NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

martedì 24 aprile 2018

Il Re Nuovo a Palazzo Reale di Genova


Genova – Un Re “nuovo” per la sua decisione di concedere una sorta di Costituzione al Regno di Sardegna, lo “Statuto Albertino” ma anche per la sua decisione di trasformare la dimora patrizia di Gerolamo Durazzo nella grande reggia che oggi porta il nome di Palazzo Reale .
Il Museo di via Balbi celebra la figura di Carlo Alberto con una mostra a lui dedicata che resterà visitabile sino al 29 luglio nell’appartamento dei principi ereditari, al primo piano nobile del palazzo.

Una raccolta di cimeli, di documenti e dipinti che ritraggono il re che più di ogni altro contribuì a disegnare e definire la fisionomia del Palazzo. Una mostra allestita nell’appartamento modificato e arredato per ordine di Carlo Alberto, nel 1842, in occasione delle nozze dei duchi di Savoia Vittorio Emanuele e Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena.
Primo re di Sardegna del ramo dei Savoia-Carignano, Carlo Alberto è stato una figura chiave nella storia del palazzo genovese come per quella del Regno di Sardegna e del futuro Regno d’Italia.
Ritratti su tela, su cammei e miniature, avori e porcellane, si alternano a busti in marmo e bronzo dorato, stampe e disegni, documenti e libri, arredi e oggetti preziosi fissano l’iconografia del sovrano, sia quella ufficiale, sia quella più intima e familiare, fermando i punti salienti della biografia del re, della regina Maria Teresa e dei figli, sullo sfondo della storia della nazione nascente, ma soprattutto attraverso i suoi rapporti con Genova e la reggia genovese.
Un itinerario che lega dunque le opere provenienti da gallerie pubbliche e raccolte private (spesso inedite o esposte qui per la prima volta) alle collezioni permanenti del palazzo.
Una storia raccontata “per oggetti” che racconta dei molti passaggi del Re per la città di Genova. Dai lavori per trasformare il l'edificio sino all’ultimo, da Oporto, in Portogallo, dove si era rifugiato in esilio, dopo la sanguinosa sconfitta di Novara che lo portò ad abdicare, al Porto di Genova, a calata Darsena, a bordo di un enorme sarcofago galleggiante che arriverà nello scalo genovese il 4 ottobre 1849. Qui il corpo imbalsamato del re venne celebrato con tutti gli onori nella cattedrale di San Lorenzo prima del trasferimento nella cripta della Basilica di Superga, a Torino, dove tuttora riposa.
Passeggiando per le sale dell’appartamento dei principi ereditari si scoprono effigi che lo ritraggono giovane, bello, elegante, promesso a un brillante avvenire e ritratti in maestà, circondati dai simboli del potere assoluto. Dalla tela dipinta dai giovani pittori del Regio Istituto dei Sordomuti di Genova sostenuto dal sovrano, agli stucchi di Santo Varni del Gran Salone da Ballo che riaccendono i fasti delle feste genovesi per il reale matrimonio del 1842. Dalle volte affrescate dai migliori pittori dell’Accademia Ligustica, alla carrozza commissionata dopo il 1831 e tuttora esposta nell’atrio del palazzo.
Idealista e romantico, ultimo difensore della regalità di antico regime e padre dello Statuto Albertino, travolto da rivolgimenti storici spesso traumatici, Carlo Alberto, "Re Nuovo" per la circostanza in gran parte inaspettata di salire al trono all’esaurirsi della genealogia principale di Casa Savoia, primo rappresentante di un ramo cadetto che avrà in destino il trono d’Italia, “nuovo” per essere il primo della dinastia a orientarne la politica in una prospettiva tutta italiana, e “nuovo” infine, per aver rinnovato in modo indelebile e irreversibile l’aspetto e le funzioni del Palazzo Reale di Genova.

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Maria Gabriella di Savoia rende omaggio alle salme dei nonni al santuario di Vicoforte


Su invito del Rotary Club 1925 di Cuneo, S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, con Sua Figlia, Elisabetta De Balkany, ha reso omaggio alle Salme dei Nonni, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, nella Cappella di San Bernardo del Santuario-Basilica di Vicoforte (CN), ove furono tumulate il 15 e 17 dicembre 2017.

La Principessa ha raggiunto il Mausoleo dei Savoia accompagnata dal conte Federico Radicati di Primeglio, Delegato della Casa per tutti gli atti connessi a estumulazione, traslazione e ritumulazione delle RR. Salme, dal suo consulente, prof. Aldo A. Mola, presidente della Consulta, dal Consultore cav. Maurizio Bettoja, che concorse agli Onori resi il 17 dicembre alla Salma del Re, e dal Consultore avv. Luca Fucini, delegato alla estumulazione della Salma della Regina Elena a Montpellier, il 15 dicembre 2017.

All'ingresso del Santuario S.A.R. la Principessa e Sua Figlia sono state accolte dal presidente del Rotary Cuneo 1925, avv. Gianmaria Dalmasso (presidente anche quando, il 13 giugno 2006, S.A.R. presenziò in Villanova Solaro, CN, alla rievocazione di Re Umberto II nel 60° della Sua partenza dall'Italia e fu nominata Socio onorario del Club), dai presidenti dei Club di Mondovì e Savigliano e da rappresentanti di quello di Saluzzo; dal Presidente del Rotaract Cuneo Provincia Granda, nonché da folto pubblico, comprendente, tra altri, il Consultore avv. Giovanna Giolitti, il Presidente della Associazione di studi storici Giovanni Giolitti, Alessandro Mella e l'ex sindaco di Torre San Giorgio, avv. Attilio Mola.

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Il libro azzurro sul referendum - XI cap - 4


Verbale del Consiglio dei Ministri dell'8 giugno (1)

« Come previsto, il nuovo Consiglio dei Ministri si riunisce poco dopo le 17 dell’8 giugno per discutere la situazione sensibilmente alterata dai ricorsi Selvaggi e Biamonti, dalla mozione liberale e da un successivo ricorso di giuristi alla Cassazione...                                                                                  .
Nenni : - Mi vedo costretto a sottolineare la grave, la patente inopportunità del passo che è stato compiuto dai liberali, soprattutto perché vi ha partecipato un componente del governo.

Cattani: — Mi rifiuto di restare in Consiglio se Nenni parla in questo modo...

Nenni : — E’ incredibile che Cattani si senta autorizzato ad inveire contro chi lo richiama a precisi doveri da lui violati per un tentativo di sabotaggio all’opera del Governo e di incitamento alla guerra civile!...


Guerra civile. Ecco, la sporca cosa che ammorba da alcuni giorni l’aria del Consiglio e del Paese, è già sul tappeto. Come un groviglio di serpi questa cosa si agita fra i volti assorti dei Ministri, che da un momento all’altro possono trasformarsi in governo rivoluzionario.

Cattani . Chiedo al Presidente di esporre l’episodio della mozione liberale in termini e fatti. Egli lo conosce perfettamente.

De Gasperi (vincendo a stento il battibecco con la sua voce grigia)

Devo riconoscere che il passo Cassandro - Cattani si è svolto secondo una procedura regolare. Non ravviso un tentativo di sabotaggio e di incitamento alla guerra civile. Ciò che mi pare deplorevole è che se ne sia data notizia alla stampa, contro la mia espressa volontà. I miei timori trovano riprova nel tono con cui i giornali hanno commentato la mozione; esso è tale da accrescere gravemente il turbamento del Paese.
Cattani precisa che il solo Cassandro, non componente del governo e quindi non legato nei riguardi del Presidente, ha avuto contatto con i giornalisti. E aggiunge: «Ma le dichiarazioni di Cassandro sono  perfettamente responsabili e corrette, a differenza della violenta campagna scatenata dai giornali di partito, i cui ispiratori siedono in Consiglio, e non hanno valutato il pericolo di soffiare nel fuoco in un momento così grave ». Nenni scuote la testa, giocherellando nervosamente con una matita. Gli altri Ministri sono in
posizione di attesa.
Cattani. - «A mia volta devo fare una deplorazione. Riguarda lo strano e caotico modo con cui il Ministro degli Interni ha fornito i risultati del « referendum », a pezzi e a bocconi. Questo modo ha purtroppo un precedente che fece pessima prova: le elezioni amministrative».
De Gasperi, interrompendolo con una certa vivacità: «La comunicazione delle cifre così come è stata fatta, fu concordata tra me e il collega Romita per evitare sbalzi e reazioni improvvise e pericolose »...

