NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

giovedì 20 aprile 2017

Luigi Amedeo D'Aosta - Il Duca degli Abruzzi




Andrea Carotenuto
Genova - Galantuomo, nobile di casa Savoia ma anche esploratore artico e grande appassionato di vela al punto da fondare a Genova lo Yacht Club Italiano che oggi, all’ombra della Lanterna, porta il suo nome. Palazzo Reale rende omaggio alla figura di Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi con una mostra “Il Duca e il mare” che, fino al 16 luglio consentirà di ammirare i preziosi cimeli di casa Savoia negli appartamenti privati usati dal rampollo reale durante la sua permanenza nel capoluogo ligure.
L’iniziativa coinvolge tre istituzioni cittadine con il proposito di descrivere il forte legame che ha avuto Genova con il mare e il porto alla fine dell’Ottocento, inizio Novecento anche attraverso importanti figure storiche: Palazzo Reale di Genova rievoca, in una mostra, la figura di Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, che nei primi decenni del Novecento abitò nell’appartamento nobile al primo piano dell’ala di levante del Palazzo; la Biblioteca Universitaria di Genova dedica la propria esposizione, attraverso fotografie d’epoca, libri antichi e cimeli di ogni genere, agli uomini che, del mare e dei mestieri ad esso connessi, hanno fatto la loro ragione di vita; il Castello D’Albertis Museo delle culture del mondo, approfondisce la vita quotidiana del viaggiatore ottocentesco attraverso l’inserimento nel percorso museale di scatti di E.A. d’Albertis, cofondatore del Regio Yacht Club, che ha coltivato tutta vita la passione per il mare e vi ha costruito intorno un castello.
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Leggi razziali e 8 settembre. I Savoia secondo Montanelli

vittorio emanuele III_benito mussolini - Copia
di Alberto Alpozzi


Vittorio Emanuele III, il re Soldato, attraversò due guerre mondiali, il fascismo, le leggi razziali, l’armistizio dell’8 settembre e la caduta della monarchia. In Italia la monarchia era di tipo costituzionale e regolata dallo Statuto Albertino del 1848, che rimase formalmente tale, pur con modifiche, fino al 1946.
Il Fascismo prese il potere nel 1922, dopo la Marcia su Roma. Benito Mussolini ebbe nel 1924, come Capo del Governo, la fiducia dei partiti democratici, popolari e liberali dell’epoca con 306 voti favorevoli e 112 contrari ottenendo 35 deputati fascisti al Governo.
Le legge razziali vennero approvate nel 1938: alla votazione, svolta con scrutinio segreto, presero parte 164 senatori, i voti contrari furono nove, i senatori ebrei non si presentarono a Palazzo Madama.
Furono abrogate con due regi decreti del 20 gennaio 1944.
Montanelli“Premesso che le leggi razziali furono una cosa ignobile, insensata e per nulla condivisa dal sentimento popolare, salvo una esigua frangia di fanatici che forse non si resero conto della loro criminosità, è assolutamente vero che la Costituzione faceva al re obbligo di firmarle come qualsiasi altra legge approvata dal Parlamento”.
Infatti sulla loro approvazione, con firma del re, si pronunciò la Corte Suprema di Cassazione con la sentenza del 26 giugno 1950 n. 1624: “non possono considerarsi prive di efficacia giuridica per costituzionalità di fronte all’ordinamento giuridico del tempo”.
Prosegue Montantelli“Altrimenti al re non sarebbero rimaste che altre due alternative: o tentare un colpo di Stato per mettere alla porta Mussolini e il fascismo, o abdicare. Il colpo di Stato sarebbe stato un fallimento perché in quel momento Mussolini aveva in mano tutte le leve del potere, comprese le forze armate, e per di più poteva contare sull’appoggio incondizionato della Germania nazista che non glielo avrebbe certamente fatto mancare. Abdicando, il re avrebbe salvato la propria anima, ma affrettato la sottomissione dell’Italia a Hitler e così aggravato anche la condizione degli ebrei. Non solo, ma avrebbe privato il Paese dell’unico punto di riferimento istituzionale se un giorno si fosse trovato ancor più coinvolto nelle avventure naziste. Come poi avvenne”.
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martedì 18 aprile 2017

La simpatia di Toto' per la Monarchia


Dalla rubrica del Corriere della Sera "Lo dico al Corriere"

Un ricordo di Toto'



Il 15 aprile 1967, come sappiamo, moriva il grande Totò. Ma ci sono due fatti che pochi ricordano. Nello studio della casa romana dell’attore erano presenti, in bella vista, il diploma del conferimento del titolo di Cav. Uff. dell’Ordine della Corona d’Italia che ricevette da Vittorio Emanuele III; e, sopra un mobile, una foto con dedica di Umberto II. Totò si faceva spesso fotografare lì accanto. Eppure c’è chi afferma che Totò non era monarchico.

