NON VI E' DUBBIO CHE UNA NAZIONE PASSATA DA UN REGIME MONARCHICO AD UN REGIME REPUBBLICANO SIA UNA NAZIONE «DECLASSATA», E CIÒ NON PUÒ NON ESSERE AVVERTITO DA CHIUNQUE ABBIA UNA SENSIBILITÀ PER VALORI I QUALI, PER ESSERE SOTTILI E IMMATERIALI, NON PER QUESTO SONO MENO REALI.

sabato 20 gennaio 2018

Il discorso del Re Juan Carlos in visita nella capitale:" Io sono vero romano di Roma"

"Io sono un vero romano di Roma", così ha cominciato il suo discorso Re Juan Carlos I di Spagna che insieme alla regina Sofia hanno presenziato all'inaugurazione della nuova illuminazione nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.  "Per me, fare ritorno a Santa Maria Maggiore, una basilica dai plurisecolari legami con la Spagna, è un vero privilegio che ravviva molti bei ricordi", ha proseguito il Re. [...]


Una delle poche volte che ci tocca linkare il giornalaccio.


Per aver promulgato le leggi razziali è a “processo” il Re Vittorio Emanuele III ma non Mussolini che le aveva volute

Ancora un uso politico della storia

di Salvatore Sfrecola

Ricorrono quest’anno, il 17 novembre, 80 anni dalla promulgazione del regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728, recante “Provvedimenti per la difesa della razza”. Il provvedimento, “ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere”, emanato ai sensi dell’art. 2 della legge 31 gennaio 1936, n. 100, è stato emanato “sentito il Consiglio dei Ministri, sulla proposta del DUCE (tutto maiuscolo nell’originale), Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri degli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni”, come si legge nelle premesse, reca la firma oltre che di Mussolini, dei Ministri, Ciano, Solmi, Di Revel e Lantini. Registrato alla Corte dei conti, addì 18 novembre 1938, registro 403, foglio 76 (Mancini) è stato convertito dalla legge 2 giugno 1939, n. 739, approvata dal Senato e dalla Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il regio decreto legge, come gli altri riguardanti la medesima materia e la legge che globalmente li ha convertiti sono stati abrogati dal regio decreto legge 20 gennaio 1944, n. 25, sulla base della “urgente ed assoluta necessità di reintegrare nei propri diritti i cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica per riparare prontamente alle gravi sperequazioni di ordine morale politico create da un indirizzo politico infondatamente volto alla difesa della razza”.
Governo, Parlamento, Re, ognuno in relazione alla specifica competenza, volontariamente (Governo e Parlamento) o ratione officii (il Re) coinvolti in quella normativa hanno concorso a quella legislazione. Ma uno solo è sotto “processo”, il Re Vittorio Emanuele III, non il Duce Primo Ministro e proponente in Consiglio dei Ministri, non coloro che lo hanno approvato in quella sede e in Parlamento.
È evidente il carattere “politico” dell’iniziativa. Cioè l’“uso politico della storia”, come si usa dire, come spesso è avvenuto. L’iniziativa è assunta dalla Comunità Ebraica di Roma organizzatrice dell’evento che andrà “in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 18 gennaio alle 20.30”. “In scena”, si legge nel sito http://moked.it/blog/2017/12/18/leggi-razziste-re-processo/. Ed è effettivamente uno spettacolo teatrale. Ogni responsabilità si fa ricadere sul Re, l’unico del quale è nota l’avversione al provvedimento, reiteratamente manifestata. E naturalmente nulla si dice della abrogazione di quella normativa, appena ha potuto decidere liberamente. Il motivo di questa aggressione alla figura del Sovrano, del quale non viene ricordata nessuna benemerenza nel suo lungo regno (1900-1946), sta nel fatto, come ha titolato Alessandro Meluzzi in un bell’articolo su Il Tempo del 18 dicembre che “Gli hanno fatto pagare le colpe di un Paese”. Quanti dal 1922 cercano – ma la storia li condannerà – di nascondere la verità: l’aver Giolitti, Sturzo e Turati declinato la responsabilità del Governo, come il Re li aveva invitati. E di aver successivamente assicurato la maggioranza al Governo Mussolini, per poi rifugiarsi sull’inutile Aventino all’indomani del delitto Matteotti. Poi di aver lasciato il Re solo, mentre il Fascismo smantellava una dopo le altre le istituzioni dello Stato liberale, a cominciare dallo Statuto del Regno, costituzione “flessibile” e pertanto modificabile da qualunque legge ordinaria, come le leggi di discriminazione razziale, per tornare all’argomento.
Nessuna benemerenza per il Re delle riforme del decennio giolittiano, come sottolinea Mario Missiroli, che ne aveva scritto su un libro famoso (“La monarchia socialista”) quanto oggi poco letto, nonostante sia stato ripubblicato da Le Letterenel 2015 con una prefazione di Francesco Perfetti, né per il Re “soldato” che a Peschiera, l’8 novembre 1917, non solo aveva difeso l’onore del soldato italiano ma con la sua autorevolezza dinanzi ai primi ministri di Francia e Gran Bretagna aveva imposto la difesa ad oltranza sul Piave così condizionando l’esito positivo della guerra che sarebbe stata irrimediabilmente perduta se gli austro tedeschi avessero dilagato nella pianura padana.
