupano le città con formazioni di combattimento. È un fenomeno nuovo, disastroso per lo Stato liberale e per tutte le autorità di tale Stato a cominciare dalla più alta.
Molti si domandavano: «Vuole il fascismo restaurare o sovvertire lo Stato?» E i fascisti rispondevano che essi volevano restaurare l’autorità dello Stato per impedirgli di cedere alla pressione sovversiva, ma nello stesso tempo dicevano di tendere a un nuovo Stato più forte di quello «agnostico» del liberalismo.
Il momento decisivo della lunga battaglia si può considerare quello della crisi governativa dell’estate 1922 con lo sciopero «legalitario» del 31 luglio. Il giorno prima Filippo Turati era stato consultato dal Re per la soluzione della difficile crisi. Era la prima volta che il Turati consentiva di recarsi dal Re. Ma egli non accettava di salire al Governo: forse anche, per dissuaderlo da qualunque adesione, il socialismo massimalista deliberava lo sciopero generale per il giorno dopo. Nessun atto fu più sconsigliato di quello. L'attenzione del paese fu immediatamente distolta dalla crisi parlamentare per essere portata allo sciopero e alle sue reazioni. Il fascismo che aveva perduto nei mesi precedenti un po’ del favore popolare per certi episodi di violenza unanimemente deplorati, ebbe un motivo nuovo e straordinariamente opportuno per accusate la sinistra di voler impedire il funzionamento dello Stato e di voler paralizzare la vita della nazione in un momento così delicato come quello della laboriosa crisi di Governo, con lo sciopero dei servizi pubblici.

Il fascismo poté anche ostentare la sua forza e mostrare che esso era capace di sostituirsi agli organi e ai poteri dello Stato in una vicenda nella quale aveva per sé il favore della opinione pubblica. Non basta. Esso poteva affermare allora e sempre continuerà ad affermare che il pericolo del bolscevismo non era affatto superato in Italia nei mesi che precedettero la «marcia su Roma» . Se il Sovrano faceva appello a Turati è chiaro che faceva un lodevole tentativo per risollevare il prestigio del Parlamento suggerendo la coalizione di tutte le correnti democratiche per isolare l’estrema sinistra e la destra fascista e nazionalista. Questa coalizione non si poté fare: il vecchio Giolitti non poté tornare al Governo per il veto, si disse, di don Sturzo.
Il partito popolare, come abbiamo detto più sopra, aveva già il triste vanto di avere reso impossibile il funzionamento del sistema parlamentare con l’applicazione della proporzionale; ora avrà il vanto di avere impedito l’ultimo tentativo di salvezza del Parlamento minacciato dalle squadre armate del fascismo. Il nuovo Ministero Facta, nato dalla lunga crisi dell’estate 1922, significava che il dramma politico, non risolto sul terreno legale, sarebbe arrivato nei prossimi mesi alla sua logica conclusione con il prevalere di una delle due forze: quella legale o quella insurrezionale. I fascisti lanciarono un ultimatum agli scioperanti e al Governo: «O nelle 48 ore lo sciopero cesserà o noi agiremo per farlo cessare».
E dopo 48 ore uffici e stazioni furono occupate nei centri nevralgici da squadre fasciste; i treni vennero condotti da tecnici volontari o difesi da formazioni fasciste. Il movimento approfittò dell’occasione per dilagare.
Occupò con la forza il comune di Milano (3 agosto) cacciandone i socialisti e inalberandovi il tricolore. D’Annunzio parlò quel giorno dal balcone del palazzo. Violenza dunque, sempre violenza, ma non si racconti che non era appoggiata dal favore popolare e dallo Spirito della Vittoria.
Qualunque Monarca avrebbe subito ceduta a tanta declamazione eroica, e a tanta e così infiammata suggestione popolare: Re Vittorio no. Egli esita, resiste: E’ ancorato fortemente alla soluzione costituzionale e parlamentare; un po’ per educazione mentale e per debito del suo alto ufficio; molto per il suo temperamento serio, schivo, riflessivo, avverso a tutte le improvvisazioni, alle romanticherie e alla rettorica.
Ma la guerra civile riprende con sanguinosi scontri a Savona, a Parma e a Livorno. E anche qui un eroe dannunziano della impresa di Buccari capeggia l'occupazione del comune di Livorno; anche qui riti e simboli fiumani e fascisti; ventimila cittadini si inginocchiano nella piazza al momento della «riconsacrazione» del Municipio con il tricolore. È facile ora parlare di bande armate ma allora erano folle interminabili, commosse, plaudenti. Il 5 agosto è la volta di Genova, Palazzo S Giorgio viene occupato. L’illegalità è certa e deplorevole e avrà, a ciclo conchiuso, funeste conseguenze: ma il consenso popolare v’era, sicuro, entusiasta, travolgente. Se oggi i Comitati di liberazione avessero un decimo di quei consensi che cosa non oserebbero?
Sarà stato un male, anzi fu certo un male, ma la cronaca o la storia di quegli avvenimenti non può essere modificata per utilità polemica. I socialisti non seppero collaborare con la democrazia per impedire la rivoluzione antiparlamentare e non seppero educare le masse alla propria rivoluzione. Per legge di natura, per istinto di conservazione la nazione italiana doveva darsi rapidamente uno Stato perché quello legale cadeva da tutte le parti sotto i colpi del fascismo.
Lo sciopero di agosto era stato, così si disse da parte socialista, la Caporetto del socialismo. «Era l’ultima carta, si leggeva nel giornale: La Giustizia di Reggio Emilia (22 agosto 1922), l’abbiamo giocata, l’abbiamo persa.

