NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

domenica 10 dicembre 2017

Una bella pubblicità

Ogni tanto ci capita di fare attenzione ad alcuni prodotti che non hanno vergogna della propria storia  e della storia nazionale.
Qualche tempo fa abbiamo richiamato l'attenzione dei nostri lettori su Baratti e Milano, storico locale di Torino, amato e citato da Re Umberto II, per la bella vetrina colma di ricordi sabaudi.
Questa volta osservando per caso la pubblicità del pandoro Bauli abbiamo notato la nostra bellissima bandiera che passa e ripassa davanti allo scorrere del tempo rappresentato da una passeggiata.


Un buon motivo per scegliere Bauli, questo Natale.









sabato 9 dicembre 2017

AMEDEO GUILLET, IL “COMANDANTE DIAVOLO” CHE NON SI ARRESE

Personaggio d’altri tempi, abile cavaliere, eroe di guerra e fine diplomatico,  Amedeo Guillet coniugò virtù sportive e militari con alto senso dell’amor di Patria.
Il barone Amedeo Guillet, nobile figura di italiano d’altri tempi che ha sempre improntato la sua vita all’ideale di amor patrio è morto a Roma il 16 giugno 2010, all’età di 101 anni. Discendente di una famiglia della nobiltà savoiarda originaria di S. Pierre d’Albigny (attuale Dipartimento francese della Savoie), nasce a Piacenza il 7 febbraio 1909. Il padre è Ufficiale dei Carabinieri, ferito e decorato al valor militare sul Podgora, epopea della Benemerita nella Grande Guerra; la madre è di facoltosa ed antica famiglia di Capua (già Napoli, ora Caserta).
La vita di Amedeo Guillet è ricca di vicende leggendarie che hanno dell’inverosimile e che hanno fatto di lui un personaggio speciale nelle guerre cui ha partecipato, in modo attivo, nel decennio 1935/1945.
Nel 1928 entra nell’Accademia Militare di Modena e nel 1931, sottotenente di Cavalleria, è destinato al 13° Reggimento Cavalleggeri di Monferrato. Per il rango occupato dalla famiglia nell’alta società e per la sua eminente abilità in campo ippico ha accesso finanche a Casa Savoia (è tra gli amici più intimi della principessa Jolanda, abile cavallerizza). Fra gli amici di famiglia annovera, fra gli altri, il Duca d’Aosta, futuro viceré dell’Africa Orientale Italiana, e Italo Balbo, Governatore della Libia. Selezionato per la squadra che partecipa alle Olimpiadi di Berlino del 1936, interviene, nella primavera del 1935, ad uno stage ippico presso la rinomata scuola di equitazione di Orkenyi (Budapest). Frequenta così una famiglia della nobiltà magiara legandosi affettivamente ad una ragazza tanto che darà al suo cavallo preferito il nome del padre, Sandor.
Al profilarsi dell’impresa etiopica si fa raccomandare dallo zio Amedeo, all’epoca Generale d’Armata, pluridecorato della Grande Guerra, per essere assegnato ad un reparto mobilitato, convinto della missione civilizzatrice dell’impresa tendente al riscatto sociale di quelle popolazioni ferme a concetti arcaici.

[...]

mercoledì 6 dicembre 2017

Messaggio della Principessa Margherita per la morte di Re Michele

"Rumeni,

Il nostro paese ha perso Re Michele I. Per nove decadi, lui ha dedicato alla Romania tutte le forze che Dio gli ha conferito. E solo la morte ha potuto mettere fine alla sua stanchezza ed al suo paziente lavoro.

Noi abbiamo sofferto un'immensa perdita. Una perdita personale come una perdita per l'intera Nazione. Noi piangiamo insieme, consci di essere uniti nella nostra sofferenza. Pregando Dio di donarci la sua forza, in questo terribile momento.

Un esempio di incrollabile devozione nei confronti del suo popolo, con un alto senso del dovere e forti principi, lui ha scritto la più preziosa pagina della storia contemporanea della nostra nazione.

La sua gentilezza e compassione hanno sconfitto tutto il male del secolo passato, e la sua saggezza ha assicurato costanza alla nostra identità, in tempi di seria deviazione dal naturale percorso del nostro Stato e Nazione. il Re è stato parte del tessuto del nostro popolo e noi tutti dobbiamo essere veramente fieri di lui.

Col suo lavoro, Re Michele si è fatto continuatore del legame che lega la Famiglia Reale con la Nazione Rumena. Per il nostro domani, lui ci ha donato il suo oggi.

Una nuova epoca inizia per la mia Famiglia e per la Casa Reale di Romania. Ispirata dagli stessi sentimenti di mio padre, io continuerò il suo lavoro, per l'adempimento della nostra missione nei confronti del Popolo di Romania.

Così Dio ci aiuti!"

- Margherita di Hohenzollern-Sigmaringen, Custode della Corona di Romania, dal suo proclama ufficiale per la morte de padre, Re Michele I, nel 5 dicembre 2017

martedì 5 dicembre 2017

E' morto Re Michele di Romania

Michele I di Romania, che fu re del paese dal 20 luglio 1927 all’8 giugno 1930 e dal 6 settembre 1940 al 30 dicembre 1947, è morto oggi in Svizzera a 96 anni. 
Era malato da anni, e soffriva di tumore della pelle e leucemia. Michele I, il cui nome da regnante in romeno era Mihai, diventò re per la prima volta a soli sei anni, perché suo padre Carlo II aveva rinunciato ai diritti al trono scappando con l’amante all’estero. 
Il suo primo regno, che era stato condotto da una serie di parenti e dignitari, fu interrotto dalla classe politica romena che richiamò in patria Carlo II. 
Nel 1940 un colpo di stato del primo ministro filonazista Ion Antonescu depose Carlo II e rimise sul trono Michele I, che però collaborò a un nuovo colpo di stato filosovietico nel 1944.