Il Re e solo lui responsabile della legislazione razziale voluta da Governo e Parlamento. La storia non può ammettere questa manipolazione della verità alla quale sembra si prestano personaggi illustri. Il “sembra” è d’obbligo, anche se è evidente che la sentenza è già scritta. E quando le sentenze sono già scritte non c’è giustizia nei tribunali, neppure in quelli della Storia.
Il processo a Vittorio Emanuele III, così si legge nella locandina, ma un po’ di pudore devono averlo avuto gli organizzatori se nella presentazione si legge che il “dibattimento processuale… esaminerà a tal proposito le responsabilità di quanti si resero protagonisti di una delle pagine più vergognose della recente storia italiana”. Ma i “quanti” non ci sono. Sono contumaci? E chi li difenderà, considerato che “la difesa è diritto inviolanile in ogni stato e grado del procedimento”, come si legge nel secondo comma dell’art. 24 della Costutuzione.
“Il processo” – testualmente - partirà proprio dalla figura di Vittorio Emanuele III. A condurlo il pm Marco De Paolis, l’avvocato Umberto Ambrosoli come imputato, l’avvocato Giorgio Sacerdoti come parte civile”.
Stimo Umberto Ambrosoli, figlio del martire della delinquenza bancaria, quell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona. Giorgio Ambrosoli era monarchico e forse questo ha spinto gli organizzatori a scegliere il figlio come difensore del Re. Umberto, un nome non scelto a caso, candidato alla presidenza della Regione Lombardia è di quelli che si definiscono “una brava persona”. Non una personalità e non risulta abbia fatto particolari studi storici né giuridici sullo “Stato fascista” e le sue istituzioni.
La Corte sarà invece composta da Paola Severino, ex Ministro della Giustizia, presidente del collegio, dal magistrato Giuseppe Ayala, e dal consigliere del CSM Rosario Spina. Stupisce come si siano prestati ad una farsa di processo. Forse l’italico desiderio di apparire che, per molti magistrati, costretti dalle regole della professione alla riservatezza, sembra essere stavolta appagato.
“Tante le testimonianze perdute che ritroveranno memoria nelle voci di Piera Levi Montalcini, nipote del Premio Nobel Rita, Federico Carli, nipote di Guido, l’economista Enrico Giovannini, Maurizio Molinari, direttore della Stampa”. Di tutti, persone degnissime, non si conoscono studi storici approfonditi. Faranno riferimento alla “vulgata” dei fuggiaschi del 1922, del 1924 e seguenti, tutti interessati a far ricadere sul Re le loro colpe?
“L’Italia, che deve ancora fare un profondo esame del proprio passato e non ha mai celebrato processi contro i propri governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, rischia di non poter fermare i nuovi movimenti di odio che ai quei falsi valori e simboli si ispirano nei loro moti” sottolinea Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha voluto l’evento e lo ha seguito nella fase ideativa. “Il Processo quindi lo facciamo noi, evidenziando la filiera delle responsabilità che dal Re e dal regime risalgono alle istituzioni, all’accademia, alla stampa, all’industria, alla chiesa, alla popolazione civile che, quando non si rese complice, accettò senza reagire che una comunità di cittadini italiani, presenti da duemila anni nel Paese, perdesse ogni diritto e libertà. Diritto di lavorare, studiare, avere una vita sociale, contribuire alla scienza, alla cultura, alla politica. Vogliamo sfatare la leggenda che le leggi razziali furono un provvedimento all’acqua di rose”.
Leggi infami che però da queste parole si comprende siano state emanate ed attuate da molta gente. Ma sotto processo è uno solo. Non è forse la prova della strumentalizzazione, dell’“uso politico della Storia”?
Non è una bella iniziativa. Non favorirà quell’“esame di coscienza” che si auspica. Finirà con la condanna di uno solo nel dispositivo anche se è probabile che nella motivazione si faccia cenno alle “altre” responsabilità, come innanzi richiamate.
Una brutta vicenda. Che non farà chiarezza sugli eventi e sulle responsabilità ed acuirà risentimenti politici dei quali questo nostro Paese non ha assolutamente bisogno.
L’evento curato, per la parte processuale, da Elisa Greco, autrice del format Processi alla Storia, su un progetto teatrale di Viviana Kasam e Marilena Francese, che da cinque anni curano per l’UCEI l’evento istituzionale per il Giorno della Memoria, e sarà ripreso da Rai5 e trasmesso da Rai Storia in prima serata alle ore 21.15 del 27 gennaio 2018, in occasione del Giorno della Memoria, all’interno di un documentario realizzato da Bruna Bertani.
Lo vedremo e ne parleremo ancora, giorno dopo giorno, fino a quando non sarà fatta giustizia.
14 gennaio 2018

venerdì 19 gennaio 2018

Aggiornato il sito dedicato a Re Umberto II



















Sul sito dedicato a Re Umberto II continuano le memorie della Regina del 1958.

www.reumberto.it

Il sindaco di Vicoforte: "Il passato può essere discusso, ma non cancellato"

Un mese fa l'arrivo delle spoglie dei Reali di Casa Savoia a Vicoforte.