Il Nobel alla Marina

Dalla rubrica del Corriere della Sera "Lo dico al Corriere"
14 aprile 2017

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Caro Aldo, 
il centro Pannunzio vorrebbe proporre la Marina militare italiana per il Premio Nobel per la Pace. Il salvataggio di vite umane che i nostri marinai hanno realizzato in questi anni fa pensare a quanto accadde cent’anni fa, tra il 1915 e il 1916, quando la Regia Marina protesse l’esodo dell’esercito serbo e trasse in salvo 115 mila profughi. Ieri e oggi, una grande lezione di civiltà e di grandi valori umanitari. 
Pier Franco Quaglieni Quaglieni@centropannunzio.it


Caro Pier Franco, 
Mi associo alla sua proposta. A maggior ragione perché il centro Pannunzio rappresenta un caposaldo della cultura liberale torinese, che con il suo rigore e la sua serietà è agli antipodi dei buonismi capaci di nuocere alla migliore delle cause. 
Gli uomini di mare conoscono e praticano l’imperativo di salvare vite umane, proprio perché sanno la nostra precarietà e la fragilità di fronte alla natura e alle condizioni avverse. Mi viene in mente un bellissimo film di qualche anno fa, «In solitario», passato in Italia quasi inosservato. Il protagonista è l’attore francese di «Quasi amici» François Cluzet, che stavolta interpreta un velista, Yann Kermadec, impegnato nella più importante regata al mondo, il Vandée Globe. Costretto a una tappa d’emergenza alle Canarie, Yann riprende l’oceano ma scopre che a bordo si è intrufolato un ragazzo, Mano Ixa, un sedicenne della Mauritania. Mano è afflitto da un’anemia, che lui crede sia una maledizione, e vuole andare in Francia per curarsi: ha visto una barca con il tricolore bianco rosso blu, e pensa sia diretta in patria. Quando apprende che invece la barca deve fare il giro del mondo, rimane stupefatto: «E perché?». 
Il film finisce bene. Il velista all’inizio vorrebbe liberarsi dell’intruso che rischia di farlo squalificare: il povero Mano è sul punto di essere abbandonato al largo del Brasile, poi in Nuova Zelanda. Ma Yann alla lunga si affeziona e rinuncia alla vittoria pur di non rinnegare il suo quasi amico. La realtà è ovviamente molto più complicata. Lo ripeto: nessun Paese può reggere i flussi migratori cui è sottoposta oggi l’Italia; la rotta del Mediterraneo va chiusa, il controllo dei mari va sottratto ai trafficanti, si devono aprire i corridoi umanitari per i profughi che ormai chiede pure Salvini. Ciò non toglie che se noi potessimo conoscere davvero le persone che arrivano, avremmo un approccio meno aspro di quello che misuro ogni giorno leggendo le lettere al Corriere.



«Sarebbe giusto assegnarlo alla nostra Marina»
shadow
15 aprile 2017


Mi associo in maniera incondizionata alla proposta di assegnazione del Nobel per la pace alla Marina militare italiana fatta dal Centro Pannunzio sul Corriere di venerdì 14 aprile. Aggiungo però che non andrebbero dimenticate le popolazioni del nostro Sud che accolgono i migranti.
Maurizio Panciroli Pavia



Aderisco alla importante proposta del professor Franco Quaglieni per l’assegnazione del Nobel per la pace alla nostra Marina militare. 
Domenico Giglio Presidente del Circolo Cultura ed Educazione Politica «Rex» Roma

sabato 15 aprile 2017

Buona Pasqua!


Vita eroica di Amedeo di Savoia - quarta parte

Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa le condizioni erano queste: gli uomini ridotti a 2500 perché 1300 erano morti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma, dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il Duca che aveva cercato più volte la morte su quell'Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé ì migliori Suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l'orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l'onore della Bandiera. Mandò fuori il Suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal Duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dell'Amba Alagi.

Amedeo di Savoia fu l'ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che Gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l'amico del Suo cuore, che per 15 anni aveva, ai Suoi ordini, diviso la gioia e le asprezze della Sua vita, ed aveva pagato l'estremo tributo alla Sua granitica fedeltà.

Vi è una fotografia di Amedeo, fatta dagli inglesi, mentre Egli saluta nel fortino Toselli il breve lembo di terra che copre la salma di Volpini: gli occhi infossati, il volto emaciato, irriconoscibile, è la statua del dolore e dà l'impressione di essere già al di là del tempo e della vita.

Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d'oro al valor militare assegnatagli da S. M. il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la Tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d'oro al Valore Militare, desiderando premiare in Te anche coloro che, combattendo ai Tuoi ordini, hano bene meritato dalla Patria ».

Sì. Egli si sentiva di essere, Egli era il depositario dei mille e mille Caduti nella difesa dell'Impero; nel Suo cuore batteva il cuore di una moltitudine di Morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi.
Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, villino abbandonato da anni, infestato da pulci da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai Suoi, provvedere a liberarsi, per quanto possibile, da questi ospiti indesiderabili.

Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il Principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di S.M. Britannica; che da Addis Abeba Gli erano stati portati i Suoi cavalli, che possedeva una ricca automobile per i Suoi spostamenti. La verità vera era un'altra: non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell'auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l'avevano resa inservibile.

Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei Suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente Lo feriva e Lo umiliava più delle letture delle riviste Sud Africane ed Inglesi che gli ufficiali di guardia Gli mostravano.
In una si diceva che, sull'impegno della Sua parola di onore, Gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la Sua famiglia.
Il rossore Gli salì al viso. Come si poteva pensare che Egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un'altra volta lesse in una rivista Sud Africana che i Suoi magnifici soldati erano i « contemptible scavengings in the biways of the battle ».

Umiliato, depresso, in quella solitudìne disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu, punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che Gli durarono settimane e Lo ridussero allo estremo, mentre il Suo medico, Dott. Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali.

Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.

Voleva entrare nel campo per salutare i Suoi soldati colà prigionieri, ma Gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale eran rinchiusi, mentre i Suoi vecchi soldati Gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lagrime, e non si vergognò di dire a chi Lo accompagnava: «Talvolta piangere è una felicità!».

Ma la febbre riprese, gagliarda, e questa volta fu trovato il plasmodio della malaria.

In quell'organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull'Arnba Alagi, questì lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, dovevano portare alla consuzione ed alla morte.

Quando si recò a trovarlo il Maggiore Ray Wittit, di cui cito il nome ad onore, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il Duca di Aosta, non aveva dimenticato l'omaggio che a Lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarLo e Lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non potè contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un Principe Reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta?
Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra?

Così riuscì ad ottenere che, a spese del Duca, Egli fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.

Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora, per salvare la faccia, il medico inglese che appare all'ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giuochi della Sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio degenere: ricordati, ricordati di quanto dobbiamo ai Duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all'aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il Duca che Gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al Suo letto di morte: « Che sei venuto a fare ora? - gli disse il Duca - ora è tardi, vattene ».
Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche.

A chi Gli propose di chiedere - e certo lo avrebbe ottenuto, che Sua Madre e la Sua Sposa accorressero al Suo capezzale, non rispose neppure: si limitò a guardarlo: come poteva Egli, il Capo, morire diversamente da quei soldatini che uno ad uno se ne scendevano ogni giorno nella terra nera dell'Impero perduto?

I pensieri supremi oramai Lo dominavano, ed erano quasi allucinanti tra le accolimie della febbre: la Patria, la bandiera, l'onore, il Re, ed i Suoi soldati, i Suoi soldati.

Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente alfine che gli amici del Duca si rechino al Suo capezzale.

«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l'estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d'Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea Africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri Morti montano la guardia».

«Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita».

Poi dice al Dottor Borra: «quante volte, caro Dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull'Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale».

Padre Boratto Gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo. Mancano poche ore alla fine, ed il Duca dice a Padre Boratto: «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».

Alle ore 3,56, prima dell'alba l'ultimo respiro si è fermato nel petto generoso.

Abbiamo letto or sono due anni sui giornali che un'opera di orfani di guerra intitolata alla memoria di Amedeo di Savoia Duca di Aosta cambiava nome, per chiamarsi Opera degli orfani della Banca d'Italia. Chi propose tale cambiamento, chi ci appose la firma sanzionatrice?

Meglio non dire.

Leggemmo anche sui giornali che qualche cittadino e non tra gli ultimi della Valle di Aosta, aveva proposto, a proposito di autonomie regionali che, in caso di guerra tra Oriente ed Occidente la regione autonoma dovesse proclamare la sua neutralità, chiedendo di unirsi alla Svizzera, e la proposta trovò presso parecchi favorevole accoglimento.

E noi abbiamo riveduto con gli occhi dell'anima il Duca di ferro sull'altissimo picco dell'Amba Alagi, all'ombra della vecchia Bandiera, mentre da l'estremo saluto al Suo vecchio compagno d'armi sotto una breve zolla di terra, ed ha gli occhi infossati, le guance scavate, già irriconoscibile, già votato alla morte; abbiamo veduto con gli occhi dell'anima quei magnifici battaglioni Alpini Aosta, superbi nella battaglia, ancora allineati sotto la terra del Montenero, dell'Ortigara, del Pasubio, di S. Michele, ed abbiamo pensato, ahime! abbiamo pensato che siamo caduti in una voragine di bassura, che abbiamo toccato il fondo della miseria; ma pure amiamo credere che forse appunto per questo, forse appunto perché non possiamo andare ancora più in basso, sia fatale che risaliamo alle alture.

Verità insopprimibile ed eterna è quella della Patria, e gli Italiani, se hanno potuto assistere impassibili allo strazio della loro terra tra contendenti stranieri, e se ancora cono divisi tra i fautori di oriente e di occidente, pur comprenderanno un giorno, e già cominciano ad aprir gli occhi, che né dagli uni né dagli altri possono attendersi grazia e salute, e che solamente se saranno uniti saranno ancora forti e rispettati nel mondo.

La bandiera della unità ci è stata portata via con la frode, anche essa imposta dallo straniero di dentro e di fuori, ma ogni giorno di più la nostalgia diventa cocente nel nostro cuore: ritornerà, ritornerà quel giorno benedetto nel quale gli Italiani si daranno ancora la mano: e quel giorno ritornerà anche l'ombra placata di Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia, Duca di Aosta.

venerdì 14 aprile 2017

Le Guardie d'Onore per il rimpatrio della salma di Re Vittorio Emanuele III


15 Aprile 2017

Ricorre il 50° anniversario della scomparsa del Principe

Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria,principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.