Insieme a Simone II di Bulgaria, era uno degli ultimi due re ancora in vita ad essere stati capi di stato durante la Seconda guerra mondiale.

domenica 3 dicembre 2017

La Toscana e Re Vittorio Emanuele II

Il Governo della Toscana eserciterà il potere in nome del Re

Il 29 settembre 1859 il governo della Toscana emette un proclama nel quale viene presa una decisione importante per il futuro della Toscana. Non potendo avere soddisfatta la volontà di annessione al regno sabaudo sardo-piemontese, il governo della Toscana ne accelera i tempi e proclama che d’ora in poi eserciterà il suo potere in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele di Savoia, re eletto. E’ un importante proclama perché di fatto con esso termina l’autonomia dello stato granducale toscano. Questo il testo del proclama

“ TOSCANI!

L’Assemblea de’ vostri Rappresentanti legittimi deliberava essere fermo volere della Toscana far parte d’un forte Regno costituzionale sotto lo scettro di RE VITTORIO EMANUELE di Casa Savoia. 
Le assemblee di Modena ,di Parma e delle Romagne, emanarono unanimemente conformi deliberazioni. Questi voti solenni sono stati esauditi.La Maestà del Re Eletto accolse il libero atto di sudditanza del popolo toscano,modenese,parmense e romagnolo;e dichiarò che primo atto della sua sovranità sarebbe il far valere i diritti che quei popoli gli avevano dato. E il diritto di provvedere a loro stessi,provvedendo alla indipendenza della nazione. La guerra intrapresa da Napoleone e da Vittorio Emanuele era una solenne ricognizione di quel diritto,perché fu fatta per liberare l’Italia dal predominio austriaco e per costituire la nazionalità italiana.
Tutti gl’italiani vennero chiamati a profittare della grande occasione. E i popoli dell’Italia centrale accorsero alle armi.I toscani ebbero il doppio onore di militare sotto la gloriosa bandiera italiana,e sotto le aquile invincibili dell’Impero Francese. 
Questo concorso ad una guerra non di conquista,ma di emancipazione nazionale,autorizzò la formazione del nuovo Regno d’Italia; al quale gli altri Stati europei possono dare recognizione, non legittimità.
Questa viene dal consenso spontaneo e solenne de’ popoli elettori e del Re Eletto.Per essi il patto è compiuto ed irrevocabile. Per essi il regno forte è cosa fatta, il Re Eletto è il loro Re. Ma finchè il Re Eletto non prenda a reggere personalmente i toscani,se il Governo presente deve reggerli per la Maestà Sua, deve anche gloriarsi e fortificarsi nel suo Nome Augusto. Così l’assetto nuovo della nazione italiana procederà con sicurezza,e gli ostacoli tutti uno dopo l’altro cadranno,e l’Europa dovrà la sua quiete e il suo vero equilibrio alla concordia e alla fermezzadegl’italiani. Toscani,il vostro Governo proclama che d’ora in poi eserciterà il suo potere in nome di 

S. M. VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA, RE ELETTO.

(1) Dato in Firenze, il dì ventinove settembre milleottocentocinquantanove
B.Ricasoli. C. Ridolfi, E Poggi, R. Busacca, V. Salvagnoli, P. de Cavero
Celestino Bianchi segretario”

1) Il Regno Sabaudo è Monarchia costituzionale basata sullo Statuto Albertino concesso da Re Carlo Alberto nel 1848.Al vertice dello stato c’è il Re, il quale riassume in sé il potere legislativo, esecutivo e giudiziario non esercitato in maniera assoluta perché limitato dalla presenza del parlamento che riconosce alla persona del Re il potere sovrano: in questo senso il Re è chiamato eletto.


Marcello Camici
mcamici@tiscali.it

http://www.tenews.it/giornale/2017/12/02/il-governo-della-toscana-esercitera-il-potere-in-nome-del-re-72789/

venerdì 1 dicembre 2017

Il libro azzurro sul referendum - IX cap - 1

La votazione
Lo svolgimento del « referendum».
Cronaca oraria:
4 giugno mattina: prevalenza per la Monarchia;
primo pomeriggio: leggera prevalenza per la Repubblica;
pomeriggio: parità;
sera: prevalenza per la Monarchia (mancano risultati centro
meridionali);
notte: prevalenza per la Repubblica.




Lo svolgimento del referendum

4 giugno mattina: «Secondo nostre informazioni da ottima fonte i risultati della votazione per il «referendum» sino alle prime ore di questa mattina mostrano una sensibile prevalenza per la Monarchia. In molti centri dell’Italia meridionale si sarebbe già accertata una percentuale d’oltre l’80 per cento di voti dati alla Monarchia, mentre nelle stesse roccaforti rosse del Settentrione la prevalenza repubblicana non andrebbe al di là del 60-70 per cento... (I).
4 giugno - primo pomeriggio: Un comunicato del Ministero Interno dichiara che i primi risultati del «referendum» danno una leggera prevalenza alla repubblica ma che i dati in possesso del Ministero concernono in massima parte l’Italia Settentrionale e solo in minima parte il resto del Paese.
Primi dati dell’Italia Settentrionale: votanti: 8.400.000;
Per la Monarchia: votanti: 3.900.000 (46 per cento);
Per la Repubblica : votanti : 4.500.000 (54 per cento).
4 giugno pomeriggio: Votanti: 15 milioni: parità tra Monarchia e Repubblica.
4 giugno tardo pomeriggio: votanti: 18 milioni.
Per la Monarchia : 54 per cento.
Per la Repubblica : 46 per cento (2).

Notizie jugoslave da Londra (Daily Mail, 4 giugno).

«I Comandi jugoslavi della zona spostano ostentatamente i loro 50.000 uomini lungo la linea Morgan, piazzando le artiglierie, manovrando i reparti, in modo che possono essere ben visti dalle truppe inglesi e americane ».

Intercettazioni telefoniche al Nord (3).

(servizio di controspionaggio di fonte riservata)
«Nenni e Togliatti intendono impedire con un vasto e organizzato moto di piazza il successo per la Monarchia... Si precisa a proposito delle forze jugoslave trattarsi di movimento di dodici divisioni. Gli alleati dispongono, nella zona antistante, di due divisioni.... ».

Comunicazione al Quirinale (4).