Il primo cittadino Valter Roattino è ritornato sulla questione nel corso dell'ultimo Consiglio comunale: "Ecco perché la scelta è ricaduta sul nostro Santuario"

Esattamente un mese fa, domenica 17 dicembre, il Santuario di Vicoforte accoglieva la salma di Vittorio Emanuele III, rientrata in Italia da Alessandria d'Egitto con un volo militare. Due giorni prima, presso la medesima basilica erano giunte le spoglie della consorte del re, la regina Elena di Savoia, precedentemente sepolta in Francia, a Montpellier.
Oggi i sovrani riposano insieme, uno accanto all'altro, nella cittadina monregalese: un dato di fatto che ha scatenato numerose polemiche nelle scorse settimane, tanto che in occasione dell'ultimo Consiglio comunale Valter Roattino, sindaco di Vicoforte, è intervenuto per fare chiarezza sulla questione e dissipare eventuali dubbi residui.

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giovedì 18 gennaio 2018

La Monarchia Sabauda secondo Carlo Francesco d’Agostino

di Nicodemo Graber
Il rientro in Italia delle spoglie mortali del re Vittorio Emanuele III di Savoia e della consorte regina Elena ha suscitato vivaci polemiche ampiamente riprese da stampa e altri media. Polemiche che hanno coinvolto lo stesso mondo cattolico fedele alla Tradizione.
La sepoltura del Re Soldato e della regina Elena nella cappella di San Bernardo del santuario sabaudo di Vicoforte ha così offerto occasione per un rinnovato interrogarsi, in casa cattolica, sulla legittimità dello Stato italiano di cui Vittorio Emanuele III fu il monarca per quarantasei anni.
Un simile interrogarsi porta con sé la necessità d’una valutazione cattolica del Risorgimento, di pensare la Questione Romana e la sua soluzione con i Patti Lateranensi, rimette al centro l’idea di legittimità come classicamente compresa.
Per il cattolicesimo la potestà politica non è un puro potere, è invece autorità moralmente qualificata che rimanda ad un ordine di giustizia oggettivo e perenne, è autorità che viene da Dio e a Dio deve rispondere. Ecco la grande questione della legittimità della potestà politica.
[...]