Alcuni giornali parlarono nell’occasione di uno schema di provvedimento per la costituzione di un governo provvisorio repubblicano da emanare subito dopo la proclamazione dei risultati.
La notizia provocò una protesta di De Gasperi.
La verità è che in consiglio si era posta mano ad una bozza di decreto preventivo per «l’assunzione dei poteri di Capo dello Stato da parte del Presidente del Consiglio». L’ipotesi era connessa con la speranza di De Gasperi per una « repubblica su decreto reale ».
A Cattani nettamente rifiutatosi di accettare l’illegittima anticipazione, Nenni, Bracci e altri avevano risposto: «Non cavillare »! Si tratta soltanto di un progetto che un gruppo di ministri, riuniti privatamente prende in esame per non farsi sorprendere dagli avvenimenti ».
E Cattani pronto: « In tale caso non intendo far parte delle riunioni private ». De Courten, Corbino e alcuni democristiani erano restati zitti. La cosa non aveva, per il momento, avuto seguito ».

1) Da Storia segreta di un mese di regno, pag. 112 e seg. Dell’autenticità di questo e degli altri verbali, riprodotti dal libro Storia segreta di un mese di regno, abbiamo assoluta garanzia.

venerdì 20 aprile 2018

Io difendo la Monarchia cap IV - 3


Già a Milano nei giorni procellosi della crisi, un gruppo di parlamentari lombardi (vedi Corriere della Sera del 31 ottobre ’22) aveva espresso l’avviso che non conveniva insistere sulla combinazione Salandra «superata dallo sviluppo degli avvenimenti» (1). E abbiamo accennato al pensiero spavaldo di Mussolini: non valere la pena di fare una rivoluzione per alcuni portafogli: «Non accetto», disse a Salandra come aveva detto a Giolitti. È il giuoco sottile, doppio, triplice del romagnolo. Egli lo ripeterà in tutte le occasioni; nel 1924; nel 1940; nel 1943. Anche in punto di morte cercherà di ingannare i partigiani dicendo di odiare i tedeschi e il giorno prima ne aveva vestito la divisa per fuggire. Tra il 1922 e il 1923 affermava: «Non voglio abolire il Parlamento; voglio anzi migliorarlo». Ma agli ufficiali della Milizia a proposito delle elezioni: «Non vi scaldate troppo per questi ludi, tutto ciò è vecchio in Italia, è ancora ancien regime» (2). La Monarchia, si dice, avrebbe dovuto usare la forza: senza dubbio, ma bisognava avere un Parlamento efficiente, un Governo capace. «Non importa», si ripete, «l'Esercito avrebbe obbedito ».
Crediamo anche noi che in definitiva l’Esercito avrebbe obbedito, ma si poteva pensare anche il contrario, si poteva fondatamente temere che vi sarebbero stati incidenti incresciosi, qua e là episodi di fraternizzazione con i ribelli, comunque molto spargimento di sangue. Il Re voleva evitare la guerra civile; ma i partiti di sinistra speravano nell'urto tra l’esercito e lo squadrismo fascista. Quei partiti che non vogliono neppure vedere l’immagine del Re, reclamavano per l'occasione un Re forte, un Re capace di salire a cavallo e di porsi alla testa di quell’Esercito che essi avevano denigrato per trent’anni. Certo, sarebbe stato utile, alla Monarchia oltre che alla Patria, ma era facile, era possibile agire contro dei giovani entusiasti che gridavano viva l’Italia, viva l’Esercito e che volevano solo — a loro dire  la grandezza della Patria? Era facile era possibile andare contro l’opinione pubblica quasi unanime? Oggi si vuole accreditare la leggenda di un grave dissidio tra il Re e il Duca d Aosta. Questi - si afferma - (3) aveva posto il suo quartiere generale a Perugia nello stesso albergo dove agiva il Quadrumvirato. I due parlamentari De Vecchi e Federzoni avrebbero prospettato al Sovrano le intenzioni dei fascisti arrabbiati di levare sugli scudi l’antico condottiero della III Armata proclamandolo Re.
Questa considerazione avrebbe indotto il Sovrano a revocare lo stato d’assedio. Anche Emilio Lussu nella sua Marcia su Roma e dintorni dà questa versione degli avvenimenti.
I primi atti di Mussolini ministro, la partecipazione al Governo di Diaz e Thaon di Revel, lo scioglimento delle squadre, il monito agli ufficiali di non partecipare a dimostrazioni (4) e di astenersi dalla lotta dei partiti; il senso (illusorio) di fiducia e di vigore impresso a tutta l’attività nazionale e alla stessa burocrazia centrale, tutto dette al paese l'impressione che il Re avesse opportunamente seguito ora come nel 1915, il movimento generale della opinione pubblica. Dall’Italia e dall'estero per molti anni salì verso il Sovrano per quell’atto tempestivo e coraggioso un vasto coro di elogi. Non vi è bisogno di dire che la storiella che dava il duca d’Aosta insediato nello stesso albergo della insurrezione perugina è una grossolana invenzione. È possibile che queste cose siano state dette nell’esilio e nei campi di confino e passando di bocca in bocca per tanti anni, abbiano acquistato aspetto di veridicità, ma è inaudito che siano oggi divulgate e stampate quando sono ancor vivi i giovani di allora che acclamarono al Re, a Mussolini e alla Patria (nel loro ingenuo sentimento essi costituivano una idea sola) in quei giorni turbinosi nei quali non si sperava che di fare più grande l’Italia. Ognuno può ricercare le voci e il sentimento dell’ora nei giornali del tempo, quasi tutti favorevoli al fascismo e tutti plaudenti al Re per aver evitato il conflitto fra l’esercito e le squadre fasciste (5).
Cosa poteva fare il Re per adeguare lo spirito pubblico alla situazione parlamentare?
Il ricorso alle urne era stato tentato da Giolitti nell’aprile del 1921 dopo solo 18 mesi dalle elezioni della alunno del 1919 e il risultato era stato nullo ai fini di una maggiore stabilità del Governo. Non rimaneva che tentare l’ultima esperienza : dare ragione allo spirito pubblico e affidare al fascismo, che già aveva costituito uno Stato nello Stato, i mezzi legali del Governo.
Ecco infatti i gruppi parlamentari sostenere il nuovo Ministero: che sembrava un comune Ministero di coalizione con l’adesione dei democratici sociali, dei popolari, dei giolittiani, dei nittiani, questi ultimi in maniera più riservata. I socialisti unitari si mostrarono titubanti e smarriti. Ma i massimalisti li investirono: tradirebbero il proletariato se. chiamati, rifiutassero di collaborare. Si parlò molto di una esortazione a Baldesi per partecipare al Governo in rappresentanza della Confederazione del lavoro. Baldesi dichiarò subito che invitato, avrebbe accettato, ma l'invito non venne (6). De Nicola rimase il presidente della Camera. L’on. Barzilai presidente dell’Associazione della Stampa telegrafava, sia pure per domandare il rispetto della libertà di stampa (alcuni giornali come II Corriere della Sera avevano subito delle violenze): Voi che raggiungeste la vittoria con audacia di pensiero sorretta dalla pubblica opinione...» E Mussolini si affrettava a garantire la libertà di stampa... come poi si è veduto. Nelle quarantotto ore tutto rientrava nell'ordine: ognuno rimaneva al suo posto, il paese si illudeva di respirare: il lungo conflitto aveva termine: i due Stati, quello legale e quello fascista, divenivano un solo Stato.
Il Re si era bene apposto perché tutto ciò era stato raggiunto senza spargimento di sangue. Le Camere si sarebbero riunite subito. Il 4 novembre tutto il Governo andava a inginocchiarsi dinanzi all'Altare della Patria: dove era più la rivoluzione che da quattro anni minacciava l'Italia? Il socialcomunismo doveva meditare per lungo tempo sulla tremenda lezione dei fatti. Il fascismo aveva assunto la difesa dell'ordine. Tutto sarebbe andato bene, tutto parve anzi che andasse ottimamente. Il discorso di Mussolini all'apertura del Parlamento fu troppo duro? Ma i deputati e poi i senatori votarono in grande maggioranza per lui e gli dettero un anno di pieni poteri. Il vanaglorioso accenno ai «bivacchi» spiacque certo a tutte le persone serie e ragionevoli, ma molti l'attribuirono alla cattiva letteratura dannunziana che dai giorni di Fiume in poi avvelenava il paese. E il guaio si fosse fermato alla letteratura!
La filosofia e ogni altro moto del pensiero e della vita apparivano guastati dai miti nietzschiani e sorelliani della forza e della violenza. Era una corrente insana che devastava tutta l'Europa: la guerra, la rivoluzione
ne avevano diffuso i germi e attuata l'esperienza. Ai decenni dell'umanitarismo e pacifismo dell'età positiva succedevano i decenni della mitologia eroica. Non erano solo d'Annunzio e Marinetti; non era solo il sindacalismo rivoluzionario: era il trionfo dell'irrazionale che trascinava il mondo moderno ai suoi moti convulsi, ai suoi miti tragici, alle sue guerre folli e suicide, alla sua rivoluzione continua. Nessuno meglio di Croce descrive questo trapasso nel primo ventennio del secolo, dall'una all'altra età. Con l'interventismo, con il fiumanesimo, con lo squadrismo e, infine, con l’avvento del fascismo al potere, l'Italia accetta e subisce il dominio del nuovo credo.
Tutto ciò si tradurrà storicamente a distanza di un quarto di secolo in una totale rovina, ma non si deformi per questo la verità di ieri, non si parli oggi di una minoranza di banditi e di criminali che presero il potere.
Lo stesso grande italiano Benedetto Croce, che dieci anni più tardi darà nelle sue: Storia d’Italia (1870-1914) e Storia d'Europa nel secolo XIX un giudizio definitivo e negativo sul pensiero dannunziano, nazionalista e fascista, e sui consimili movimenti europei, sarà tratto in inganno nell’autunno del 1922 e voterà come senatore a favore di Mussolini sino all’agosto del 1925, due mesi dopo l'assassinio di Matteotti.
L’esaltazione torbida del nazionalismo non era solo della letteratura e della politica. Si guardi come scriveva uno studioso, senza dubbio degno di considerazione come G. Rensi, nella Sera di Milano del giugno 1921: «O si accettano i principi del liberalismo e si va per opera dell’elezionismo e del Parlamento alla padronanza dello Stato delle classi, delle categorie, dei circoli di interessi e, quindi, alla sostanziale impossibilità di un Governo e - cosa curiosa - alla soppressione della libertà che il liberalismo propugna. O non si vogliono tali conseguenze e bisogna respingere i principi del liberalismo (elezionismo, volontà popolare, libertà di stampa, ecc.) e tornare all’autorità di fonte ereditaria, alle aristocrazie e, cosa curiosa, così si mantiene il massimo di libertà possibile, che invece, con altro sistema, scorre nel nulla ». E nello stesso giornale, un anno dopo, il 6 giugno 1922, lo stesso autore incalzava: «Lo stesso comunismo antiparlamentare e autoritario è, a suo modo, una constatazione che è ora di finirla con la cosiddetta libertà». Con questo pensiero Rensi è ancora oggi attuale con il trionfo russo su tutta l’Europa Centro Orientale e sud Orientale e con la diffusione di quella propaganda nei paesi occidentali e attraverso i partiti comunisti e  i gruppi affini (i). «Ponete mente - avvertiva allora il Rensi - alla parola: il "duce”, il "comandante" per indicare Mussolini e d'Annunzio, che si sentono sempre più di frequente e con crescente devozione ripetere. Esse sono l'indice del bisogno in cui siamo, della sete che ci divora, dell’uomo che ci comandi e ci guidi e cui seguire ciecamente... ».
E a voler considerare come una stessa logica guidi tutti i movimenti totalitari, oggi che i comunisti si offendono nel sentirsi chiamare fascisti rossi, ecco quel che lo stesso Rensi, scriveva nello stesso tempo di Lenin (e con ciò egli dava valore alla sincerità del suo pensiero perché non poteva certo compiacere al fascismo poc’anzi elogiato): «Veramente grande è Lenin. A questo nostro mondo politico infrollito egli, offre un meraviglioso spettacolo. Quello di ciò che possa la volontà di un uomo o di pochi uomini al Governo, maneggianti risolutamente la forza, far quel che vuole di un popolo e della sua sedicente, anche contraria volontà ».