(servizio di controspionaggio di fonte riservata)
«Vistosi movimenti di truppe jugoslave lungo la linea Morgan. Forte preoccupazione negli ambienti militari alleati... Si calcola approssimativamente che i comunisti dispongano di una forza armata di 75 mila uomini distribuiti soprattutto nel Nord Italia; tale forza è in agitazione... Si delinea un piano intimidatorio concordato... Segue un inspiegabile silenzio sulle cifre da parte delle fonti ufficiali».

4 giugno ore 22. La prevalenza monarchica sui dati finora pervenuti si aggira sul 54 per cento, mancano sempre le cifre dell’Italia meridionale e insulare (5). Escono edizioni straordinarie dei giornali di sinistra proclamanti una maggioranza repubblicana. Dal Ministero dell’Interno che durante tutto il pomeriggio aveva lasciato filtrare notizie favorevoli ai monarchici, confermate dai calcoli fatti da altre organizzazioni, si dà notizia di lieve maggioranza repubblicana sui dati dell’Italia settentrionale).

4 giugno ore 22,30. Votanti 19.000.000. Dopo l’arrivo dei dati dell’Italia Centrale e Meridionale annuncio da parte dei Ministri socialcomunisti di notevole maggioranza repubblicana, in contrasto coi risultati noti parziali di queste regioni che davano schiacciante maggioranza monarchica.
Mancano 5 milioni circa di voti, tra i quali mezza Napoli e Palermo.

4 giugno notte. (6). Telefonate notturne. Nella notte secondo notizie attendibili, si sono verificate numerose telefonate tra il Ministero dell’Interno e il Capo del P.C.I., tra questi e i giornali di estrema sinistra dell’Italia settentrionale. Sono state comunicate notizie di maggioranza repubblicana da darsi senza precisare la cifra.
Comunicazioni Telefoniche, a) Mr. Chinigo Direttore dell’International News Service al generale Infante; b) on. De Gasperi al Ministro Lucifero; c) Ordini ai giornali di sinistra.
a) Mr. Chinigo: «Secondo indiscrezioni di fonte Viminale nelle ultime ore si sarebbe verificata una forte maggioranza repubblicana... circa 2 milioni di voti... ».
Risposta: «E’ un assurdo, inspiegabile rovesciamento di fronte».
b) On. De Gasperi: «Sono io il primo ad essere sorpreso. La situazione è mutata. Occorre un esame attento».
Il Ministro Falcone Lucifero informa il Re, che ascolta la notizia senza battere ciglio. «Eravamo tutti e due commossi, per quanto non volessimo darlo a vedere. Le sconfitte rivelano gli uomini meglio delle vittorie».
c) I giornali di sinistra (in particolare «l’Unità», «l’Avanti», «l’Italia Libera», a quanto pare anche il « Popolo ») hanno avuto l’ordine di rifare la prima pagina, cambiando repentinamente i titoli, in modo da dare con estremo rilievo l’annunzio della vittoria repubblicana.

(1)  Da Italia Muova, 4-5 giugno.

(2) Un generale che occupava un posto di rilievo al Ministero della Guerra si trovò il pomeriggio del 4 giugno nell’ufficio del Ministro della guerra Brosio mentre si svolgeva una telefonata col Ministro Romita. Interpellato sull’andamento del «referendum» Romita diede notizie evidentemente molto pessimistiche, cui Brosio rispose costernato: «Come, molto male? Possibile?». E poco dopo: «Ma insomma, non c’è più nulla da fare?»... Seguì la notte del 5 giugno. (Da Storia segreta di un mese di regno, pag. 100).

(3) Da Storia segreta..., pag. 101.

(4) Da Storia segreta..., pag. 1 (X), 101, 102; da Italia Nuova. 5 giugno.

(5) « Dal confronto dei risultati delle Prefetture, delle Questure, dei Comandi dei Carabinieri, del Ministero dell’Interno, della Presidenza del Consiglio, del P.D.I. e di alcune «fonti fiduciarie», si delinea concordemente una sensibile prevalenza della Monarchia. Risulta una maggioranza di circa 700.000 voti. Il Re dice al Ministro Falcone Lucifero: «Ho l’impressione che si stia attuando l’ipotesi prevista nel messaggio agli italiani rivolto da Genova. Offrirò dunque a breve scadenza il «secondo referendum». (Da Storia segreta... pag. 99-100).

(6) «Voci incontrollabili insistono nell’affermare che nella famosa notte sul 5 giugno, dopo che con futili motivi erano stati allontanati dal Viminale i rappresentanti dei partiti ed elementi dei Carabinieri notoriamente monarchici, sarebbero stati scaricati sacchi della nettezza urbana contenenti schede stampate alla macchia e segnate sul simbolo « Repubblica ».Si parla di 4 milioni di schede e la cifra corrisponde al conteggio sulla base dei dati ufficiali dell’Istituto di Statistica, quanto a quello che il giorno dopo circolava per Roma riferito da elementi di fiducia del Ministero dell’Interno. L’on. Coppa porta a questo proposito la testimonianza, da lui divulgata in scritti e ripetuta in pubblici comizi dell’on. Arturo Labriola il quale asserisce che «in realtà la Monarchia aveva avuto 4 milioni di voti in più di quelli che le erano stati assegnati, vale a dire la Monarchia aveva superato di 2 milioni le cifre della Repubblica ». (Da La Monarchia e il Fascismo di Mario Viana, ed. l’Arnia. 1951, pag. 66).

giovedì 30 novembre 2017

Armando Diaz: conferenza del Circolo Rex

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Dopo  Caporetto, poco si scrive della resistenza sul Piave  e  sul Grappa ed a chi si deve questa battaglia d’arresto e la successiva  battaglia  vittoriosa di Vittorio Veneto che pose  fine  alla  guerra  consacrando la vittoria dell’Italia  ed  il  completamento della sua Unità. Eppure  tutto  ciò  ha  un  nome: Armando  Diaz  e  su  questo  tema  parlerà

domenica  3 Dicembre, ore 10.30

Dr. Gian  Luigi  Chiaserotti: 

"Armando  Diaz , il  Duca  della  Vittoria”


Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile  con  le  linee  tramviarie  “3”  e  “19”  ed  autobus, “ 910” ,” 223”  e “ 52”
***

Ingresso libero

mercoledì 29 novembre 2017

Io difendo la Monarchia II cap - i parte

Capitolo II

La crisi si aggrava nel dopoguerra

La decadenza del Parlamento - Si chiama in causa la Corona - I nuovi partiti in Italia - L’atmosfera del millennio - Le forze dell’interventismo battute - La reazione fascista - Un giudizio di Bonomi e uno di Nitti – Milano e l’Italia - La crisi del 1919-1922 e quella del 1860-61 - Rivoluzione e costituzione nel pensiero di Cavour.