Lettera alla Comunità Ebraica, di Waldimaro Fiorentino

Gentili Signori,
                            sono mosse dalla severa Vostra presa di posizioni contro Re Vittorio Emanuele III che contraddice diametralmente tanto la realtà dei fatti, quanto lo stesso atteggiamento della Comunità ebraica nei tempi immediatamente successivi al fascismo o quanto meno più prossimi a quei tempi, per cui debbo ritenere che le Vostre convinzioni derivino soprattutto dal clima di polemica dei giorni nostri. Mi perdoneranno se rubo loro un po’ di tempo per cercare di ristabilire la verità dei fatti come io la conosco.  
Mino Monicelli, in un’attenta ricostruzione dei fatti, pubblicata il 17 febbraio 1968 sul quotidiano «Il Giorno», all’epoca dell’ENI, quindi espressione del governo repubblicano, rammenta che Vittorio Emanuele III per tre volte negò la firma dei Decreti in questione a Mussolini; ed invano attese che parlamentari, intellettuali esponenti della società civile insorgessero; si sa, invece, che diversi docenti furono ben lieti di subentrare nelle cattedre universitarie agli ebrei espulsi per effetto di quei decreti.
Vittorio Emanuele III attese che almeno dalla Chiesa venisse una indicazione; non vi fu neppure quella!
Mino Monicelli riferisce, nell’articolo che ho citato il colloquio avvenuto tra Vittorio Emanuele III e Mussolini il 28 novembre 1938; e lo riporta con queste esatte parole: «Colloqui Re - Mussolini. Per tre volte il sovrano riesce ad infilare nel colloquio ‘provo una infinita pietà per gli ebrei’. Il duce ingoia tre volte il rospo, digrignando la mascella quadrata».
Galeazzo Ciano, nel suo «Diario 1937-1938», parla anche lui dell’episodio; alla data 28 novembre 1938, Galeazzo Ciano scrive testualmente: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova ‘una infinita pietà per gli ebrei’... Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovo sulla sorte degli ebrei. Il Re è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro Germania... Il Duce era molto violento contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante del Presidio ha reagito contro il Federale che aveva dato il saluto al Duce e non quello al Re».
Si sa che l’anziano Sovrano cercò, con interventi personali, di attenuare la portata di quei decreti, anche attraverso il trasferimento di ebrei in località delle Colonie, lontano da zone soggette al predominio delle dottrine imperanti all’epoca in Europa.
Si sa con certezza che fu l’intervento del Sovrano ad ottenere considerevoli attenuazioni a favore degli ebrei. Tra l’altro, la deliberazione del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938, che non escluse «la possibilità di concedere… una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia».
Il duca d’Aosta ha dichiarato alla televisione che suo padre e suo zio  rimasero «orripilati» (testuale) dalle leggi razziali; e che lo zio, nella sua qualità di Viceré d’Etiopia, aveva pensato di salvare gli ebrei riservando loro una regione dell’Etiopia. Ne parlò come di un sotterfugio all’insaputa del regime; mentre invece si trattava di un accordo tra il Re ed il fascismo, al quale Vittorio Emanuele III aveva strenuamente lottato fino a far meditare a Mussolini l’accantonamento della Monarchia.
E c’è una testimonianza assolutamente non sospetta a confermale. Tra i quaderni del «Centro di documentazione ebraica contemporanea», in «Gli ebrei in Italia durante il fascismo» a cura di Guido Valabrega nel marzo 1962, a pag. 20 del 2° volume, si legge testualmente «Con tutto ciò, si deve obiettivamente riconoscere che sino all’8 settembre 1943 la persecuzione razziale fu contenuta in limiti moderati e di portata soprattutto economica» e più avanti, «Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 comincia per gli ebrei italiani un tremendo periodo nuovo: l’Italia era ormai sotto il tallone tedesco e Mussolini voleva riabilitarsi agli occhi dell’alleato».
Ed esistono interi volumi di documentazione che dimostrano come il Regio Esercito, di educazione e di sentimenti monarchici, salvò un grande numero di ebrei, i quali, su ogni fronte, fuggivano delle zone occupate da nazisti, per riparare sotto la protezione dei nostri reparti. Per tutti, si legga quanto scritto su «Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito italiano» di Menachem Shelah, ebreo dalmata. Nella prefazione di Antonello Biagini, prof. Ordinario di Storia dell’Europa orientale, parla dell’«opera di solidarietà svolta dal personale diplomatico e dall’esercito italiano... legato tradizionalmente alla Casa Reale non a Mussolini». Lo jugoslavo ebreo Yosef Lapid, giornalista e docente in Università USA, nel presentare il libro scrisse «Però gli italiani rifiutarono di contribuire al sistematico sterminio operato dalla macchina di morte nazista e non presero parte al genocidio. Ebrei di nazionalità italiana non furono deportati nei campi di sterminio (finché l’Italia non cadde, dopo l’8 settembre 1943, sotto il diretto dominio tedesco). Gli italiani presero sotto la loro protezione gli ebrei dei Paesi conquistati nel Nord Africa, in Grecia, nella Francia Meridionale  e in Jugoslavia». E Menachem Shelah riferisce di «una delle suppliche più commoventi scritta dai profughi di Sarajevo rifugiati a Mostar, cioè sotto il controllo italiano...  l’invio in un campo di concentramento croato significherebbe... una condanna a morte... una morte lenta, tra infiniti tormenti... una morte implorata per lunghi giorni e per lunghe notti insonni, come si implora da Dio la grazia di essere finalmente liberati da un martirio...».
Infine, veniamo ad un'altra colpa che si attribuisce a Vittorio Emanuele III, ossia all’avvento del fascismo al potere.
Aldo Rossini, deputato eletto nella circoscrizione di Novara e poi Senatore del Regno, ultimo sopravvissuto di quei giorni, in una rievocazione pubblicata sul settimanale romano «Tempo», fece balenare una versione di quanto accaduto in quelle ore febbrili; manifestò il dubbio che non fosse stato Facta a proporre lo «stato d’assedio» e Vittorio Emanuele III a rifiutare di firmarlo; afferma l’esatto contrario; che fu il Re a suggerire il provvedimento e Facta a sconsigliarlo vibratamente; e, a sostegno della sua affermazione, scrisse che di questo Mussolini gli sarebbe stato grato, inserendolo nella prima lista proposta al Sovrano per la nomina a Senatore del Regno. Del resto Carlo Sforza sostenne che non ci fu insistenza alla firma dello «stato d’assedio»; e Luigi Sturzo, in «L’Italia e l’ordine internazionale», affermò: «Non intendiamo dare la colpa solo a Vittorio Emanuele; né intendiamo attenuare quelle del Ministro Facta». Sforza ricorda poi che la proposta fu caldeggiata tanto blandamente da Facta, da far sorgere dubbi nel Sovrano, il quale convocò il Capo delle