In arte Toto'

Ci piace ricordare l'artista che ci ha dato ore di interminabile riso, l'uomo generoso, il monarchico, Ufficiale della Corona d'Italia.
Lo ricordiamo con questa sua foto e con la recita della sua celeberrima "A livella".
In entrambe gli occhi allenati dei nostri lettori riconosceranno la foto di Re Umberto II.






mercoledì 12 aprile 2017

La croce dei Savoia resta su stemma e gonfalone: bocciata a Oristano la proposta del sindaco

Critiche e duri scontri in Consiglio comunale a Oristano e alla fine la proposta del sindaco Guido Tendas di modificare lo stemma e il gonfalone togliendo la croce dei Savoia e inserendo l'albero deradicato degli Arborea non è passata.
Al primo cittadino non sono bastati i 13 voti a favore della maggioranza di centrosinistra: per le modifiche allo statuto infatti sarebbero serviti 17 voti ovvero una maggioranza qualificata.
Forti le critiche da parte della minoranza che lo ha accusato di approssimazione e di non aver coinvolto un esperto di araldica per una questione così delicata e specifica.
Ancora si è puntato il dito contro il mancato coinvolgimento della città, mentre la maggioranza ha difeso la scelta del sindaco e sottolineato l'importanza della proposta per rivendicare l'identità culturale e storica. Alla fine però non è bastato.
E su stemma e gonfalone continuerà a rimanere il simbolo dei Savoia.