Il Parlamento non riacquistò più il prestigio perduto nella crisi dell'intervento. I gruppi più accesi dell'interventismo continuarono a considerarlo la sede del neutralismo e del disfattismo. Il partito socialista e i gruppi politici del neutralismo non videro più in esso il presidio sufficiente della loro libertà. Nell’anno 1917 le difficoltà divennero maggiori e i fautori della pace presero coraggio per promuovere quelle agitazioni cittadine e quella propaganda disfattista nell'esercito che fu denunziata da Cadorna. Quando poi si verificò la rotta di Caporetto e l’antico interventismo insorse, il Parlamento fu messo in stato di accusa dalle due parti.
L’Italia aveva perduto il suo centro politico e stentava a riacquistarne uno nuovo. Gli studiosi italiani devono approfondire questo fenomeno per vedere come esso si è compiuto, attraverso quali fasi è passato,        a       quali leggi ha obbedito.
Nel 1919 il prestigio della Monarchia costituzionale decade in relazione con la caduta dell'istituto parlamentare. I partiti non si accorgono del grave pericolo in cui viene a trovarsi        lo Stato con il decadere dei suoi istituti fondamentali.
Accade infatti che la Corona non viene lasciata fuori dalla mischia come sarebbe doveroso, ma viene presa a partito. Più essa, presentendo il pericolo, si mantiene estranea all’urto delle fazioni, più essa viene chiamata in causa.
Gli uni pretendono che essa restauri la dignità nazionale, senza tener conto dell'atteggiamento dell'assemblea legislativa e delle grandi forze organizzate del lavoro, gli altri domandano che essa compia degli atti di forza contro le minoranze aggressive. Insomma i partiti politici, mentre si rivelano incapaci di raggiungere un
accordo ragionevole tra loro e mentre si affidano alle forze delle organizzazioni armate per vincere la loro battaglia, richiedono alla Corona un superiore giudizio
arbitrale che essa non - può pronunciare senza l'ausilio del Parlamento e senza gettarsi nella mischia. Si erano evidentemente compiuti nel corpo sociale italiano e in
tutto il suo tessuto popolare, dei fenomeni che di solito gli storici non possono afferrare nel momento stesso in cui essi si svolgono perché non presentano segni esteriori molto evidenti. Col diminuire dell'influenza britannica nel Continente, con l'immissione di nuove categorie sociali nella vita politica del paese, veniva cadendo, nella pubblica coscienza, quell'istituto parlamentare che non aveva purtroppo profonde radici nella nostra vita politica. Entrava così in crisi la nostra rivoluzione
liberale dell'ottocento e la crisi ancora dura e pare anzi farsi più violenta e più acuta
Dal 1861 al 1918 l'Italia aveva progredito sotto il governo della Monarchia costituzionale. L’Italia era divenuta una grande Potenza, ma i suoi istituti fondamentali, invece di acquistare vigore si andavano indebolendo. Associazioni di partito, organizzazioni operaie cominciarono a porre al numero uno del loro  programma la questione istituzionale.


Era questo un fatto nuovo. Il socialismo aveva una autorevole rappresentanza in Parlamento sin dall'ultimo decennio dell’ottocento. Il socialismo era per sua natura
repubblicano, ma non aveva mai posto tale pregiudiziale nella lotta politica. Durante il periodo giolittiano l’opposizione del socialismo si era attenuata; il marxismo, si disse, era stato risposto in soffitta. Turati era stato in dubbio se entrare o no in un ministero Giolitti, Bissolati aveva salito in giacchetta le scale del Quirinale.
Ora d’improvviso la lotta politica si faceva più accesa e più settaria.
Le correnti di sinistra domandavano la repubblica o quanto meno la Costituente. Anche il fascismo nel suo primo programma di piazza San Sepolcro (23 marzo 1919)
si proclamava agnostico, ma con tendenza alla Repubblica; domandava la  costituente e l’abolizione della Camera Alta.
Ma esaminiamo ora con calma gli avvenimenti tra il 1919 e il 1922. Fu quello un tempo assai agitato presso a poco eguale al tempo attuale per altro assai più profondamente sconvolto. Gli uomini e i partiti seguivano atteggiamenti contradditori e mutevoli secondo l'evolvere della situazione e secondo l'istinto delle masse.
Dall’ottobre 1917 aveva trionfato in Russia la rivoluzione bolscevica. I paesi vinti dell'Europa e soprattutto Germania e Ungheria sembravano presi da quel contagio.

L'Italia non aveva perduto la guerra, ma per le molte difficoltà interne e per una esasperata polemica attorno alla Conferenza della Pace sembrava dominata dalla psicologia postbellica di un paese vinto. Cominciarono a premere sui poteri dello Stato i grandi partiti e innanzi tutto il socialismo, divenuto più aggressivo e più avverso allo Stato di quanto non fosse nel 1915. I suoi capi più autorevoli apparivano superati dalla volontà delle masse. Esse non erano più in soggezione dinnanzi alla superiore cultura, alla calda eloquenza, alla specchiata onestà del vecchio Turati, ma ascoltavano volentieri nuove suggestioni, obbedivano a impulsi più violenti e sbrigativi. Si affermava come capo un Bombacci che sulla piazza di Bologna prometteva la rivoluzione e il comando al popolo nei prossimi mesi e la forca ai nemici.