forze Armate Armando Diaz ed il Capo della Marina Thaon de Revel per chiedere espressamente cosa avrebbe fatto eventualmente l’esercito, qualora il Re avesse dato ordine di usare la forza; e la risposta che ebbe da Diaz fu: «Maestà, l’esercito è fedele alla Maestà Vostra, ma sarà meglio non mettere alla prova la sua fedeltà». La versione venne accreditata in una lettera a Mario Missiroli da George Sorel, il quale addusse a sostegno che il Re potesse contare sull’esercito, la defezione di diversi reparti militari inviati a reprimere l’impresa di Fiume e passati, invece, dalla parte di Gabriele D’Annunzio; in un’altra lettera, sostenne anche che: «Il fatto che la nave ‘Dante’ sia rimasta a Fiume, a dispetto degli ordini dell’ammiragliato, indica che il governo non può contare sulla Marina». Del resto, si sa che diversi ufficiali anche superiori, presero parte alla «marcia su Roma» e che il gen. Asclepio Gandolfo, comandante del XXVII Corpo d’Armata, «fu uno dei generali che prepararono e diressero la marcia su Roma e che già nel 1921 figurava come uno dei capi dello squadrismo fascista». Lo fa sapere Guido Dorso, citando Italo Balbo, in «Mussolini alla conquista del potere», Biblioteca moderna Mondadori, 1949.
A questo punto Vittorio Emanuele III avrebbe dovuto reprimere l’intero Paese – Parlamento, Degasperi compreso, esercito, Chiesa, la stessa opinione pubblica – instaurando una dittatura Regia, in luogo di quella fascista?
Quelli dell’avvento del fascismo al potere, furono tempi difficili, in cui qualsiasi soluzione, comunque presa, sarebbe stata criticabile, salvo con il senno di poi.
Vittorio Emanuele III fece 25 tentativi di governo, prima di assegnare l’incarico di formare il Governo a Benito Mussolini. Il Re, esperiti i diversi tentativi ed accertato che Mussolini era l’unico esponente politico nei confronti del quale non vi fossero preclusioni, chiamò quest’ultimo al Quirinale e gli chiese cosa volesse; e Mussolini gli rispose: «Vogliamo il Governo»; il Re, Sovrano costituzionale, gli replicò: «Bene, formi un governo e si presenti davanti al Parlamento».
Mussolini, recatosi in Parlamento, non nascose il proprio disprezzo per la classe politica dell’epoca, dicendo: «Di quest’aula sorda e grigia, avrei potuto fare un bivacco per i miei manipoli».
I partiti, che si erano reciprocamente negati l’appoggio per la formazione di governi stabili, subirono senza batter ciglio l’affronto e furono in larghissima parte favorevoli nel sostenere il Governo al Capo del Fascismo, che aveva alla Camera soltanto 35 Deputati.
Il primo Governo Mussolini – un Governo che Malacoda definì  «tranquillizzatore» – ottenne la fiducia con 306 voti a favore, 116 contrari e 7 astensioni.
Tra i voti favorevoli ci furono quelli di Alcide Degasperi, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra. Di quel Governo facevano parte, oltre a fascisti, liberali, popolari (ossia quelli che nel dopoguerra sarebbero divenuti i democristiani), demosociali, nazionalisti, oltre al generale Armando Diaz e all’ammiraglio Paolo Thaon de Revel. Sottosegretario all’industria era Giovanni Gronchi, che, nel 1955, sarebbe divenuto presidente della repubblica italiana. Tutte persone che oggi danno la colpa a Vittorio Emanuele III di aver aperto la strada al Fascismo e che all’epoca si dimostrarono i migliori alleati di Mussolini.
Lo stesso Parlamento il 25 novembre 1922 avrebbe votato a favore della concessione dei pieni poteri, per consentire al Governo Mussolini «di risolvere liberamente, senza le difficoltà della procedura parlamentare, i più urgenti problemi della finanza e della pubblica amministrazione».
Ma l’atto più grave che consegnò completamente il Paese al fascismo fu la votazione del 15 luglio 1923, che approvò la riforma della Legge elettorale. Per quella Legge, su 535 seggi parlamentari, ben 356 – i 2/3 ! – sarebbero stati assegnati alla lista che avesse ottenuto la maggioranza, non assoluta, ed anche di un solo voto, purché raccogliesse almeno il 25 % dei voti. La Camera dei Deputati, nel quale i fascisti erano solo 35, approvò quella legge con 303 voti, 140 contrari e 7 astenuti; tra i voti favorevoli vi furono anche quelli di Degasperi e di Gronchi.
Anche il Senato approvò la riforma. Il Re costituzionale non poté altro che firmare. Del resto, la formula di una Monarchia costituzionale è «Il Re regna ma non governa».
Don Luigi Sturzo, nel suo libro «L’Italia e l’ordine internazionale», pubblicato nel 1944 per le edizioni Einaudi, ci fa sapere che «intervennero gli ex capi dei gabinetti liberali Giolitti, Salandra e Orlando, che il Re chiamò a consiglio, ed opinarono essere inopportuno avventurarsi in un cambio che preludesse ad un governo dominato da socialisti e popolari».
Lo storico Secondo Malacoda sostenne, al proposito, «di fronte all’affermazione di una pretesa complicità tra la Monarchia dei Savoia e il fascismo, noi pensiamo che nulla sia stato asserito di più falso e di più storicamente infondato, e che nulla sia più contrario alla logica intima delle cose. In verità la Monarchia non è stata complice del fascismo più di quanto il depredato non sia complice del suo rapinatore».
La Camera dei deputati ed il Senato, a grandissima maggioranza, e la stessa opinione pubblica sostennero il fascismo. La stessa Chiesa, che con il fascismo aveva già avviato trattative per pervenire al Concordato, impose a Don Luigi Sturzo, il più acceso avversario cattolico del regime, l’esilio, senza che Mussolini lo avesse richiesto. Pio XI definì Mussolini l’«uomo della provvidenza».
Il noto giornalista Vittorio Gorresio a pag. 2 del quotidiano «La Stampa», riferendosi a Flaminio Piccoli, scrisse «che in un discorso pronunciato A Bergamo il 2 novembre 1968... disse che la dc non è nata per investitura ecclesiastica, che anzi la Chiesa la abbandonò nel 1923-24, e don Sturzo fu costretto all’esilio, e Degasperi ebbe gravi difficoltà nei suoi rapporti con il Vaticano».
Carlo Sforza , fortemente anti-fascista, del resto ammise: «Pochi uomini furono accompagnati più di Mussolini da voti di successo così numerosi, anche se soltanto rassegnati».
Dunque, a questo punto, cosa sarebbe cambiato se in Italia allora vi fosse stata una repubblica? Anzi; le cose sarebbero addirittura cambiate in peggio, perché essendo l’intero Parlamento fascista o prono dinanzi al fascismo, non vi sarebbe stato neppure l’effetto equilibratore della Corona a determinare elementi di riflessione e di moderazione.
Ciò che è successo durante il fascismo e con le leggi razziali addolora anche me, che non sono ebreo.
Ma adesso si dimenticano le colpe di Mussolini e del fascismo per addossarle a Vittorio Emanuele III che fu l’unico ad opporsi a quel sistema ed a cercare di attenuare la portata degli effetti di quel sistema.