1867 - IL VERO 150° DELLO STATO . L'ITALIA TRA LE GRANDI POTENZE


di Aldo A. Mola

Lo Stato d'Italia compie tra poco il vero 150° del suo ingresso nella Comunità internazionale. Oggi il Paese è in affanno, disorientato, quasi sfarinato. Perciò va ricordata quella data. L'11 maggio 1867 il marchese Emanuele Tapparelli d'Azeglio rappresentò il Regno alla firma del Trattato di Londra che chiuse il contenzioso sul Lussemburgo: una vertenza apparentemente minima, in realtà gravida di storia. Il Granducato era “la Gibilterra del Nord”: un ammasso di fortificazioni erette nei secoli per sbarrare la strada all'invasione dall'una o dall'altra sua parte. Napoleone III aveva tentato di comperarlo dal regno dei Paesi Bassi, come nel 1768 la Francia di Luigi XV aveva fatto con la Corsica, venduta a Parigi dal genovese Banco di San Giorgio. Ma la Prussia gli tagliò la strada. La frizione sprigionò scintille. L'Europa era appena uscita dalla guerra del 1866 tra l'impero d'Austria e la coalizione italo-prussiana che all'Italia fruttò il Veneto. La diplomazia ebbe la meglio sulle armi, che - aveva insegnato Clausewitz - ne sono la prosecuzione. Era il “secolo della pace” che, tra l'una e l'altra “guerra di teatro”, tutte circoscritte per territorio e numero di vittime, durò dal Congresso di Vienna del 1815 alla conflagrazione europea del 1914.
Giocando d'iniziativa e di sponda tra il 1859 e il 1860 Vittorio Emanuele II di Savoia coronò il sogno di tanti patrioti: un regno unitario dalle Alpi alla Sicilia. Non era tutto. Mancavano il Triveneto e Roma. Ma anche ai più audaci l'elezione di una Camera nazionale nel febbraio 1861 parve un miracolo, come in opere magistrali ricorda Domenico Fisichella, storico e politologo insigne, designato Premio alla Carriera dal 50° Premio Acqui Storia. Il 14 marzo 1861 il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia. Dunque era fatta? No, perché sia per le persone sia per gli Stati non basta “dirsi” qualcosa, bisogna “esserlo”, occorre ottenere il riconoscimento: battesimo, iniziazione, consacrazione...
La demolizione del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I abbatté nell'Europa centro-occidentale il principio in forza del quale il potere regio discende da quello imperiale: ora erano le Nazioni a dare corpo agli Stati. La Russia continuò a fare storia a sé, perché, come Terza Roma, non riconosceva alcuna autorità al vescovo di Roma che per un millennio aveva benedetto Pipino e consacrato Carlo Magno e i suoi successori. Il 17 aprile 1861 il Parlamento deliberò che il sovrano avrebbe firmato leggi e decreti come “re d'Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione”: la Tradizione venne fusa con la “rivoluzione”, del resto già alla base dello Statuto promulgato nel regno di Sardegna il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, che proclamò i cittadini uguali dinnanzi alle leggi e la libertà dei culti, caso unico nell'Italia dell'epoca, mentre nel regno delle Due Sicilie (rimpianto da Pino Aprile, da Fabio Andriola inopinatamente elevato a paladino della “verità”, quasi sia lo scopritore della plurisecolare “questione meridionale”) vietava ogni religione diversa dalla cattolica apostolica romana, là praticata in forme superstiziose: e non per caso l'abate di Montecassino, Luigi Tosti, si schierò per l'unità d'Italia, come Carlo Passaglia e tanti insigni teologi ed ecclesiastici.
Ma, appunto, nella storia non basta dirsi, bisogna farsi accettare. Dopo la proclamazione, il Regno d'Italia venne riconosciuto dalla Gran Bretagna (che così lo sottrasse all'abbraccio di chi lo confondeva con una qualunque contessa di Castiglione), dalla Svizzera, dalla Grecia (che fu sul punto di avere re il secondogenito di “Monsù Savoia”, Amedeo, duca d'Aosta) e dagli Stati Uniti d'America. Gli altri Paesi, spocchiosi, rimasero a guardare. Quasi nessuno credeva che l'Italia sarebbe divenuta uno Stato vero. A tarparne il volo erano mazziniani, federalisti (pochi e irrilevanti), papisti e nostalgici dei regimi abbattuti e sconfessati dai plebisciti che nel 1860 unirono col voto l'adesione alla corona sabauda di Ducati padani, Granducato di Toscana, Emilia e Romagna, Umbria, Marche, Sicilia e Province napoletane. In alcune di queste divampò il “grande brigantaggio”, alimentato da carenza di senso dello Stato, sorretto dall'estero e direttamente dallo Stato pontificio che gli parò le spalle. Fu una partita tanto difficile e dura quanto necessaria. Checché ne capiscano i nostalgici del trapassato remoto, appunto alla Pino Aprile, l'Italia era il ponte tra la Gran Bretagna, l'India e l'Estremo Oriente. Potate per linee ferrate dal Mare del Nord al Mediterraneo settentrionale, dai suoi porti (Genova, anzitutto) le merci avrebbero puntato, via nave, verso il Canale di Suez ormai in costruzione. Il mondo cambiava celermente nell'età dei cavi telegrafici sottomarini, del gioco di borsa, dei grandi traffici e della seconda età coloniale che in pochi decenni portò l'Europa a dominare l'80% dell'Africa e, con metodi sbrigativi, la Cina (anche tramite la guerra dell'oppio), l'India, l'Afghanistan, per trarne risorse e senza la pretesa infantile di esportarvi la democrazia. Era l'età studiata da Karl Marx, secondo il quale senza ammodernamento (industrializzazione e accumulazione del capitale) non sarebbe mai giunta la liberazione del lavoro dalla mercificazione. Rispetto ai Paesi da più tempo uniti, organizzati e dotati di una dirigenza capace di pensare “in grande”, l'Italia era arretrata, malgrado i Congressi degli scienziati (1839-1847), la prima statistica del regno (1861) e le ancora balbettanti Esposizioni nazionali. Ben vennero quindi i riconoscimenti del neonato Regno da parte del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II), dell'impero ottomano e dell'Olanda (1861). L'impero di Russia e il regno di Prussia lo riconobbero solo nel luglio del 1862, proprio quando Garibaldi organizzò la spedizione contro il papa (“Roma o morte”), rischiando di far annientare la credibilità di uno Stato sorto non per suscitare disordini ma per concorrere alla pace europea. Il 25 giugno 1863 la Danimarca accreditò il suo rappresentante presso il re d'Italia. La Spagna si decise solo il 12 luglio 1865, quando capì che era del tutto vana la speranza di restaurare l'evanescente Francesco II di Borbone. Vittorio Emanuele II, di gran lunga superiore al ritratto che ne fa Adriano Viarengo nella biografia ora edita da Salerno, per unire l'Italia aveva generosamente sacrificato non solo la Savoia e l'italiana Nizza ma anche Torino quale capitale: meritava credito. Lo stesso anno il regno fu riconosciuto da Brasile, Messico e dal cattolico Belgio. Mancava il tassello finale. Con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) l'Austria aveva sì ceduto il Veneto, ma a Napoleone III, che a sua volta lo “trasferì” alla Corona d'
Italia: accordo ratificato dal Parlamento italiano il 13-16 aprile 1867.
Il corpo diplomatico italiano, guidato da patrioti di alto talento quali Alfonso La Marmora e Pompeo di Campello e da ambasciatori di prim'ordine come Costantino Nigra e Isacco Artom, cresciuti alla scuola di Cavour, raggiunsero la meta: l'Italia fu accolta alla Conferenza di Londra del maggio 1867. Fu la sua prima volta: “ultima fra le grandi potenze” si disse con sorriso ironico. Ma le sue potenzialità erano chiare agli osservatori stranieri. Volente o nolente il Mondo Nuovo doveva passare per l'Italia. Perciò non le erano più consentiti colpi di testa, come la spedizione garibaldina dell'ottobre-novembre 1867 contro il papa-re. Del resto, pochi giorni dopo la Conferenza di Londra lo sfortunato Massimiliano d'Asburgo, aspirante imperatore del Messico, mandato allo sbaraglio da Napoleone III, fu arrestato a Querétaro dagli sgherri di Benito Juárez, che lo fece fucilare, su procura degli USA.
I veri frutti dell'ingresso del Regno d'Italia nella Comunità internazionale si colsero tre anni dopo, quando il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella-Castagnola frenò ogni tentazione di scendere in guerra contro la Prussia a fianco di Napoleone III e, nella “finestra” aperta con la sconfitta dell'imperatore a Sedan, corse a Roma per chiudere la “questione” che teneva inquieto il Paese e l'Europa intera. Nei giorni fatali del 19-20 settembre 1870 Pio IX venne “vegliato” dagli ambasciatori di Paesi luterani ancor più che da quelli cattolici, perché era in gioco il coronamento del Risorgimento sognato da Cavour quando, il 17 marzo 1861, aveva fatto proclamare Roma capitale d'Italia: una data da mettere in calendario sin d'ora, in vista del suo 150°. Lasceremo dove sono i nostalgici degli antichi regimi e i visionari d'ogni genere e ricorderemo Vittorio Emanuele II padre della Patria: egli, sì, “uomo della provvidenza” come nel 2011 convenne il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, e come scrive “La Civiltà Cattolica” che nel suo n. 4000 plaude all' “ideale unitario” che la animava “prima ancora che si concepisse l'Italia una e indivisa sul piano politico”. In realtà quello stesso ideale, molto prima che dai gesuiti, anzi contro la loro Compagnia, era stato coltivato da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, dal carbonaro Silvio Pellico a da una schiera di patrioti, in gran parte massoni, che ebbero per vessillo il tricolore con lo scudo sabaudo: l'11 maggio 1867 accolto a Londra tra le bandiere del Mondo Nuovo, mentre gli zuavi di Napoleone III facevano quadrato attorno a Pio IX, nemico acerrimo dell'unità d'Italia.