Compariva poi sulla scena un nuovo grande partito di masse: il Partito Popolare che un sacerdote siciliano Luigi Sturzo era venuto organizzando con grande energia e indiscussa autorità. Era un partito che a volte sembrava perseguire un riformismo gradualista, a volte concorreva
demagógicamente, per non perdere le masse rurali, con le richieste, del socialismo; aveva un programma di decentramento  amministrativo e assumeva a sua insegna lo scudo con la croce, simbolo del libero comune. In complesso si affermavano pensieri, sentimenti e simboli diversi da quelli di anteguerra. Una rivoluzione si era compiuta. 
Durante la guerra il popolo italiano era andato cercando, nella profondità dei tempi, la sua essenza, il suo genio, il suo vero essere; ed ecco oggi esso esplodeva in nuovi aspetti e nuove formazioni. Sorgevano così le grandi associazioni dei reduci che parlavano un nuovo linguaggio e agitavano programmi di riforme.
I reduci erano il fenomeno nuovo della vita italiana. Avevano programmi confusi: a volte parlavano con la voce dei maggiori partiti, a volte trovavano una voce diversa. I Fasci italiani di combattimento „ non erano un movimento di reduci, ma molti ex combattenti che avevano l’orgoglio della guerra combattuta vi entravano con intenzioni risolute e con aspirazioni audaci. Insomma tutto il vecchio mondo politico era crollato e il Parlamento che n’era il cuore e il cervello era caduto dalla coscienza del maggior numero.
La lotta politica si svolgeva altrove. Essa aveva altri modi, altro fine, altri idoli, altra eloquenza, altro spirito. I vecchi partiti già svuotati di contenuto e divisi al tempo del l’intervento, erano ora in dissoluzione; i nuovi partiti obbedivano a idealità diverse da quelle dell’anteguerra. La Francia e l’Inghilterra che avevano vinto la guerra avrebbero potuto diffondere le energie e le idee della conservazione sociale, ma esse non riuscivano a influenzare la vita degli altri paesi. La sconfitta determinava la caduta di quattro imperi: dei Romanoff, degli Hoenzollem. degli Asburgo, degli Osmanli.

E insieme determinava la caduta delle vecchie classi politiche della borghesia intellettuale e parlamentare. La guerra aveva distrutto tante barriere ed ecco che molte altre di natura morale ne sorgevano. La distanza tra la classe dirigente di Londra e di Mosca, di Parigi e di Berlino era molto maggiore nel 1919 di quel che non fosse nel 1914. L’Europa intanto si saturava dell’ideologia di un grande vinto: la Russia. La rivoluzione proletaria seduceva le menti, eccitava l'entusiasmo di grandi folle, appariva come la nuova mèta dei popoli.
E anche essa era contro il Parlamento (1). Ma caduto in Italia il Parlamento, caduto il governo della borghesia intellettuale e professionale, che cosa rimaneva di quella classe di governo che aveva costituito il nuovo Regno?
La bandiera rossa sventolava su alcuni dei comuni più grandi del nord: una bandiera che non era simbolo della nazione italiana. Nasceva un nuovo regionalismo, segnacolo di disunione e di separazione (in Sicilia, in Sardegna, nel Molise), non di unità nazionale.
La vecchia classe politica era sfiduciata. Essa non aveva l’autorità morale sufficiente per domandare il voto ai reduci dalle trincee. Non osava neppure difendere il vecchio sistema elettorale basalo sul collegio uninominale. Il paese era nelle mani del primo uomo 
d'eccezione come del primo avventuriero privo di scrupoli. Scrive Machiavelli nel Principe quando si intrattiene sulle virtù di alcuni uomini dell’antichità arrivati al principato: « Ed esaminando le azioni e la vita loro non si vede che quelli avessero altro della fortuna che l'occasione la quale dette loro materia da potere introdursi dentro quella forma che apparve loro; e senza quell’occasione la virtù dell'animo loro si sarebbe spenta e senza quella virtù l’occasione sarebbe venuta invano ».
Ora dunque in Italia si presentava l'occasione di prendere il potere dello Stato. E a Mussolini se mancava la virtù in senso proprio non mancava la virtù in senso machiavellico e cioè la volontà, il proposito fermo, la forza per condurre a termine la grave impresa.
L'occasione si combinava storicamente con il dono e la virtù dell'azione. Le vecchie forze politiche non avevano nè la volontà nè l’energia per mantenere il
potere che, in definitiva, era considerato, nei lieti e onesti tempi ormai perduti per sempre, un grave peso senza utile personale. Gli Orlando, i Salandra, i Giolitti, i Sonnino non pensavano neppure di poter trarre un personale profitto dall'esercizio del potere. Essi vivevano in case di vetro, esposti alla critica della stampa e della tribuna parlamentare e dovevano chiudere gli uffici professionali o abbandonare gli studi e i particolari interessi nel periodo in cui erano in carica. Dal loro ufficio traevano solo fastidi, amarezze, sospetti ed ingiurie
Se il Parlamento del 1915 parve superato e privo di autorità a termine della guerra, anche l’esercito non poté sfuggire al contagio dell’indisciplina. I suoi quadri erano enormemente cresciuti e la disciplina si era venuta indebolendo.
Fiume e il fiumanesimo ebbero un'influenza perniciosa sulla compagine militare. La massa degli ufficiali di complemento, prossima a riprendere le attività civili,
portava nelle caserme le vaghe aspirazioni, i tumulti disordinati, i disparati programmi che agitavano le masse. In un momento in cui più si sentiva la necessità
di rafforzare il centro morale dello Stato, si avvertiva da per tutto la disintegrazione del tessuto nazionale. Rimaneva la Monarchia.

Il prestigio del Re era grande in tutto il paese: durante la guerra egli aveva servito con umiltà, costanza e intelligenza: a Peschiera, dopo Caporetto, aveva difeso l’esercito e aveva espresso la sua incrollabile fiducia nella resistenza dell'Italia. Un rinnovamento della classe politica e di tutta la struttura del paese sarebbe stato
possibile facendo perno sulla Monarchia. E invece le nuove forze, i grandi partiti, le masse erano agnostiche e si manifestavano antimonarchiche. Insomma lo stato
italiano, debole per troppo recente costituzione, sembrava non poter reggere alle conseguenze di una guerra così lunga, aspra e sanguinosa.