Ci hanno tolto Milano e Genova nostri capisaldi che parevano imbattibili. Ci hanno dato alle fiamme i due maggiori giornali, L’Avanti! a Milano e II Lavoro a Genova.

Dovunque è giunta la raffica fascista ci ha spazzato. Le varie soluzioni che noi abbiamo tentato al problema della nostra esistenza sono state tutte tardive; tardiva la soluzione collaborazionista che si doveva tentare nel 1921; tardiva quella rivoluzionaria dello sciopero generale di protesta tentata quando molti dei nostri fortilizi erano già caduti. La colpa è dei dissensi interni di metodo e delle deviazioni dalla rotta originaria. Bisogna ritornare alle origini, alla carta costituzionale del socialismo italiano del 1892...».

mercoledì 14 febbraio 2018

Cosa è un Re?


Don Felipe lo ha spiegato a sua figlia Leonor il 30 gennaio e oggi 21 bambini da tutta la Spagna lo spiegheranno al Re

Tredici giorni fa è stato Don Felipe a spiegare che cos'è un Re per lui. Fino ad allora non aveva avuto l'opportunità di farlo, e ha approfittato del suo 50esimo compleanno, quando ha imposto il Toson d'oro alla figlia Leonor, per dare una lezione di Monarchia. La lezione era indirizzata alla Principessa delle Asturie, di dodici anni, ma tutti gli spagnoli potevano sentirlo. Era la lezione di un Re a un'erede della Corona, ma anche di un padre, di un padre a sua figlia.

Don Felipe ha parlato di sacrifici, di responsabilità, di dimissioni, richieste e arrendersi senza riserve al suo paese. Ha detto a sua figlia che doveva assumersi le proprie responsabilità «ispirandosi ai valori e agli ideali più profondi" perché "tutte le tue azioni devono essere guidate dal maggior senso di dignità ed esemplarità, dall'onestà e integrità , dalla capacità di rinunciare e di sacrificio, per lo spirito permanente di superamento, e per la tua dedizione senza riserve al tuo paese e al tuo popolo».
«Dovrai rispettare gli altri, le loro idee e credenze e amerai la cultura, le arti e le scienze, perché ci danno la migliore dimensione umana per essere migliori e per aiutare la nostra società a progredire", ha aggiunto. «Sarai guidata in modo permanente dalla Costituzione, adempiendola e osservandola; servirai la Spagna con umiltà e consapevole della tua posizione istituzionale; e farai tue tutte le preoccupazioni e le gioie, tutti i desideri e le sensazioni degli spagnoli», ha detto.

Oggi ci saranno 21 bambini da tutta la Spagna che spiegheranno a Don Felipe cos'è un Re per loro. Sua Maestà li riceverà nel Palazzo Reale di El Pardo e gli studenti parteciperanno all'incontro accompagnati dai loro insegnanti e parenti e mostreranno a Don Felipe i lavori che hanno permesso loro di vincere il concorso "Che cos'è un Re per te?", Organizzato dalla Fondazione Istituzionale Spagnola (FIES) e sponsorizzata da Orange e dalla sua fondazione .
Questi 21 bambini sono i vincitori nelle rispettive Comunità e Città Autonome e nelle categorie di Educazione speciale e Multimedia, della 36° edizione del concorso scolastico, a cui hanno partecipato 20.543 studenti (il 3,7% in più rispetto all'anno precedente), da 1.954 centri in tutta la Spagna.


Nostra traduzione, aiutata da Google, dell'articolo del quotidiano Spagnolo ABC
L'originale al seguente link;