Aldo A. Mola

martedì 11 aprile 2017

Il libro azzurro sul referendum - V cap. - 1-2

La legge per il referendum

Il Luogotenente Generale del Re, sanzionando i due decreti legislativi con i quali rispettivamente si indisse il «referendum» e si fissò la convocazione della Costituente, scrisse al Presidente del Consiglio la seguente lettera:

Signor Presidente,
Le restituisco, muniti della mia sanzione, i provvedimenti con i quali si indice il referendum sulla forma istituzionale dello Stato e si convoca l'assemblea Costituente che dovrà decidere della nuova Costituzione.
Nel compiere quest'atto sento di ricongiungermi alle gloriose tradizioni del Risorgimento nazionale, quando attraverso eventi memorabili indissolubilmente legati alla storia d'Italia, la Monarchia poté suggellare l'unità della Patria e i plebisciti furono l'espressione della volontà popolare ed il fondamento del nuovo Stato unitario.
Questo ossequio alla volontà popolare dettò anche la decisione del mio Augusto Genitore di ritirarsi irrevocabilmente dalla vira pubblica per facilitare - come Egli stesso affermò l'unità nazionale.
Il medesimo pensiero mi indusse a sanzionare il decreto del 24 giugno 1944, che rimetteva al popolo italiano la scelta delle forme istituzionali.
La sanzione di oggi è dunque il coronamento di una tradizione che sta a base del patto tra popolo e monarchia, patto, che, se confermato, dovrà costituire il fondamento di una monarchia rinnovata, la quale attui pienamente l'autogoverno popolare e la giustizia sociale.
In questo solenne momento non posso fare a meno di rivolgere un commosso pensiero ai nostri fratelli ancora prigionieri e internati, ai cittadini tutti di ogni terra italiana, i quali - per ragioni indipendenti dalla nostra volontà e che per rispetto della giustizia devono considerarsi contingenti - non potranno partecipare alla consultazione che dovrà decidere anche del loro avvenire.
Confido che il Governo saprà provvedere affinché le elezioni si svolgano nella massima libertà degli individui e delle coscienze: per assicurare quest'ultima, ho dato con le disposizioni testé sanzionate, libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento.
lo, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni italiano le libere determinazioni del popolo, che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria.
Voglia, signor Presidente, comunicare ai signori Ministri questa mia lettera, che considero un doveroso contributo alla serenità della consultazione popolare.

Roma 16 marzo 1946.                                                    Aff.mo  UMBERTO DI SAVOIA



Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 98 (16 marzo 1946)

Integrazioni e modifiche ai decreto legge Luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, relativo all'Assemblea per la nuova costituzione dello Stato, al giuramento dei membri del Governo ed alla facoltà del Governo di emanare norme giuridiche.

UMBERTO DI SAVOIA

Principe di Piemonte - Luogotenente Generale del Regno
In virtù dell'autorità a Noi delegata;
Visto il decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, relativo all'Assemblea per la nuova costituzione dello Stato, al giuramento dei Membri del Governo ed alla facoltà del Governo di emanare norme giuridiche;

Visto il decreto legislativo luogotenenziale lo febbraio 1945, n. 58 concernente nuove norme sull'emanazione, promulgazione e pubblicazione dei decreti luogotenenziali e di altri provvedimenti;

Ritenuta la necessità di apportare integrazioni e modifiche al sopracitato decreto-legge luogotenenziale 25 giugno 19A4, n. 151;
Udito il parere della Consulta Nazionale;
Vista la deliberazione dei Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato, e del Ministro per la Costituente di concerto con tutti i Ministri;
Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Art. 1. - Contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente il popolo sarà chiamato a decidere mediante «referendum» sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia).

Art. 2. - Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci a favore dalla Repubblica, l'Assemblea, dopo la sua costituzione, come suo primo atto, eleggerà il Capo provvisorio dello Stato, che eserciterà le sue funzioni, fino a quando sarà nominato il Capo dello Stato a norma della Costituzione deliberata dall'Assemblea.
Per l'elezione del Capo provvisorio dello Stato è richiesta la maggioranza dei tre quinti dei membri dell’Assemblea. Se al terzo scrutinio non sarà raggiunta tale maggioranza, basterà la maggioranza assoluta.
Avvenuta l'elezione del Capo provvisorio dello Stato, il Governo in carica gli presenterà le sue dimissioni e il Capo provvisorio dello Stato darà l'incarico per la formazione del nuovo Governo.
Nella ipotesi prevista dal primo comma, dal giorno della proclamazione dei risultati del referendum e fino alla elezione del Capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni saranno escrcitate dal Presidente del Consiglio dei Ministri in carica nel giorno delle elezioni.
Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci in favore della Monarchia, continuerà l'attuale regime luogotenenziale fino all'entrata in vigore delle deliberazioni dell'Assemblea sulla nuova Costituzione e sul Capo dello Stato.