(1) Il bolscevismo nel 1917 aveva sciolto con le mitragliatrici — monito a quegli Italiani che sognano una Repubblica legalitaria — la costituente per instaurare il governo del soviet.

venerdì 24 novembre 2017

Il ricordo della Regina Elena a 65 anni dalla sua scomparsa

Martedì 28 novembre a Palazzo Cisterna il Centro Pannunzio ricorda la figura storica femminile con una conferenza e una mostra sui soggiorni dei Savoia in valle Gesso


Martedì 28 novembre alle 17 il Centro culturale Mario Pannunzio proporrà un ricordo della Regina Elena. L’appuntamento è a Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, sede storica della Città Metropolitana di Torino e fino al 1940 residenza della famiglia Savoia Aosta.

Il 28 novembre 1952 a Montpellier moriva all’età di 81 anni Elena del Montenegro, meglio nota come Elena di Savoia, in seguito al matrimonio con Vittorio Emanuele III. Nel sessantacinquesimo anniversario della scomparsa la penultima Regina d’Italia, sesta figlia di Re Nicola I del Montenegro e madre di Umberto II, sarà ricordata a Palazzo Cisterna con un incontro promosso dal Centro Pannunzio in collaborazione con l’Associazione internazionale Regina Elena Onlus e con il Centro studi Principe Oddone. 
Di animo sensibile e pragmatico, la Regina Elena si tenne sempre lontana dalle questioni politiche, ma il suo impegno in numerose iniziative caritative e assistenziali le assicurò simpatia e popolarità. Il matrimonio con Vittorio Emanuele III fu celebrato il 24 ottobre 1896 a Roma. 
La coppia ebbe cinque figli: Iolanda di Savoia (1901-1986), Mafalda di Savoia (1902-1944, deceduta in un campo di concentramento nazista), Umberto di Savoia (1904- 1983, ultimo Re d’Italia), Giovanna di Savoia (1907-2000) e Maria di Savoia (1914-2001). Terminata la Seconda Guerra Mondiale, il 9 maggio del 1946 il Re Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto, che aveva già nominato Luogotenente del Regno il 5 giugno 1944 al momento della liberazione di Roma dai nazifscisti. 
All’atto dell’abdicazione, Vittorio Emanuele III assunse il nome di Conte di Pollenzo e andò in esilio con Elena ad Alessandria d’Egitto. Elena rimase in Egitto fino alla morte del marito avvenuta il 28 dicembre 1947. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier e nel novembre 1952 si sottopose a un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm dove morì il 28 novembre.
In occasione dell’incontro di martedì 28 novembre alle 17 verrà inaugurata a Palazzo Cisterna la mostra “Sua Maestà Elena”, un racconto fatto di immagini dei soggiorni reali in Valle Gesso. L’allestimento sarà ospitato fino a venerdì 1° dicembre nella sede della Città metropolitana e sarà visitabile dalle 9 alle 18. 

La mostra trae spunto dal libro di Walter Cesana “I Savoia in Valle Gesso - Diario dei soggiorni reali e cronistoria del distretto delle Alpi Marittime dal 1855 al 1955” promosso dall’Ente di gestione Aree Protette delle Alpi Marittime ed edito dall'associazione Primalpe.

http://www.torinoggi.it/2017/11/24/leggi-notizia/argomenti/eventi-11/articolo/il-ricordo-della-regina-elena-a-65-anni-dalla-sua-scomparsa.html

giovedì 23 novembre 2017

Simeone II di Bulgaria ad Assisi, omaggio alla madre Regina Giovanna

Re Simeone con il sindaco di Assisi, Stefania Proietti
SIMEONE II di Bulgaria, insieme alla consorte  Margareta di Spagna, ha reso omaggio alla tomba  della madre Giovanna di Savoia, sepolta nel cimitero monumentale di Assisi, nella tomba della comunità del Sacro Convento La visita in occasione dei 110 anni della nascita di Giovanna di Savoia (13 novembre 1907), devotissima di San Francesco e terziaria francescana, ebbe proprio ad Assisi, il 25 ottobre 1930, a era sposata con Boris di Bulgaria: un matrimonio che fece epoca. Simeone di Sassonia-Coburgo Gotha, re di Bulgaria dal 1943 al 1946 e successivamente primo ministro dal 2001 al 2005, insieme alla consorte ha deposto fiori sulla tomba della madie; presenti il sindaco Stefania Proietti, Camillo Zoccoli, Ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta in Bulgaria, esponenti del mondo diplomatico bulgaro e il professor Massimo Zubboli, referente in Assisi della famiglia reale di Bulgaria.
OLTRE alla visita al cimitero cittadino (Giovanna di Savoia, nella cappella dei conventuali, è vicina ad alcuni frati che ebbero ruoli diversi in occasione delle nozze de 1930), Simeone II è stato accolto al Sacro Convento dal Custode padre Mauro Gambetti che ha portato il saluto agli ospiti. Successivamente, nel refettorio, gli ospiti hanno consumato il pasto insieme ai frati della comunità.
FRA LE PROSSIME iniziative, la possibilità di presentare in Assisi, n prossimo anno, il volume «Simeone II di Bulgaria. Un destino singolare. Autobiografia. Dopo 50 anni di esilio l'unico Re divenuto Primo Ministro», pubblicato quest’anno per i tipi della Gangemi editore. Non è la prima volta che Simeone II giunge in Assisi per rendere omaggio alla tomba della madre.
GIOVANNA di Savoia infatti, quartogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro (sorelle Iolanda, Mafalda, Maria Francesca, e il fratello Umberto, ricordato come il Re di maggio), morta il 26 febbraio del 2000 a Estoril, non volle essere sepolta a Sofia, capitale del suo ex regno, ma in Italia, ad Assisi.

Maurizio Baglioni 

da La Nazione 17/11/2017

Messina commemora la Regina Elena

Si è celebrata nello splendido scenario della Chiesa dello Spirito Santo di Messina, gremita di fedeli e legata alla memoria del santo del “Rogate Evangelico”, Annibale Maria Di Francia, la Solenne Celebrazione Eucaristica in suffragio della Regina Elena, benefattrice della Città di Messina all’indomani del tremendo terremoto che, all’alba del 28 dicembre 1908, colse la popolazione ancora nel sonno.