(1)           Lo stesso senatore Luigi Albertini, tenace avversario del fascismo, il 27 ottobre telegrafava al generale Cittadini, Aiutante di Campo del Re, che era ormai inutile pensare a una combinazione Salandra ed era ineluttabile l’esperimento di Mussolini. Vedi anche nel recentissimo libro di Efrem Ferraris, già Capo di Gabinetto di Facta: La marcia su Roma vista dal Viminale a pag. 122, il colloquio telefonico da Milano di Albertini con il comm. D’Atri ex Capo di Gabinetto di Salandra. Albertini scongiurava di affrettarsi a dare l’incarico a Mussolini « oppure lasciare andare tutto alla malora ».
(2)           Mussolini: Scritti e discorsi. Vol IV pag 52
(3)           Sinibaldo Tino: Storia di un trentennio (pag.72).
(4)           La risposta di Mussolini agli ufficiali - molto e giustamente lodata - fu direttamente ispirata dal Re.
(5)           Si legga nella citata opera di Ferraris a pag. 110 il telegramma di quel Prefetto che comunicava di aver passato in rivista le squadre armate in qualità di rappresentante del duce.
(6)           Questi elementi di cronaca sono tratti da un giornale Il Corriere della Sera, ostile al movimento fascista (vedi numero del 31 ottobre, prima pagina).
(7)    Si veda su Mercurio, 1945, n. 11, un articolo di Fedele d’Amico: «Libertà e dittatura».

giovedì 19 aprile 2018

Umberto II e Maria José a Vicoforte?

La possibilità viene adombrata sul sito www.ilcorriere.net che riporta la cronaca della visita della Principessa a Maria Gabriella a Vicoforte.


[...] «Questo santuario è stupendo e le montagne che lo circondano lo sono altrettanto» - ha commentato la principessa, aggiungendo che Vicoforte è «degno sacrario» per i Savoia e non escludendo la possibilità che in futuro qui possa essere trasferito l'ultimo re d'Italia, Umberto II, anche lui esiliato dopo il referendum che vide vincere la Repubblica e morto a Ginevra in Svizzera nel 1983.
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La Principessa Maria Gabriella di Savoia in visita alle tombe dei nonni a Vicoforte (foto)



Ha visitato con emozione le tombe dei nonni, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, che dallo scorso dicembre riposano nella cappella di San Bernardo nel Santuario di Vicoforte.
Ieri, martedì 14 aprile, la Principessa Maria Gabriella di Savoia è tornata in Granda, ospite dei Rotary del Cuneese. Ad accompagnarla la figlia Elisabetta de Balkany e il conte Federico Radicati di Primeglio, già Delegato della Casa per la estumulazione, traslazione e ritumulazione delle Salme (eseguite il 15-17 dicembre 2017).
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Sull'informatissimo sito targatocn.it la cronaca, anche fotografica, della visita di S.A.R. a Vicoforte.

mercoledì 18 aprile 2018

La Principessa Maria Gabriella a Vicoforte: "temevamo per la Salma del Nonno".

(ANSA) – VICOFORTE (CUNEO), 17 APR – “E’ una emozione grandissima”. Così la principessa Maria Gabriella di Savoia al suo arrivo al Santuario di Vicoforte, dove lo scorso dicembre sono state traslate le spoglie del nonno, Vittorio Emanuele III, e della moglie, la Regina Elena, che erano morti in esilio. “Questo Santuario è stupendo e le montagne che lo circondano lo sono altrettanto”, aggiunge la principessa, accompagnata dal conte Federico Radicati di Primeglio, delegato dai Savoia per la traslazione delle salme, e dal professor Aldo Mola, direttore dell’associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti. Maria Gabriella, che più di tutti si è adoperata per il ritorno in Italia delle salme a 70 anni dalla morte, è stata accolta dal rettore del Santuario, monsignor Meo Bessone. “Temevamo – dice ancora la principessa – che potesse accadere qualcosa alla salma di mio nonno”, che era tumulata nella cattedrale cattolica latina di Alessandria d’Egitto.

