NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 8 settembre 2011

I moderati oltranzisti che piegarono il Sud

Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio Oltre gli stereotipi Il Regno delle Due Sicilie non era così arretrato come lo si è dipinto: dopo il 1816 vennero compiuti alcuni tentativi di rinnovamento Oltre il determinismo L' unificazione non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di gruppi politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni
Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell' Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio. Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un' apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient' altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell' ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l' adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l' amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell' età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell' epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell' isola, antiche e nuove». Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L' unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile , che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell' impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n' erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d' Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s' intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell' omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto. Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.
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