L’evento, in ricordo del 65° anniversario del Dies Natalis della Sovrana e nell’80° anniversario dal ricevimento della onorificenza di Rosa d’Oro della Cristianità, è stato promosso dal Vicariato di Messina degli Ordini Dinastici di Casa Savoia – Delegazione Sicilia – guidato da Don Andrea Di Paola, e ha visto la partecipazione delle Dame e dei Cavalieri sabaudi provenienti da tutta la regione con il Delegato Magistrale l’avv. Francesco Maria Atanasio. Presenti anche la Delegazione Gran Priorale di Messina del SMOM con il Conte Don Carlo Marullo di Condojanni, i Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia con la vice presidente nazionale Eleonora Chiavetta Di Giovanni, il Direttivo nazionale, regionale e provinciale con la cospicua rappresentanza del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, più note come Crocerossine, il rappresentate del Magnifico Rettore dell’Università di Messina prof. Luigi Chiara, il Dott. Santi Consolo, Direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, l’Associazione Amici del Montenegro con la coordinatrice provinciale prof.ssa Nicoletta Stracuzzi, il PASFA, l’Arciconfraternita dei Verdi e l’Istituto Nazionale delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon, quest’ultimo presente con il Consultore Nazionale, l’Ispettore Nazionale per la cultura, gli Ispettori regionali per la Sicilia e la Calabria e le delegazioni di Palermo, Catania, Siracusa, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Reggio Calabria e Catanzaro.

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mercoledì 22 novembre 2017

La Monarchia è ancora un affare per l’economia britannica

di Luigi Ippolito, www.corriere.it

Una società di consulenza, la Brand Finance, ha provato a fare due conti: e ha rilevato che la Corona britannica vale 67,5 miliardi di sterline, circa 75 miliardi di euro




La Monarchia britannica appare più salda che mai, con Elisabetta felicemente sul trono a 91 anni dopo oltre 65 di regno e con il costante afflusso di sangue nuovo, dal prossimo arrivo del terzo figlio di William e Kate al previsto fidanzamento di Harry con l’attrice Meghan Makle. Certo, qualcuno avanza timori sul passaggio di consegne a Carlo, che non tarderà: il nuovo sovrano, con le sue gaffe, le sue ambizioni interventiste e l’ombra di Diana sul collo metterà forse a rischio la continuità della dinastia, risvegliando sentimenti repubblicani?