lunedì 16 aprile 2018

Le decisioni di Mattarella: il peso del Potere Supremo con la Stella d'Italia


di Aldo A. Mola

“Un brut fardèl”, un brutto peso. Quasi intraducibile è un sospiro angoscioso, sentimento che arriva dal profondo: il Potere Supremo gravante sulle spalle del Capo dello Stato, in perpetua Via Crucis. Fu quanto disse della Corona il morente Vittorio Emanuele II al principe ereditario, Umberto di Piemonte, quando improvvisamente ammalò e spirò, appena cinquantottenne, il 9 gennaio 1878. In dieci anni il padre della Patria aveva unito l'Italia. Umberto I fu assassinato a Monza 22 anni dopo, il 29 luglio di 1900. Aveva 56 anni. La storia dei re d'Italia è sequenza di sangue e di esili.
   Il Potere Supremo è un peso sacrale. Investe la sorte di milioni di uomini. E' facile esercitarlo da vassalli o “a noleggio”, vincolati da patti che impongono di subire, volenti o nolenti, decisioni altrui. Molto più greve è quando si è abbastanza indipendenti(come può essere l'Italia odierna) da sentire la responsabilità delle scelte supreme: mettere in gioco vite e fortune di generazioni di cittadini. Il “brut fardèl” oggi è sulle spalle del Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Chiunque abbia un grammo dell'antico “senso dello Stato”, che ci arriva da Risorgimento e unità nazionale, guarda con profondo rispetto alla sua saggezza, nella certezza che opererà per il bene dell'Italia. E' Statista che conosce di persona le sofferenze del Paese.
   Mentre per appetiti altrui il Mediterraneo rischia di divenire teatro di una guerra dagli esiti devastanti, bisogna riflettere sulla storia d'Italia, molto diversa da quella narrata nei manuali e da tanti “media” e da social che si pascono di cronache. L'Italia è uno Stato giovane. Mancano ancora due anni dal 150° dell'annessione di Roma, unita al regno d'Italia il 20 settembre 1870. A quel tempo Parigi era centro della Francia da molti secoli. A metà del Cinquecento la Spagna “inventò” Madrid  per mettere in seconda fila le capitali degli stati precedenti la “riconquista” coronata da Ferdinando il Cattolico e da Isabella di Castiglia. Londra era tutt'uno con l'Inghilterra prima e dopo la guerra delle Due Rose e del sanguinoso  conflitto tra Tudor e Stuart. L'Italia arrivò tardi e in affanno all'unità. Le mancò un “partito dello Stato”. La massoneria cercò di assumersene l'onere. Lo fece con  Giuseppe Garibaldi, che indossò la divisa di generale dell'Armata di Vittorio Emanuele II, e con il gran maestro Adriano Lemmi. Altri confratelli rimasero accampati sulla riva di rivoluzione, repubblica, socialismo, anarchia... Altri italioti dall'altra sponda del Tevere pregavano che il neonato Stato d'Italia crollasse in frantumi. Questo, in sintesi, il primo mezzo secolo della Nuova Italia: un Paese troppo a lungo diviso ed eterodiretto, assuefatto al fratricidio servile da secoli di dominazione straniera.
   Dopo il 4 marzo 2018 ad alcuni “partiti” non è bastata una quarantena per proporre al Capo dello Stato la soluzione parlamentare di una crisi che si trascina da anni, da quando una infausta legge voluta da fazioni vendicative fece decadere dal Parlamento Silvio Berlusconi: un colpo di Stato dopo quello dell'11 novembre 2011. 
   Comprendiamo i travagli di Mattarella. Ci ricordano un passato che non passa. A fine ottobre del 1922 Vittorio Emanuele III dovette dare un governo al paese dopo il fallimento di sei ministeri in due anni e due elezioni politiche con la “maledetta proporzionale”, che anche oggi mostra i suoi frutti velenosi. Da Bruxelles, ove era in visita di stato, a metà mese chiese al presidente del Consiglio, Facta, di convocare il Parlamento per arginare il peggio. Con la miopia di modesto politicante, Facta trattava con tutti per succedere a se stesso. Tra il 28 e il 30 ottobre, dopo consultazioni frenetiche condotte in prima persona, sentite tutte le forze disponibili, il Re incaricò Benito Mussolini che formò una coalizione di unità costituzionale, baluardo contro gli “anti-sistema”. Certo, il presidente del consiglio era un ex socialmassimalista, fondatore dei fasci interventisti, dei fasci combattenti, ecc., però era ormai sotto controllo dei nazionalisti, teste pensanti del Ventennio mussoliniano, con molti democratici e socialriformisti, quali Giuseppe Belluzzo e Alberto Beneduce. Ad approvare il nuovo governo furono comunque i due rami del Parlamento, a larghissima maggioranza. 
   Anche il 25 luglio 1943 fu Vittorio Emanuele III a prendere in mano le redini dello Stato, a imporre le dimissioni a Mussolini e a voltare pagina. Sconfitta in una guerra che avrebbe potuto reggere solo per poche settimane o al massimo qualche mese, dopo tre anni l'Italia doveva uscirne cadendo sul fianco meno doloroso: con la resa agli anglo-americani e il riconoscimento della continuità dello Stato, cioè degli interessi generali permanenti dei suoi abitanti. Fu quanto ottenne il Re.
  Il “brut fardel” è meno pesante quando la cornice planetaria è chiara. Per l'Italia lo fu dall'adesione alla Nato, voluta dal massone Randolfo Pacciardi, ministro della Difesa, che forzò la mano nel consiglio dei ministri e si impose al democristiano Alcide De Gasperi, condizionato dal titubante Pio XII, sospettoso nei confronti degli USA del fratello Washington. Il “fardel” è ancora più greve quando i confini sono labili. E' quanto accade oggi. Da che parte deve schierarsi l'Italia? E' un Paese condannato dalla geografia a stare nella storia: da dominatrice o da “dolore ostello,/non Donna di provincia ma bordello”, come scrisse Dante Alighieri. Di sicuro non si scatena una terza guerra mondiale per cinquanta vittime, qualunque sia la loro causa di morte, in un conflitto che dura da sette anni e che è stato causato dalla avventatezza di Francia, Gran Bretagna e degli USA di Obama. Le sorti attuali e venture dell'umanità hanno diritto a rispetto superiore a quello mostrato nell'estate 1914, quando l'Europa venne trascinata  in una guerra catastrofica per l'Alsazia-Lorena. Per secoli la Francia ha chiesto molto all'Europa, però l'Esagono rimane  circoscritto tra Pirenei, Reno e Alpi.   
  I fatti odierni inducono a riflettere su chi nel tempo ha portato sulle spalle il “brut fardèl” del Potere Supremo. E' il caso di Vittorio Emanuele III, la cui salma dal 17 dicembre 2017 riposa nel Santuario-Basilica di Vicoforte, ove il suo  feretro venne traslato da Alessandria d'Egitto. Vi raggiunse le spoglie della Regina Elena, sino a due giorni prima  tumulate a Montpellier.  La traslazione fu propiziata proprio dal Presidente Mattarella, sensibile all'appello di ricomporre la storia d'Italia, lunga e travagliata.
   Quanto abbiamo sotto gli occhi dice che non è più tempo di polemiche. Messe da parte la Roma di Cola di Rienzo e la Napoli di Masaniello, l'Italia ha urgenza di avere un governo, con un ministro degli Esteri all'altezza del compito. E' tempo di passare dalla rissa alla Storia. Sulle tombe dei Re a Vicoforte brilla la Stella d'Italia. E' quella di Carlo Alberto, è la stella delle Forze Armate. Venne riproposta in un convegno a Firenze nel 1985 organizzato dal ministro della Difesa Lelio Lagorio, socialista e figlio di carabiniere. Per insegna ebbe una formula, antica come tutte le profezie: “Forza Italia”. Fu aperto dal sindaco, Lando Conti, massone, poi assassinato da estremisti di sinistra e tra i relatori ebbe Paolino Ungari.
   Rendere omaggio al Mausoleo dei Savoia a Vicoforte, come il 17 aprile farà la Principessa Maria Gabriella di Savoia su invito dei Rotary del Cuneese, significa evocare l'unità nazionale nel Centenario di Vittorio Veneto: una data che dà senso all'articolo 52 della Costituzione: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”.

Aldo A. Mola

domenica 15 aprile 2018

Recensione della autobiografia di Re Simeone II


In autunno, alla sua prima pubblicazione in Italia, il libro "Simeone II di Bulgaria. Un destino singolare", con il suo autore riscuotono un ampio successo di pubblico alla presentazione a Roma, in Via Giulia 142, nella sede della casa editrice che ne ha curato la stampa e l’uscita, la Gangemi International.

Simeone II (Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha) è stato Re di Bulgaria dal 1943 al 1946 e 62° Primo Ministro della Bulgaria dal 21 luglio 2001 al 16 agosto 2005, discendente di Vittorio Emanuele III, Re d’Italia durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, in quanto la figlia Giovanna Regina di Bulgaria era la mamma di Simeone; fu oltre che l’ultimo re di Bulgaria anche l’unico re in Europa a divenire Primo Ministro, dopo un esilio durato cinquanta anni: il 25 maggio del 1996, ritornò in Bulgaria per la prima volta dal settembre del 1946. 