Art. 3. - Durante il periodo della Costituente e fino alla convocazione del Parlamento a norma della nuova Costituzione il potere legislativo resta delegato, salvo la materia costituzionale, al Governo, ad eccezione delle leggi elettorali e delle leggi di approvazione dei trattati internazionali, le quali saranno deliberate dall'Assemblea. 
Il Governo è responsabile verso l'Assemblea Costituente.
Il rigetto di una proposta governativa da parte dell'Assemblea non porta come conseguenza le dimissioni del Governo. Queste sono obbligatorie soltanto in seguito alla votazione di una apposita mozione di sfiducia, intervenuta non prima di due giorni dalla sua presentazione e adottata a maggioranza assoluta dai Membri dell'Assemblea.

Art. 4. - L'Assemblea Costituente terrà la sua prima riunione in Roma, nel Palazzo di Montecitorio, il ventiduesimo giorno successivo a quello  in cui si saranno svolte le elezioni. 
L'Assemblea è sciolta di diritto il giorno dell'entrata in vigore della nuova Costituzione e comunque non, oltre l'ottavo mese dalla sua prima riunione, Essa può prorogare questo termine per non più di quattro mesi.
Finché non avrà deliberato il proprio regolamento interno, l'Assemblea Costituente applicherà il regolamento interno della Camera dei deputati in data 1° luglio 1900 e successive modificazioni fino al 1922.

Art. 5. - Fino a quando non sia entrata in funzione, la nuova Costituzione le attribuzioni del Capo dello Stato sono regolate dalle norme finora vigenti, in quanto applicabili.

Ari. 6. - I provvedimenti legislativi che non siano di competenza dell'Assemblea Costituente ai sensi dei primo comma dell'art. 3, deliberati nel periodo ivi indicato, devono essere sottoposti a ratifica del nuovo Parlamento entro un anno dalla sua entrata in funzione.

Art. 7. - Entro il termine di trenta giorni dalla data del decreto Luogotenenziale che indice le elezioni dell'Assemblea Costituente, i dipendenti civili e militari dello Stato devono impegnarsi sul loro onore, a rispettare, far rispettare nell'adempimento dei doveri del loro stato, il risultato del referendum istituzionale e le relative decisioni dell'Assemblea Costituente.
Nessuno degli impegni da essi precedentemente assunti, anche con giuramento, limita la libertà di opinione e di voto dei dipendenti civili e militari dello Stato.

Art, 8. - Con decreto del Presidente del Consiglio di Ministri, sentito il Consiglio dei Ministri, saranno emanate le norme relative allo svolgimento del referendum, alla proclamazione dei risultati di esso e al giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste ed i reclami relativi alle operazioni del referendum, con facoltà di variare e integrare, a tali fini, le disposizioni del decreto legislativo Luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, per l'elezione dei Deputali all'Assemblea Costituente e di disporre che alla scheda di Stato, prevista dal decreto anzidetto, siano apportate le modifiche eventualmente necessarie.
Per la risposta al referendum dovranno essere indicati due distinti contrassegni.

Art. 9. - Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare come legge dello Stato.

Dato a Roma, addì 16 marzo 1946.

UMBERTO DI SAVOIA

De Gasperi - Nenni - Cianca - Romita - Togliatti - Scoccimarro - Corbino Brosio De Courten - Cevolotto - Molé - Cattani - Gullo - Lombardi Scelba - Gronchi – Barbareschi - Bracci - Gasparotto.

Visto, il Guardasigilli: Togliatti.

Registrato alla Corte dei conti, addì 22 marzo 1946.


Atti del Governo, registro n. 9, foglio n. 73 - Frasca.

venerdì 7 aprile 2017

UN NUOVO BELLISSIMO SITO!

Salutiamo con gioia la nascita del nuovo portale monarchico






Il nuovo sito, che si presenta nuovo, fresco, gradevole, di facile consultazione ci riempie di soddisfazione in quanto è, probabilmente, quello che auspicavamo avvenisse quando abbiamo iniziato con questo blog che pure, nel suo piccolo, ci dà la soddisfazione di 15.000 pagine lette ogni mese.

Le idee subito messe in pratica e l'entusiasmo del nostro giovane amico Giuseppe Baiocchi hanno portato, oltre ad un saggio sui valori e gli uomini che hanno fatto la storia delle nostre idee, ad un bel risultato, che veicolerà ancor meglio la cultura monarchica, cui auguriamo ogni migliore fortuna.

Sul sito si troveranno anche i pezzi migliori restituiti alla pubblica consultazione dal nostro blog che avranno ulteriore cassa di risonanza.