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martedì 21 novembre 2017

Da Pechiera a Peschiera - III parte

In buona sostanza, sì sostiene, capovolgendo i fatti, che il Sovrano fu l’unico colpevole, l’unico vile, l’unico traditore. Avrebbe tradito l’alleato germanico, avrebbe ingannato i vincitori angloamericani, sarebbe scappato abbandonando gli italiani.
Questa è una vergogna, una mistificazione scandalosa, un’offesa intollerabile. È la tesi di Hitler, riciclata di sana pianta, a mezzo  secolo di distanza, e propinata per buona a gente che non sa nulla di nulla, perché le due generazioni del dopoguerra sono cresciute nell’assoluta ignoranza e nell'inganno.
lo, da questo luogo sacro alle memorie patrie, di fronte a voi, uomini e donne liberi e coscienti, elevo una ferma ed indignata protesta in nome di un morto innocente ed esiliato, di un morto che fu Capo dello Stato italiano per 46 anni, di un morto che nessuno osa difendere. lo lo difendo, io lo difenderò sempre, finché avrò vita, non per servilismo, bensì per amore di giustizia e di verità.
Da avvocato, ritengo anzi che la Magistratura, se ed in quanto sia ancora indipendente, avrebbe dovuto e dovrebbe intervenire d’ufficio, ai sensi delle norme di diritto penale che tutelano, senza distinzione di repubblica o monarchia, il Capo dello Stato, il Governo, le Forze Armate, la Nazione Italiana, contro coloro che accusano l’Italia dell’8 settembre 1943 di ignominiosi tradimenti e di disdicevoli viltà. È ora di finirla con questa autodistruzione quasi sadica, con questa leggenda della Patria italiana che sarebbe finita l’8 settembre 1943. La Patria, la Nazione, l’Italia, non muore; non è morta nei secoli della divisione politica; non morrà neppure ora, anche se dovesse trovare forme nuove di organizzazione statale; quale, ad esempio, quella federale, da non confondersi con la secessione. E, già che accenniamo alla secessione, diciamo che la secessione è nata con la repubblica, ed è derivata dalla sistematica distruzione dei valori nazionali, dall’oblio della tradizione, dalla falsificazione della storia; come affermava Crispi oltre un secolo fa, in Italia la repubblica vuol dire le repubbliche. E quella, sì, è la fine, la frantumazione, il dissolvimento.
Ritorno, allora, qui a Peschiera e a questo 8 novembre 1998, in cui sono riuniti, in questa storica sala, cittadini di ogni idea e di ogni bandiera, combattenti, reduci, giovani, lavoratori, per una commemorazione ed un ricordo pensoso.
Il momento è cruciale. Siamo ad un bivio nella vita del nostroPaese. E l’occasione è buona, perché un modesto  professionista di provincia, non compromesso nelle vicende di questo cinquantennio in quanto rimasto coerente e fedele ai suoi principi, vi parli a cuore aperto.
Ormai da molti anni, non sono più politicamente schierato.
Rimasi nel partito monarchico finché quest'ultimo potè operare nello Stato repubblicano; e quando, nel 1972, esso dovette sparire perché sostanzialmente respinto da un sistema che si fondava soltanto sul potere, sul danaro e sulla corruzione, mi ritirai a fare l'osservatore esterno di una politica sempre più sporca.
Oggi mi vedo costretto a dire una parola spassionata e sincera su quanto mi circonda, su quanto ci circonda tutti.
Non è possibile rimanere fuori. Stanno accadendo cose che un cittadini preoccupato di difendere la libertà e la giustizia non può trascurare.
I! 25 luglio 1943 il Re diceva a Mussolini che l’Italia era “in tòcchi", per significare, con espressione piemontese, che lo Stato era a pezzi. Ebbene, adesso, nel 1998, l’Italia è nuovamente “in tòcchi".
Lo è nel senso che è minacciata da spinte secessionista diverse: non più solo la Padania, ma anche il Veneto, con una rivendicazione autonoma, e, al lato opposto del Paese, l’antico Regno delle Due Sicilie, dove il Re di Spagna, un Borbone, è stato ultimamente accolto con significativo entusiasmo, al quale non è difficile attribuire serie implicazioni politiche.
Ma lo è, soprattutto, sul plano morale e giuridico, perché la legge è divenuta estranea e nemica della brava gente, e talora amica dei peggiori criminali.
E lo è, ancora, perché l’apparato governativo è privo di onestà e correttezza, e nessuno può più fidarsi di nulla.
Questo senza considerare le spaventose lacune che emergono dappertutto, sul piano organizzativo, ideativo, decisionale. È un disastro generale, che allo stato sembra senza rimedio.
Parlando, recentemente, con diversi giovani magistrati, non partecipi del grande "clan" che dirige la stessa magistratura, ho raccolto giudizi sconsolati e drastici: ii consiglio quasi unanime che essi danno è quello di “azzerare tutto" e ricominciare da capo.
Azzerare, ricominciare. Come? Domanda naturale e ovvia.
Evidentemente, non è più, ormai, alla Costituzione del 1947 che bisogna guardare. Tale Costituzione è obsoleta, superata, priva di agganci con la realtà. Una parte del Paese prospetta già l’elezione di una nuova Assemblea Costituente; un’altra parte ha tentato, senza successo, di rifarne la seconda parte attraverso una Commissione Bicamerale (che, come noto, è recentemente defunta). Solo piccole minoranze, legate all’estrema sinistra, insistono nel difenderla.
Ed allora, dovendo guardare avanti, verso una nuova Italia, bisogna che tutte le energie sane vengano impiegate in un’opera di ricostruzione dei valori che si è voluto distruggere.
Noi anziani siamo ancora qui, pronti a mettere a disposizione le nostre forze, il nostro coraggio, la nostra fede. Chiamiamo intorno a noi le generazioni più giovani, e specialmente quelle giovanissime, non intaccate dal cancro del Sessantotto, di quel periodo in cui sui muri stava scritto “meglio rossi che morti’’, e tanta gente ci ha creduto.
L’avvenire è ancora nostro, è ancora vostro. Nel rispetto e nel riconoscimento delle diversità locali, espressa nelle legittime autonomie amministrative e fiscali, nel quadro della Comunità Europea, ancora da costruire ed armonizzare, ma destinata a grandi cose; la Nazione, con le sue tradizioni millenarie incomparabili, non solo non verrà abolita, ma sarà anzi insostituibile tramite per l’ordinato sviluppo delle Istituzioni centrali e periferiche.
Andiamo dunque, tutti, verso una nuova Costituente. Dio ci assisterà. Ma dobbiamo convincerci che nessun medico ci ha ordinato di adottare soltanto soluzioni repubblicane. L’idea della monarchia, della monarchia senza aggettivi e senza riferimenti personali, è universale e indistruttibile, e deve essere riscoperta dopo l’oblio imposto nel 1947 da un regime illiberale e truffaldino.
Una battaglia su questo punto è, a mio avviso, importantissima e decisiva per la libertà e la democrazia. Se lo Stato deve avere, e deve averlo, un arbitro che tuteli l’osservanza delle regole del gioco, questo arbitro deve essere imparziale. Non può essere eletto da una parte contro le altre. Il sistema dinastico ed ereditario non sarà, non è, perfetto, ma è il male minore, e salvaguarda il bene fondamentale della giustizia “super partes”.
Chi vi parla crede in questo bene fondamentale, e per tale motivo vuole un Re, anziché un presidente. Non è un’utopia. È una proposta realistica, seria, che elimina una quantità di discussioni inutili sui poteri e sulle modalità di eiezione del Capo dello Stato. La monarchia federale può essere l’uovo di Colombo.
Siamo arrivati, cari amici, alla conclusione. Abbiamo proceduto un po’ a zig-zag lungo la storia recente della nostra Italia: partiti dalla Peschiera fortezza austriaca e dal 1848, siamo arrivati alla Peschiera attuale ed a questa riunione, che, centodnquant’anni dopo, potrebbe forse costituire l’inizio di una Cosa nuova (oggi è di moda inventare i movimenti e chiamarli Cosa) ispirata proprio a  quei principi di federalismo monarchico che stavano vincendo
allora. Ma, per raggiungere il traguardo, siamo passati da un’altra Peschiera di 81 anni fa, una Peschiera che, nell’ora della prova, dimostrò la presenza di un’identità nazionale molto forte, impersonata da un Re. E, parlando di quel Re, ricollegando Peschiera a Pescara, abbiamo difeso il suo onore ingiustamente calpestato.
Non possiamo non riflettere sul lungo percorso di tutti questi anni. Sì, riflettiamo. La vera bandiera d’Italia, che sintetizzava nello scudo sapendo anche le differenti e rispettabili tradizioni italiane, dal leone di S. Marco ai gigli borbonici, è stata macchiata di sangue in un giorno lontano, il 6 giugno 1946, allorché cadde sul selciato napoletano avvolta nel corpo martoriato di Carlo Russo.
Carlo Russo era quello scugnizzo quindicenne che marciò da solo, protetto dal tricolore, incontro ralla polizia di Romita, e fu assassinato. I bastardi che falsano la storia hanno dimenticato lui
e tutti gli altri monarchici che morirono in quei giorni di odio e di
repressione. Ma noi non abbiamo dimenticato, e quel nome, Carlo Russo, lo getteremo sempre, come simbolo di onore e sacrificio, contro la loro maledetta arroganza.

La bandiera è caduta, il sangue è sbiadito dai decenni. Ma si troverà qualcuno che la rialzerà, la spiegherà, la sventolerà, in nome di un principio che non scompare, che non scomparirà, perché, come diceva in punto di morte la vecchia maestra di Guareschi, i Re non si mandano via, mai, mai, mai!!!

di Franco Malnati