Dopo che nel 1945, un anno prima, il Principe reggente Kyril, suo zio, venne fucilato per un colpo di Stato comunista sostenuto dall’Unione Sovietica. Simeone II aveva nove anni quando s’imbarcò prima per Istanbul per far scalo ad Alessandria d’Egitto, iniziare gli studi e poi trasferirsi a Madrid. Il libro nasce dall’esigenza di “conoscere il passato per capire il  presente”, ma anche per dovere di spiegazione, testimonianza storica e non lasciare che “la grande Storia” si costruisca senza “le piccole storie individuali", perché, “soltanto incrociando entrambi gli elementi è possibile pervenire ad una conoscenza, quando non alla verità”, soprattutto se questa testimonianza e bisogno  di spiegazione vengono da uno dei protagonisti della nostra Storia di europei; è allora che Simeone ha superato la propria cultura di eccesso di pudore del parlare di sé, fedele alla tradizione regale sancita in modo esemplare dalla regina Vittoria: “Never complain, never explain”. Il verificarsi di una serie di eventi, spiegati nel libro, le incomprensioni causate dalle sue decisioni politiche divenute passaggi storici cruciali, le maldicenze dei detrattori all'opposizione, le ingiustizie subite soprattutto nella mancata restituzione di alcuni beni dopo il suo ritorno - ad un certo punto scrive, dichiarandosi “stanco di dover sempre ricordare il ruolo svolto dalla mia famiglia nella nostra Storia, sfinito di vedere come si cerchi di cancellare il fatto che io sia il Re." - fanno si che i suoi figli e suoi nipoti, come nella dedica in esergo esplica, conoscano meglio le proprie origini e possano sempre crescere con loro. Simeone ha sentito come un dovere morale il bisogno di raccontare la sua vita, per restituirla alla Storia: l’esilio, il dramma della comunità degli esuli compatrioti, il regime sovietico in Bulgaria, il crollo del sogno comunista, i rapporti diplomatici con la comunità internazionale, l’esperienza di c.d.a. nelle più importanti compagnie del mondo, i rapporti con i capi di Governo e i Re, con Franco, ma anche con Juan Carlos I, Hassan II del Marocco, Hussein di Giordania, fanno di questo libro una finestra temporale per rivivere con gli occhi da protagonista gli anni della nostra Storia, dal dopo Guerra ad oggi.
I cinquant’anni d’esilio non gli hanno impedito di ritornare in patria, costruire il Movimento Nazionale per la Stabilità e il Progresso (NDSV) e portare la Bulgaria nella NATO, 2004, apporre le più importanti firme e gestire le trattative decisive per l’ingresso del suo Paese nell’Unione Europea, nel 2007.
Simeone, malgrado le avversità affrontate, ha sempre voluto tenere lontane l’amarezza, la vendetta e il rancore, a partire dalla morte del padre e dall’esecuzione di numerose persone a lui care. Verso la fine del libro lascia spazio anche ad una domanda che sembra coinvolgerci nella riflessione: commise un errore a praticare la riconciliazione nazionale, legittimando l’evoluzione pacifica del processo da nazione post-comunista a Paese membro della NATO, a non punire chi fu nei quadri dell’allora Partito comunista bulgaro (BKP), che per alcuni significò assoluzione? Così facendo ci lascia delle frasi che partecipano al dibattito odierno su temi attuali, come quando della religione scrive: “Mentre l’ateismo sembra guadagnare sempre più terreno, per me l’essenziale è avere fede, a prescindere dalla parrocchia di appartenenza”. “Le grandi abbazie d’Occidente contribuirono alla salvaguardia della conoscenza, in un momento cardine della Storia del nostro continente, oltre che alla conservazione dei valori che avrebbero in seguito fatto da cornice alle nostre democrazie, all’idea stessa di diritti dell’Uomo” quindi è vero che L’Europa ha una lunga storia cristiana, ma “pur essendo profondamente credente, ritengo che la religione sia una questione personale” e aggiunge che “fatica a vedere come questa possa riunire tutti ad identificarci nelle fonti del Cristianesimo e farci progredire”. Lezioni di politica: “mi rifiutavo di prendere decisioni con le spalle al muro. Quel che non avrà importanza tra cinque anni, non può averne oggi.” Non avendo l’ossessione della voglia di essere rieletto, poteva permettersi di attuare politiche che “solamente la sua coscienza gli dettava”, libero di agire, senza programmi populisti per compiacere il popolo, ma perseguendo solamente il bene della Nazione e del suo popolo. “La politica concepita in modo funzionale alla continuità è l’unica che abbia valore, la sola che possa permettere di ottenere risultati a lungo termine.
Dovremmo smetterla di perderci in tanti particolarismi e conciliare la nostra eredità con la prospettiva di un futuro che corrisponda alle esigenze della nostra gioventù [...] la stimolazione reciproca fa sì che coltiviamo ancor di più ciò che rispetto al vicino ci contraddistingue”.
Dell’Unione Europea ne ama ringraziare il merito, più grande di tutti, di essere riuscita a far cessare ogni tipo di conflitto al suo interno, d’essere un esempio di sviluppo economico e protezione dei diritti dell’uomo e dell’ambiente: “Appartenendo ad una generazione che ha conosciuto le atrocità della Guerra, posso assicurare che la pace di cui godiamo rappresenta già di per sé un’enorme conquista” e continua “L’Unione ci conferisce il peso economico necessario per negoziare alla pari con gli altri grandi blocchi; non ci rendiamo conto della potenza economica che rappresentiamo e di cui tutto il mondo invidia il nostro modo di vivere”, ma non ne risparmia per questo critiche, ammettendo che può esistere un modo migliore di spiegarsi della UE, senza dover imporre i propri punti di vista; rammaricandosi di una certa mancanza d’empatia, quanto di più essenziale possa esistere come qualità, specialmente in politica.

Alla fine della giornata, il convegno, presieduto dall’Amministratore Delegato della Gangemi Editore, Emilia Gangemi e grazie anche all’intervento di Carlo Ricotti, Docente LUISS, per il supporto alla retrospettiva storica, si è risolto con un rigoglioso dibattito sul passato, ma anche sulle dinamiche del presente
di cui Re Simeone ha dato interessanti letture. L’incontro è durato 45 minuti, alla fine dei quali il Re Simeone aveva un impegno istituzionale presso l’Ambasciata, non prima però di scambiare dei ringraziamenti reciproci con l’editore Giuseppe  Gangemi, dopodiché il Re ha avuto altresì il tempo di fermarsi per gli autografi, le dediche e le fotografie ufficiali. Il libro potrà così ora essere acquistato sia in Italia che all’estero, ma anche online in formato ebook.


Pier Paolo Piscopo, Abitare la Terra anno XVII, 2018

Re Carlo Alberto nel Palazzo Reale di Genova


sabato 14 aprile 2018

Il Savoia Cavalleria

Il Colonnello Alessandro Bettoni conte di Cazzago con il glorioso Stendardo, conservato a Cascais fino alla morte del Re