Non si sta andando al di là della verità, per scegliere la via più comoda della polemica fine a se stessa?

mercoledì 17 gennaio 2018

Salme regali

di Domenico Giglio
Il rientro quasi clandestino della salma della Regina Elena, da Montpellier a Vicoforte, induce a ricordare eventi similari avvenuti in altre repubbliche, cominciando dai recentissimi solenni funerali a Bucarest del Re Michele di Romania, tenutesi nella Cattedrale, presenti tutte le massime autorità politiche della repubblica insieme con quelle religiose. E sempre in Romania, la figlia Margherita, erede del Re ha tenuto un discorso celebrativo, dopo la morte del Padre nell'aula del Parlamento Romeno, presenti tutti i deputati. 
In Serbia, repubblica,diversi mesi or sono, sono rientrate le spoglie del Re Pietro II di Jugoslavia,accolte anche qui da tutte le massime autorità politiche, militari e religiose serbe. Sempre la Serbia ha emesso un francobollo per ricordare, nel 2013, il 125° anniversario della nascita del Re Alessandro I, di Jugoslavia (1888-1934), padre di Pietro II. 
Sempre nel 2013, la repubblica del Montenegro ha ricordato il bicentenario della nascita di Petar II, Petrovic Njegos, Principe -Vescovo. Per non parlare della Bulgaria, anch'essa repubblica, che mesi fa ha tributato al Re Simeone, per il suo 80° genetliaco, onori statali ed anche ricordo filatelico con francobollo avente il suo ritratto, dopo quelli dedicati negli anni scorsi al padre, Re Boris ed al primo Sovrano, Ferdinando. 
Dulcis in fundo, la repubblica austriaca, ricorrendo lo scorso anno, 2016, il centenario della morte dell' Imperatore Francesco Giuseppe, organizzò a Vienna diverse mostre sulla figura e sul lungo regno di questo monarca, sul quale il giudizio storico, specie per l'Austria ridotta da impero a piccolo stato, non può certo essere positivo. Ed anche in questo caso le poste austriache hanno dedicato un francobollo al defunto sovrano, come nel 2014 avevano addirittura dedicato ben due francobolli all'Arciduca Francesco Ferdinando ed alla moglie Sofia, per ricordare la loro tragica morte a Serajevo, da cui poi venne lo sciagurato ultimatum alla Serbia e la successiva dichiarazione di guerra austriaca, firmata dall'Imperatore, che detta origine alla prima grande guerra mondiale.
Non sono necessari commenti: i confronti avvengono  automaticamente.


lunedì 15 gennaio 2018

I Reali non sono in vendita (per questo non tramontano mai)

di Enrica Roddolo

da 7, Corriere della Sera, Novembre 2017

Attirano folle di curiosi. Affascinano il mondo con i loro matrimoni. Emozionano lettori e spettatori.
Perché le monarchie piacciono e resistono? Forse perché, in un mondo che brucia emozioni e miti, offrono un senso di continuità e resilienza.