Dove c'è la volontà c'è il modo. Questo nuovo portale ne è la prova

I nostri più affettuosi auguri!
Lo staff

giovedì 6 aprile 2017

Monarchia Sociale e Comunità Nazionale

Mozione della corrente di Sinistra Sociale al II Congresso Nazionale del  Partito Nazionale Monarchico

POLITICA DEL CREDITO


B) Nel settore creditizio occorre che le Stato, attraverso i suoi molteplici controlli, al fine di determinare sui mercati monetari una richiesta di lire costantemente superiore alla offerta, cessi di trarre vantaggio per convogliare capitali alle sue casse così da sopperire a esigenze di tesoreria, preoccupandosi invece di combattere con maggior impegno, energia e tempestività la speculazione monetaria che vulnera il potere di acquisto e abbassa ognora il livello del salario reale. 
Occorre annullare le restrizioni del credito imposte dall'Istituto di Emissione a tutto il sistema bancario poiché esse - ormai è dimostrato - non hanno tanto per obbiettivo l'effettiva sanità delle imprese private, quanto invece l'assorbimento di ingenti aliquote di risparmio dì nuova formazione per le esigenze più pressanti della finanza pubblica. 
Occorre che cessino i trasferimenti considerevoli dalle Banche all'Istituto di Emissione, che finisca il congelamento di cospicui capitali privati immobilizzati dai residui passivi e dal ritardo che lo Stato e gli enti pubblici frappongono alla liquidazione dei loro impegni. 
Se quanto precede non si verificherà, il Paese arriverà alla progressiva disgregazione o liquidazione della piccola e media industria, ne seguirà la decadenza dello spirito concorrenziale col che saluteremo lo avvento dei cartelli dei prezzi e della concentrazione produttiva che demagogicamente si afferma di voler combattere. 
D'altra parte occorre che il Comitato del Credito agisca con sincero rispetto della privata iniziativa e che eviti di continuare sotto banco nello smantellamento progressivo degli istituti a medio e lungo termine che non siano nazionali o dichiarati di pubblico interesse; e gli istituti bancari, nel loro insieme, senza alcuna eccezione, debbono modernizzare i criteri che presiedono agli investimenti ed alla garanzia dei crediti concessi sicché si verifica l'assurdo che le banche prestano sulla base della consistenza patrimoniale con l'inevitabile conseguenza che beneficiano del credito soltanto le grosse formazioni patrimoniali, il che approfondisce sempre più l'abisso esistente tra la ricchezza e la miseria.

RIFORMA PREVIDENZIALE

C) Nel settore previdenziale è necessario che la riforma della Previdenza e della Assistenza si effettui al più presto non soltanto per coordinare ed uniformare gli organismi ma per meglio disciplinare le norme ed i regolamenti, onde: eliminare doppioni di istituzioni e conflitti di competenza o di giurisdizione; snellire l'impalcatura burocratica; rendere accessibile e tempestiva e sollecita la tutela e l'assistenza con una più organica distribuzione capillare degli uffici periferici sì da raggiungere nel piccolo Comune la unificazione di tutti gli istituti in unico ma efficiente servizio.

Sopratutto la riforma deve:

1° - Provvedere alla redazione ed approvazione di testi unici, aggiornati e perfezionati, delle leggi, leggine, decreti, regolamenti e norme interpretative della materia oggi così caoticamente predisposta.

2° - Estendere le provvidenze così migliorate al maggior numero di categorie, provocando in questa opera un coordinamento mutualistico che tenda sempre alla unificazione dell'assistenza pur nel rispetto delle esigenze delle categorie stesse.

3° - Eliminare ogni concetto di prescrizione, o quanto meno portarlo al massimo consentito dalla legge in fatto di adempimenti assistenziali o di versamenti di contributi.

4° - Cercare una maggiore e responsabile coscienza mutualistica e solidaristica si da raggiungere le mete cui si deve giungere per una reale politica di « sicurezza sociale ».

5° - Rivedere i compiti dei grandi Istituti previdenziali e soprattutto ridimensionarne entità e funzioni, onde evitare il costituirsi ed il permanere di una speciale ed abnorme manomorta previdenziale. 
A questo fine si potrebbe partire dalle proposte, meditatamente studiate e sviluppate nei dettagli, formulate di recente dal Vice Segretario Generale del P.N.M. Dott. Antonio Cremisini, nell'opuscolo «Oltre la sicurezza sociale».

6° - Realizzare un sistema di «sicurezza sociale» che attui sistematicamente, anche se gradualmente, i precetti dell'art. 38 della carta costituzionale, coordinando le istituzioni e le organizzazioni della sicurezza sociale con quelle della pubblica assistenza in base al principio che, se è differente il titolo che dà al cittadino, nelle determinate condizioni previste dalla norma costituzionale, il diritto di ripetere direttamente dalla Comunità nazionale il proprio congruo minimo vitale, unica è la fonte delle erogazioni: lo Stato. In tale campo ha particolare urgenza economico-sociale non meno che di Giustizia lo stabilimento di un sistema di sicurezza sociale il quale - trasformando la pensione di vecchiaia così da trasferirla, come deve, dal campo della previdenza individuale e diretta a quello della sicurezza sociale per pubblica iniziativa, cui essa compete - assicuri il congruo minimo vitale ad ogni cittadino che abbia compiuto il 65' anno di età. E' appena necessario osservare, tra l’altro, quale diretta immediata influenza favorevole ciò avrebbe sui problemi della disoccupazione, e sulle possibilità di risolverli.

Alla rapida effettuazione di quelle riforme di struttura - così costituzionali conte economiche - dello assetto sociale della Comunità nazionale italiana le quali urgono non meno per debito di Giustizia che per assicurare quella collaborazione di tutte le classi nell'interesse unitario della Nazione la cui origine può soltanto riposare nella comune coscienza dell'attuato, diritto di ciascuno nel rispetto del diritto altrui e delle funzioni e dei doveri propri a ciascuno, sotto l'egida della libertà assicurata per tutti e per ciascuno dalla legge.