Mi è capitato spesso di leggere o di ascoltare per televisione storie di cavallerie e cavalleggeri leggendari: i Rangers degli Stati Uniti d’America, tra cui Bufalo Bill, il generale Custer, la cavalleria di Gioacchino Murat, il reparto protagonista della «carica dei Seicento» a Balaklava, nella guerra di Crimea.
Su queste storie sono stati scritti libri e persino poesie e poemi epici, girati film, composte musiche, inventati miti e leggende, con una enfasi degna di miglior causa.
In una recente trasmissione televisiva ho sentito persino definire l’allevamento di Lipiza, la più grande scuola di cavalleria del mondo; anche se si tratta di poco più di un centro di addestramento di cavalli da circo equestre.
In effetti, poi, Gioacchino Murat veniva definito da Napoleone «cuor di leone e testa d’asino» e le cariche da lui comandate erano impetuose e talvolta risolsero anche l’esito di battaglie, ma si concludevano quasi sempre in autentici massacri; così come fu un massacro la «Carica dei Seicento».
Tanto la «Carica dei Seicento», quanto molte delle cariche comandate da Gioacchino Murat, dal punto di vista tattico, furono scriteriate, sino all’irresponsabilità.
Nel novero delle leggende riservate alle grandi imprese della cavalleria, quasi mai si parla della cavalleria italiana, che viene generalmente considerata di livello inferiore e che, invece, merita di essere annoverata tra le migliori al mondo.
La leggenda viene riservata agli altri; eppure, quando, nel marzo 1890, venne in Europa, a capo di un Circo spettacolare, Buffalo Bill, preceduto da una fama da leggenda, venne sfidato e battuto clamorosamente in tre diverse circostanze dai butteri della campagna romana dei principi Colonna; in particolare, il col. Cody venne personalmente e sonoramente battuto da Augusto Imperiali, buttero del principe Colonna, in un’arena realizzata nella piazza d’armi di Monte Mario a Roma.
La nostra scuola di cavalleria di Pinerolo, a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, addestrava i formatori della cavalleria Statunitense, che, era considerata di qualità eccelsa, ma si era guadagnata fama combattendo pellerossa e messicani, i quali erano in condizioni di grande inferiorità tecnologica e spesso anche numerica.
In condizioni di effettiva difficoltà e, semmai partendo da posizione di inferiorità numerica e bellica, si svolsero diverse storiche cariche di cavallerie italiane nel Rinascimento, come quelle di Giovanni dalle Bande Nere.
Ed ancora più eroiche ed affrontate in condizioni di grandi difficoltà, eppure combattute con eccezionale senso tattico, furono le cariche della nostra cavalleria nel Risorgimento.
La carica dei carabinieri a cavallo a Pastrengo e quella dello stesso «Savoia Cavalleria» a Volta Mantovana, Pastrengo, Goito, Custoza, Villafranca, nella prima guerra di indipendenza; la carica della cavalleria coloniale al comando del capitano Carchidio contro i Dervisci, per la conquista di Cassala, nel luglio 1894; la carica della cavalleria a Sidi Bilal, nella guerra italo-turca del 1911-12, per il possesso della Libia; le operazioni di vari reparti di nostri cavalleggeri nella prima guerra mondiale, i cavalleggeri del «Savoia» furono i primi ad entrare in Udine restituita all’Italia e presero parte alla liberazione di Gorizia; ed ancora, nella fase post-risorgimentale, la carica di Isbuscenskij, nella seconda guerra mondiale, ad opera sempre del «Savoia Cavalleria».
Mentre, sino alla prima guerra mondiale, tutte le cariche di cavalleria del nostro, come di altri eserciti si svolsero in condizioni di potenziale equilibrio, per il tipo di armamento che era sostanzialmente simile per tutti gli eserciti, la carica di Isbuscenskij si svolse in condizioni che hanno assolutamente dell’incredibile, con un reparto di cavalleria contro armi automatiche, nidi di mitragliatrici e postazioni di carri armati.
E quegli uomini del «Savoia cavalleria», da quella impresa non uscirono sconfitti, come il gen. Custer a Little Big Horn o come i Seicento a Balacava. Gli uomini del «Savoia cavalleria», dalla carica di Isbuscenskij uscirono vittoriosi ed, in una guerra dalle forti connotazioni e contrapposizioni ideologiche violente, meritarono il riconoscimento e l’ammirazione del nemico, che elogiò il comportamento dei nostri cavalleggeri nel proprio bollettino di guerra.
Eppure, gli italiani, così patiti di esterofilia, nella generalità, conoscono ed ammirano un irresponsabile come il generale Custer, e non conoscono neppure nome del comandante della vittoriosa carica di Isbuscenskij.
Eppure gli italiani, così ammalati di autolesionismo, dimostrano emozione quando leggono la denuncia di crudeltà, quasi sempre ingigantite e spesso assolutamente inventate, di reparti o comandanti italiani, e si dimostrano disinteressati e indifferenti alle manifestazioni di eroismo e di eroica umanità delle nostre truppe, dei nostri connazionali.
C’è un’espressione riferita al giornalismo, che è sintomatica al riguardo: «Cane morde uomo non è una notizia; uomo morde cane; quella sì che è una notizia».
Perché è stata coniata un’espressione simile?
Perché la notizia è rappresentata dall’eccezionalità dell’evento; la regola è l’altra.
Nessuno nega - ed io meno di altri - che in una guerra qualsiasi, che è fondata su azioni forti, sulla violenza, anche tra i migliori, episodi di violenza possano aver luogo: molte volte, per reazione ad altrui episodi di ferocia; altre volte, per difendersi dalle privazioni; ed altre ancora perché la guerra - specie se è lunga e viene combattuta in condizioni estreme - abbrutisce ed altera la natura di molti uomini.
Quello che non è ammissibile è che si definisca regola l’eccezione, sino a negare validità all’espressione «Italiani, brava gente», che non ci siamo arrogati da soli, ma che ci è stata attribuita dalle popolazioni dei Paesi con i quali eravamo in conflitto armato: russi, greci, libici, somali, eritrei, gli stessi etiopi.
Questo, però, potrebbe costituire argomento di una conversazione specifica.
Ho fatto cenno di questo tema nella chiacchierata di quest’oggi, semplicemente perché anche il «Savoia cavalleria» si rese protagonista di episodi di grande umanità, oltre che di eccezionali azioni di eroismo.
Prima di entrare nella descrizione della carica, oggetto di questa conversazione, tracciamo brevissime note sulla storia di questo glorioso reparto.
Il «Savoia cavalleria» venne fondato decreto 23 luglio 1692 da Vittorio Amedeo II, ultimo Duca e primo Re di Casa Savoia, che ebbe quattro grandi fasi storiche: quella dei Conti, quella dei Duchi di Savoia, quella dei Re prima di Sicilia e poi di Sardegna; ed, infine, quella dei Re d’Italia.
Vittorio Amedeo II aveva resistito nella Torino, capitale del suo regno, all’assedio dei francesi; assedio del quale si era liberato con l’aiuto delle truppe imperiali, comandate dal cugino Eugenio di Savoia.
Nel 1713, con il trattato di Utrecht, Vittorio Amedeo II ottenne il titolo di Re e la Sicilia, che nel 1718 scambiò con la più povera, ma più vicina Sardegna (Filippo Juvara).
Il «Savoia cavalleria» venne costituito con un preciso obiettivo; la cavalleria, sino ad allora, era rappresentata da milizie feudali a cavallo, con armatura pesante; pertanto, con scarsa manovrabilità; ed anche sempre più vulnerabili, mano a mano che evolvevano le armi da fuoco.
La creazione del «Savoia cavalleria» rappresentò una delle prime incisive riforme militari di Vittorio Amedeo II che innovò molto anche sul piano civile.
Fu una rivoluzione alla sua nascita e lo fu anche successivamente.
Nel 1692, conferì ai reparti a cavallo modernità e maggiore efficienza; negli anni immediatamente successivi al 1900, dalla cavalleria provennero i primi combattenti dell’aria ed i ciclisti mitraglieri; ora, ma non da ora soltanto, la cavalleria impiega i carri armati.
Nella sua storia, il «Savoia cavalleria» prese parte alla guerra della lega di Augusta, combatté nelle guerra di Successione di Spagna, di Polonia e d’Austria; a seguito della rivoluzione del 1789 fu impegnato contro la Francia repubblicana.
Con l’affermarsi di Napoleone ed il ritiro di Carlo Emanuele IV in Sardegna, il «Savoia cavalleria» venne sciolto nel 1799.
Chiusa la parentesi napoleonica, Vittorio Emanuele I, a favore del quale Carlo Emanuele IV in Sardegna aveva abdicato, fece rientro nei suoi Stati di Terra ferma ed il 1° dicembre 1814 ricostituì il «Savoia cavalleria», che, successivamente, prese parte a tutte le campagne risorgimentali; epica fu la carica di Volta Mantovana il 27 luglio 1848, nella prima Guerra di indipendenza; partecipò alla Seconda e Terza Guerra d’Indipendenza, alla presa di Roma, alla lotta al brigantaggio nel Sud Italia e alle Campagne di Eritrea.
Durante la Guerra del 1915-1918, il «Savoia cavalleria» venne impegnato tanto appiedato - quando si combatté la guerra di posizione - quanto a cavallo; ed ancora come reparto operante con mitragliatrici montate su biciclette; ed, infine, anche con autoblindo Lancia IZ; quindi, assolvendo alle funzioni di grande duttilità, mobilità e modernità per le quali era stato istituito.
Concluso il conflitto, al «Savoia cavalleria» venne posto in atto un processo di ammodernamento, senza mai venir meno ai valori, al rigore dello stesso addestramento a cavallo.
Già nei primi anni Trenta, venne dotato prima di carri leggeri; poi di semoventi; quindi, anche di carri pesanti.
Nel marzo 1935 il reggimento venne impegnato nelle grandi manovre nel Trentino Alto Adige, nella zona tra Madonna di Campiglio, Malé, la Mendola, Bolzano; manovre a fuoco cui parteciparono anche bersaglieri, artiglieria celere e carri veloci.
Ed arriviamo alla seconda guerra mondiale.
Alla data dello scoppio del conflitto, il 10 giugno 1940, il «Savoia cavalleria» era comandato sin da 1937 dal col. Raffaele Cadorna ed aveva un organico di 37 ufficiali, 40 sottufficiali, 802 uomini di truppa, 830 cavalli, 18 automezzi, 6 motocicli, 39 biciclette.
Un armamento «leggero» ed una dotazione logistica modesta; e si apprestava a fronteggiare eserciti superarmati.
Il reggimento era acquartierato a Sud Est di Udine; ma il 4° squadrone era a Bolzano.
Il 10 aprile 1941, il «Savoia Cavalleria» partì per la Jugoslavia; raggiunse la Bosnia occidentale, dove era stato destinato, percorrendo 600 chilometri in 9 giorni; ne avrebbe percorsi altrettanti nei giorni successivi per presidiare la zona assegnata.
Le ostilità erano già terminate, per la resa del Regno di Jugoslavia, che venne smembrato con l’attribuzione della provincia di Lubiana e di alcune zone costiere all’Italia e la creazione del Regno di Croazia, nostro sgradito alleato, la cui corona venne assegnata ad Aimone di Savoia; ma il potere effettivo era nelle mani dal capo degli Ustascia Ante Pavelic, protetto da Hitler.
Aimone di Savoia non si recò neppure in Croazia; mandò un suo ufficiale d’ordinanza a sondare la situazione; un tenente dei Carabinieri di Curzola; si chiamava Renzi Depolo, che, successivamente, è stato colonnello a Bolzano.
Anche se non impegnato in operazioni belliche, il «Savoia Cavalleria» dovette fronteggiare gli Ustascia, autori di incredibili atti di ferocia; a Bihac, il comandante Raffaele Cadorna dovette faticare parecchio per frenare i propri uomini in fermento contro il gran Zupano della zona.
I nostri cavalleggeri in pochi giorni salvarono centinaia di persone dalle persecuzioni degli Ustascia, che commettevano i loro crimini in veste ufficiale in un Regno la cui titolarità nominale era di un Sovrano italiano, ma il cui potere effettivo era esercitato da Pavelic; e questo spiega perché molti degli eccessi compiuti in quel periodo sono stati addossati agli italiani.
La verità è che tra truppe italiane e autorità croate nacque un vero e proprio conflitto, nel quale, in appoggio ai croati, intervennero i tedeschi.
Forse giocò anche questo elemento nel trasferimento del «Savoia Cavalleria» dallo scacchiere jugoslavo al fronte russo.
L’ordine di mobilitazione avvenne già il 21 giugno; ma gli altri reparti del Regio Esercito rimasti in Jugoslavia proseguirono nell’opera di umanità.
Il loro era compito fu persino proibitivo, perché la Resistenza che si sviluppò dopo la resa delle truppe regolari fu articolata con fazioni contrapposte persino all’interno della stessa popolazione di quel Paese; fu cruenta, feroce; ed impose anche reazioni indispensabili, delle quali si parla senza tener mai conto dei fatti che le avevano provocate.
Del resto, per avere un metro di valutazione, basta considerare ciò che si sono fatti tra di loro qualche anno fa, quando non avevano alcuna possibilità di attribuire la responsabilità di eccidi ad altri.
In ogni caso, il Regio Esercito proseguì nella propria opera di garanzia dell’ordine e di difesa dei deboli.
Le testimonianze al riguardo sono innumerevoli; su tutte, spicca una relazione di Manachem Shelah, uno degli scampati all’eccidio degli  ebrei in Dalmazia e docente di storia contemporanea all’Università di Haifa, in Israele; relazione, tradotta e pubblicata nel 1991, a cura dello Stato Maggiore dell’Esercito, con il titolo «Un debito di gratitudine», che ha documentato il salvataggio in Dalmazia, da parte del Regio Esercito, di 100.000 ebrei.
Ma, torniamo al «Savoia Cavalleria».
La partenza di questo reggimento per la Russia, inquadrato nella 3a Divisione Celere «Principe Amedeo Duca d’Aosta», nell’ambito del C.S.I.R. prima e dell’A.R.M.I.R. poi, avvenne il 26 luglio. Il viaggio si svolse in treno fino all’Ungheria; e poi, attraverso i Carpazi, Bessarabia, Romania, a cavallo o a piedi.
L’11 agosto, il «Savoia Cavalleria» giunse in Ucraina e nei giorni successivi venne schierato lungo l’argine del Dnjepr.
L’entrata in azione dei nostri cavalleggeri - Savoia e Lancieri di Novara - avvenne con l’autunno inverno 1941, in condizioni tragiche; ossia, con la gran parte dei mezzi motorizzati del nostro esercito fermi per mancanza di carburante e, pertanto, non in grado di assicurare i rifornimenti.
Il «Savoia Cavalleria», tra gelo, neve, fango, era una delle pochissime unità mobili; e si doveva portare tutto dietro autonomamente; spesso camminando, per non sfiancare i cavalli, già gravati dal peso dell’armamento e che affondavano nel fango e nella neve sino al ginocchio; diversi cavalli morirono per sfinimento.
Circa 1.500 km, tra Borsa e Stalino, molto spesso a piedi, di cui un terzo combattendo, mangiando poco, il più delle volte rifornendosi con materiale e viveri sottratti al nemico.
Diviso in reparti, a volte a cavallo, a volte a piedi, il «Savoia cavalleria» prese parte ad un incredibile numero di fatti d’arme, combattendo sempre eroicamente e sempre uscendone vittorioso, ma sempre con gestione oculata delle risorse materiali ed umane, che rappresentava anche una necessità strategica, dal momento che le esigue forze, a tanta distanza dall’Italia, erano difficilmente rimpiazzabili e non vi sarebbe stato il tempo per l’addestramento degli eventuali rimpiazzi.
La gloriosa carica di Isbuschenskij fu preceduta dalla conquista della zona industriale di Rykovo; dalla rottura dell’accerchiamento, all’interno di Nikitowka, dell’80simo Fanteria; dall’inseguimento per 250 km di imponenti retroguardie sovietiche; dalla partecipazione alla conquista di importanti centri, tra cui Stalino.
E siamo a Insbuschenskij.
Non voglio aggiungere nulla più dello stretto necessario alla descrizione di quella carica, che ha più che del leggendario; mi limito, perciò, a leggere una anonima ricostruzione del 1992:

«Al galoppo con la sciabola sguainata. "Caricat!" ordina l’ufficiale. «Savoia» rispondono urlando gli uomini dello squadrone. E si lanciano sulle postazioni russe. Era la mattina del 24 agosto 1942 e tra i girasoli di Isbuschenskij si chiudeva la storia della cavalleria. Con una carica ormai leggendaria.
Sulle rive del Don a decidere le battaglie dovevano essere i carri armati. Invece gli italiani riuscirono a conquistare una delle rare vittorie della nostra spedizione in Urss proprio con un’arma di altri tempi. La romantica, la più affascinante, la più lontana dalla guerra moderna. II «Savoia cavalleria» si era trovato accerchiato dall’avanzata delle truppe siberiane. Nella notte tre battaglioni di fanteria lo avevano aggirato. I sovietici si erano nascosti tra i girasoli. Ma all’alba una pattuglia nota qualcosa di sospetto. Un cavaliere spara tra le piante. E, improvvisamente, i campi vengono animati dal fuoco di 2000 soldati russi.
Il comandante, colonnello Alessandro Bettoni conte di Cazzago, non si perde d’animo. Ordina al secondo squadrone di prepararsi alla carica, il sogno di ogni cavaliere. Come nelle distese di Balaclava, come a Waterloo. Ma con più attenzione ai pericoli delle mitragliatrici. Prima i 650 uomini del «Savoia» bersagliano il centro dello schieramento sovietico. Poi lo caricano sul fianco. Tra le truppe siberiane, sorprese da tanta audacia, è il panico. Vedono davanti una scena incredibile. Una enorme nuvola di polvere che avanza. E in pochi minuti si trovano sulle teste le sciabole degli italiani. Dopo il primo passaggio, tra le linee nemiche, il reparto si riorganizza. E ripete l’assalto in senso inverso, questa volta usando più le bombe a mano che le lame.
Il nostro comandante intuisce il successo. La carica ha avuto il risultato psicologico sperato. E lo sfrutta. Ordina ai due squadroni appiedati e al gruppo di cannoncini di tenere sotto tiro i russi. E mentre gli avversari incominciano a sbandare lancia alla carica il 3. squadrone. Di nuovo nella pianura si levano le sciabole e risuona l’urlo di «Savoia». I battaglioni sovietici scappano.
Tra i girasoli restano i corpi senza vita di circa 250 soldati russi. Altri 600 si arrendono: la metà di loro è stata ferita dalla sciabole. In tutto il «Savoia» conta 39 caduti, 53 feriti, e più di cento cavalli falciati dalle raffiche. Ma è vittoria. Insperata, incredibile. E che ha effetti importanti per arginare lo sfondamento dell’armata Rossa, salvando dall’accerchiamento intere divisioni italiane e tedesche.
A Isbuschenskij viene realizzato quello che non era riuscito nel 1939 ai lanceri polacchi e, più tardi, sfortunati «Cavalleggeri di Alessandria». Caricare e vincere.
Così si chiude l’epopea della cavalleria. Una leggenda iniziata 5000 anni prima nelle distese dell’Asia Minore e conclusa cinquant’anni fa (ora 64 anni fa) sul Don proprio dalle sciabole del «Savoia cavalleria».
Non solo. Ma quella carica consentì al «Savoia cavalleria» di catturare al nemico 3 cannoni anticarro, più uno distrutto; 4 mortai; 20 fucili anticarro; 4 mitragliatrici; 15 parabellum; 8 fucili mitragliatori; 170 fucili.
Ricordo che qualche anno fa pubblicai il virgolettato su «L’Incontro», venne da me un collega di lingua tedesca e mi disse di aver prestato il servizio di leva proprio nel «Savoia cavalleria» e tenne a dirmelo, aggiungendo: «Sono di lingua tedesca, ma confesso che quando ho letto l’articolo, mi è venuta la pelle d’oca» e si sollevò la manica di giacca e camicia.
Per la carica di Insbuscenskij, vennero conferite due sole medaglie d’oro, entrambe alla memoria: al maggiore Alberto Litta Modigliani e al capitano Silvano Abba, ferito due volte nella stessa carica, prima di cadere colpito a morte.
Furono conferite una cinquantina di medaglie d’argento, tra cui quelle attribuite al comandante Alessandro Bettoni di Cazzago; una ventina di medaglie di bronzo; un certo numero di croci di guerra; e ci furono anche tre promozioni per merito di guerra.
La campagna di Russia e la carica di Isbuschenskij suscitarono entusiasmo tra gli italiani, ammirazione nel mondo intero e meritò persino una rispettosa citazione nel bollettino ufficiale dell’«Armata rossa» ed ispirò cartellonisti come Beltrame e Pisani e pittori come Pagliani e Apolloni.
A quella carica presero parte, tra gli altri, Massimo Gotta, figlio dello scrittore Salvator Gotta, autore de «Il piccolo alpino», e Angelo Muller, di origine altoatesina e decorato di medaglia di bronzo; vi perì il capitano Silvano Abba, discendente dello scrittore Giulio Cesare Abba. Nella furiosa carica di Isbuschenskij il comandante Bettoni vide uccidere sotto di sé due cavalli, ma riprese la battaglia, saltando in groppa ad altri due destrieri rimasti senza cavaliere.
Lo stendardo del «Savoia cavalleria» fece rientro a Milano il 30 aprile 1943.
A seguito degli eventi determinati dall’Armistizio, l’8 settembre 1943, il reggimento è disciolto in Emilia ove è in corso di riordinamento.
Non finirono l’eroismo ed il sacrificio degli uomini del «Savoia cavalleria»; un reparto proseguì il proprio impegno sul crinale appenninico, nella speranza di contrastare l’azione dei tedeschi in attesa dello sbarco degli alleati.
Diversi cavalleggeri continuarono a combattere nella Resistenza; il tenente Franco Vannetti Donnini (promosso capitano per meriti di guerra ad Insbuscenskij), cadde falciato dai mitra nazisti nella difesa di Porta San Paolo a Roma, all’indomani dell’8 settembre 1943.
Altri ufficiali vennero internati in campi di concentramento nazisti.
Il gen. Guglielmo Barbò di Casalmorano, comandante della celebre Scuola di cavalleria di Pinerolo, morì nel campo di Flossenburg il 14 dicembre 1944.
Altri, per non consegnarsi ai tedeschi, sconfinarono in Svizzera.
Il gen. Alfonso Cigala Fulgosi, che dal 1942 era stato nominato comandante della piazza di Spalato, dopo l’8 settembre rifiutò di cedere le armi ai tedeschi, dai quali venne fucilato il 1° ottobre 1943; morì, rifiutando la benda per coprigli gli occhi e gridando «Viva il Re, viva l’Italia».
Alla fine della guerra il conte Alessandro Bettoni di Cazzago lasciò il servizio e volle portare a Umberto II, erede del fondatore del Corpo, lo stendardo del «Savoia cavalleria»; per questo suo gesto, venne privato della pensione e dell’indennità della medaglia d’argento conquistata in quella stupenda carica. Non se ne rammaricò e non rilasciò mai dichiarazioni al riguardo. Riprese la sua attività di cavallerizzo e partecipò anche alle Olimpiadi di Londra, dove, quando venne disarcionato nel superare un ostacolo, fece alzare in piedi tutto il pubblico - inglesi in prima fila - e raccolse prima il deluso silenzio e poi l’entusiastico applauso generale; come se il vincitore fosse stato lui, la «leggenda di Isbuschenskij».
Si spense a Roma, la sera del 28 aprile 1951, accasciandosi per un attacco cardiaco durante il concorso ippico di piazza di Siena, al quale stava prendendo parte.
Intanto, la storia del «Savoia cavalleria» riprese, molto contrastata, dopo la conclusione del 2° conflitto mondiale.
Il 15 ottobre 1946 viene costituito il Gruppo Esplorante 3° Cavalieri al quale sono assegnati colori, fregio e numero del disciolto Reggimento.
Il «Savoia cavalleria» venne trasferito a Merano; ma quel nome dava fastidio ai «politici» di allora e la denominazione del glorioso corpo il 18 febbraio 1950 venne mutato in «Gorizia cavalleria»; perché l’ignominia fosse rimediata con il ripristino dell’originaria denominazione, bisognò attendere il 4 novembre 1958.
A Merano si spense, il 21 ottobre 1960, l’ultimo superstite dell’ultima carica della storia; il cavallo Albino, amata «mascotte» di veterani e reclute, ora imbalsamato; era suo compagno inseparabile il minuscolo somarello Mariolino; e chissà con quanta amarezza avranno insieme sorriso della piccineria di chi aveva cercato, con quel cambio di denominazione del corpo, di far dimenticare al popolo italiano una delle sue più fulgide pagine di storia...