PERCHÉ AMIAMO TANTO I REALI? Già, perché? Beppe Severgnini, che condivide la mia passione per il mondo britannico, me l’ha chiesto una sera, mentre m’infilavo in metropolitana dopo il quotidiano lavoro al Corriere. E dopo tanti libri su Elisabetta e Filippo, Grace e Ranieri, Carlo e Camilla, Diana, William, Kate e Harry, me lo sono chiesta anch’io. Spesso. Perché, in fondo, come negare che se c’è un’istituzione anacronistica, questa è proprio la monarchia?
Quale altra Firm (ditta, come il duca di Edimburgo chiama casa Windsor) si basa sulla primogenitura per individuare le nuove leve? Beh, sì, ci sono le aziende di famiglia. Ma in famiglia, spesso, si valutano attitudini e talenti. E invece, questo vuol dire una casa reale: il primo nato, maschio o femmina, eredita la corona (solo di recente le Royal households hanno accettato di aprire le porte alla parità di genere). Non un gran passo avanti, in fondo la Storia è fatta di grandi donne sul trono: da Elisabetta I che vinse l’Armada Invencible, a Maria Teresa d’Austria. Per non parlare di Vittoria e di Elisabetta II, che il 20 novembre festeggia 70 anni di matrimonio con Filippo.

UNA CASA REALE è un fascinoso romanzo a puntate.
È bastata la notizia di un tè con la regina, sorseggiato dal nipote Harry e Meghan Markle, per scatenare gli entusiasmi. Un nuovo fidanzamento è nell’aria. «In fondo l’eredità lasciata da Diana è che ora Harry, come già William, è libero di sposare la donna del cuore», mi ha detto Andrew Morton, il giornalista che registrò le confessioni di Lady D. negli Anni 90.

A proposito di tè con la regina: invitata a uno dei garden party estivi che Sua Maestà organizza a Buckingham Palace, non nego l'emozione quando mi arrivò l’invito, in valigia diplomatica, all'indirizzo dell'ambasciatore britannico a Roma. Ecco, per capire perché i Royals piacciamo tanto
può aiutare una considerazione che si sente fare spesso a Londra: «Tutto, o quasi, si può comprare a Londra, la capitale delle tendenze: fuorché un invito della regina». Anzi, sollecitarlo rischia di farvi finire in una black list di indesiderati. Perché è lei a concedere il piacere di un tè “latte o senza?", come vi chiederanno implacabili nel giardino del palazzo.

I ROYALS PIACCIONO PERCHÉ, in una società abituata a dare un prezzo a tutto, un incontro con Elisabetta, o un invito al Rocher di Monaco, non si compra. Non è in vendita. Questo non basta a spiegare la passione che stregò il mondo nel 1981 per il sì di Carlo e Diana e nel 2011 per William e Kate. Anche Carlo e Camilla sono stati accolti nel loro ultimo viaggio in Italia da folle di italiani e turisti. A Firenze, sul Ponte Vecchio, l’assedio era impressionante, e parlando (come già nel 2009 a Venezia) con Carlo ho avuto conferma di un'altra ragione del fascino senza tempo dei Royal.

Carlo saprà raccogliere l’eredità di Elisabetta II? L’ho chiesto a Daniel Franklin, una colonna dell’Economist di Londra. «Carlo? Sembra più sereno, sicuro di sé, e questo aiuta. Ma certo ha dovuto aspettare un tempo incredibilmente lungo come principe di Galles, e il pubblico non ha con lui lo stesso rapporto che ha con i figli. Il suo sarà forse considerato come  un regno-ponte, di transizione. Una cosa è certa: nessun erede al trono si è mai preparato tanto!». William e Harry? «Hanno modernizzato il Royal brand, senza infrangere la magia». «E se loro sono il cambiamento, la regina è la continuità: un mix potente», chiude Franklin.

«Perché amo la regina, io che sono nata in Italia? Perché è tradizione, continuità» mi ha detto Livia Firth, moglie di Colin, l'attore del Discorso del Re. «Ma con Carlo c’è anche affinità sulle battaglie per l’ambiente: assieme, nel 2018, organizzeremo un grande evento a Buckingham Palace che coinvolgerà tutti i Paesi del Commonwealth». «Elisabetta vuol dire dedizione» mi ha ricordato Alice Temperley, la designer che veste Kate. «Quella che lei ha messo nella guida del Paese».


PROVO A RIASSUMERE. Come le istituzioni secolari che rappresentano, le monarchie portano un respiro lungo, un senso di resilienza. Una rarità in un mondo che brucia emozioni e miti.