A seguito della ristrutturazione dell’Esercito, l’11 ottobre 1975, che vide la soppressione del livello reggimentale, l’unità si riordinò in 3° Gruppo Squadroni Corazzato «Savoia Cavalleria» formato in Merano con personale del disciolto reggimento.
Il 23 maggio 1992 il «Savoia cavalleria» venne ricostituito in Reggimento e dal 1995 trasferito a Grosseto.
Ancora qualche annotazione.
Questo Corpo ebbe Comandanti ed ufficiali illustri; tra l’altro, anche due cugini di Vittorio Emanuele III: il conte di Torino, che sfidò e batté in duello il duca d’Orleans, francese; e il duca di Bergamo; ed ebbe, come comandante anche Luigi Napoleone, figlio di Gerolamo Bonaparte e della principessa Cristina di Savoia.
Tra i suoi comandanti, ebbe anche il maggiore Giovanni Arrighi, che il 15 ottobre 1946 ebbe il compito di comandare il Gruppo Esplorante 3° Cavalieri, ricostituzione del «Savoia cavalleria».
Era nato a Sassari il 14 luglio 1913; a 36 anni, nel 1950, fece professione di fede nell’Ordine domenicano; divenne sacerdote nel 1953.
Lettore in teologia, insegnò per qualche tempo a Bologna; nel 1956 fu inviato con il grado di Superiore a Bolzano. Qui, essendosi reso conto che molti, nel periodo estivo preferivano le gite alla chiesa, cominciò a frequentare coloro che chiamava i «lontani», per parlare di fede e di Dio. Nacque così, da lui creata, la «pastorale del turismo».
Su questo tema, padre Arrighi scrisse un libro «Cristo tra i lontani».
Il Concilio «Vaticano II» fece suo questo nuovo campo d’azione; padre Arrighi venne chiamato a Roma e nominato funzionario della Segreteria di Stato e rappesentante della Santa Sede per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo.
Padre Arrighi insegnò nelle Università del Laterano e di San Tommaso.
Si spense a Milano il 5 settembre 1986, all’età di 73 anni, dopo 33 anni di sacerdozio; poco prima della dipartita, era stato nominato tenente colonnello di Cavalleria; e ne fu commosso.
Ma perché, sentendo il richiamo della fede, scelse proprio l’ordine Domenicano?
Non so se l’abbia mai spiegato. C’è, però, una coincidenza. Umberto II era Terziario Domenicano ed ebbe un ruolo importante nella realizzazione della Chiesa di Cristo Re a Bolzano.
Dopo un po’ che la costruzione era iniziata, finirono i soldi ed il Governo si rifiutò di integrare la spesa inizialmente stanziata. I frati si rivolsero allora al Principe ereditario, che inviò la somma necessaria, staccandola dal proprio patrimonio personale.
I frati vollero ringraziare il principe facendo affrescare la parete a sinistra dell’Altare per chi guarda, con una pala con la raffigurazione dei Beati di Casa Savoia. L’incarico venne affidato a Franz Lenhart, il quale, in un eccesso di zelo, inserì nell’affresco anche lo stesso Umberto di Savoia, il quale, quando lo seppe, telefonò direttamente al pittore e gli disse: «Guarda che io non sono ancora morto; tirami via di lì»; e, poiché Lenhart gli obiettò che sarebbe rimasto uno spazio vuoto, Umberto di Savoia replicò: «Se proprio vuoi, ti dò due zie di Naoli, appena create venerabili». E così avvenne.
Waldimaro Fiorentino