domenica 14 gennaio 2018

Io difendo la Monarchia - II cap. IV parte

I socialisti e i comunisti usano descrivere il fascismo come strumento della reazione agraria e capitalistica. È questa una interpretazione che pecca di astrattezza per essere ricavata dai canoni del materialismo storico. Riportiamo qui di seguito due interpretazioni del movimento che, pur dovute a due tra i massimi esponenti dell’antifascismo, ci sembrano assai più obiettive e concrete.
Nel suo libro "Dal socialismo al fascismo", edito nel 1924 per i tipi dell'Editore Formiggini, Roma, Ivanoe Bonomi così descriveva il sorgere del fascismo: «... Nel settembre di quello stesso 1920 il socialismo comunista tenta la sua grande prova e occupa le fabbriche... Ormai la misura è colma. Gli industriali che hanno corso un mortale pericolo, gli agrari che dopo essere stati vessati dalle leghe rosse, sono vessati anche dai Municipi comunisti, la piccola borghesia che è stanca di violenze, di sopraffazioni, di minacce, preparano la riscossa... La riscossa non è il preordinato attacco di un partito o di una fazione (il fascismo era allora un libero movimento senza organizzazione di partito) ma una insurrezione spontanea di quasi tutte le forze vive del paese contro una situazione intollerabile che senza sboccare mai in una vera rivoluzione. Ha però tutte le prepotenze e le durezze di una rivoluzione. Un paese si leva quando già il socialismo comunista ha fatto la sua grande prova - l’occupazione delle fabbriche - e l'ha perduta... E si leva impetuoso - specialmente nelle regioni che più hanno sofferto la dominazione comunista - senza capi, guide, senza segni di raccolta... Corrono a lui reduci di guerra, intellettuali, studenti, professionisti, piccoli borghesi, mossi da uno spirito idealistico di libertà e di patria, in opposizione alla prepotenza bruta di folle incolte e illuse. si aggregano a lui i resti del fiumanesimo, cioè una parte dell’arditismo e dei legionari dannunziani, che gli recano la loro inquadratura militare, la loro nomenclatura romana, i loro suggestiva idi di guerra; finalmente lo ingrossano le folte schiere degli agrari e degli industriali che vedono in lui uno strumento efficace per distruggere la minaccia rossa e ristabilire l’ordine nella produzione e nel lavoro. Questo confluire di forze diverse, di stimoli diversi, di obiettivi diversi, può avverarsi solo in virtù del carattere antibolscevico del movimento fascista. Tutti i caratteri peculiari del fascismo, il suo originario spirito antiborghese la sua inclinazione proletaria, i suoi vasti disegni di rinnovazione politica ed economica, si sommergono e si cancellano nel preminente carattere antibolscevico della sua predicazione... ».


Nel suo ultimo libro La désagrégation de l'Europe (Edizioni Spes, Parigi, 1928), Nitti si occupa diffusamente del fascismo e scrive fra l’altro: «Per il fascismo italiano, come per il nazismo tedesco, è stata diffusa la leggenda che il movimento sia stato l'opera dei grandi capitalisti.
Non vi è nulla di meno vero e finché i socialisti. dominati dall’ideologia marxista, continueranno a ripetere questa assurdità, resteranno sempre al di fuori della realtà.
«Come capo del Governo italiano e ministro dell’Interno, ho potuto rendermi conto della natura del rivolgimento operato dal fascismo, in Italia, come in Germania, è stato un movimento delle classi medie, esasperate dal’antipatriottismo e dal discredito della guerra e soprattutto dalla brutalità del marxismo.
È stato il movimento della piccola e media borghesia con il quale hanno simpatizzato intellettuali, impiegati, piccoli borghesi e piccoli industriali. L'azione dei grandi industriali e dei grandi proprietari é stata all'origine insignificante. Ho le liste delle sovvenzioni più importanti versate da loro al fascismo nel 1919-20 e ho la convinzione assoluta che nulla sarebbe successo senza l’adesione all'antisocialismo delle classi medie 
«È cosi che a poco a poco gli industriali e soprattutto i grandi agricoltori dell’Italia settentrionale, senza tenere conto del programma originario del fascismo,  non aveva il minimo interesse e alla realizzazione del quale non credettero mai pur apprezzandone l’azione che sola importava, non solamente si interessarono largamente al fascismo nascente ma lo sovvenzionarono e l'aiutarono, benché In forma inferiore a duella generalmente ammessa. 
« Ma senza la larga adesione delle classi medie, li movimento non avrebbe avuto alcuna importanza. I repubblicani stessi, sempre In lotta, in Italia, con i socialisti e i massoni che più tardi dovettero subire terribili persecuzioni, aiutarono efficacemente il movimento fascista al suoi inizi. La massoneria contribuì largamente».

Il fascismo dominava la piazza ed aveva fatto progressi già nel 1921, ma il socialismo era pur sempre più massiccio e più numeroso. I socialisti avevano 156 deputati, 2500 comuni, 36 consigli provinciali, 3000 sezioni del Partito, tre milioni di operai organizzati, 250 mila iscritti. Era come si vede un partito imponente che avrebbe potuto assumere il Governo (e il Re non sarebbe stato sfavorevole quando la legalità fosse stata rispettata) come è avvenuto successivamente in Norvegia, in Svezia, nel Belgio, in Inghilterra, in Francia, senza che nessuno abbia pensato a modificare le istituzioni fondamentali di quegli Stati. Ma il partito socialista in Italia conosceva l’agitazione capace di paralizzare la vita nazionale, non conosceva il Governo e non voleva assumerne la direzione. Per quel che riguarda la Monarchia essa aveva invitato nel 1902 Filippo Turati a entrare nel ministero e più tardi, Bissolati che accettò. Un altro tentativo fatto con Turati nella lunga crisi (1922) che precedette l’avvento del fascismo al potere, riuscirà ancora vano. Invece il fascismo, ahimè, già nel marzo del 1921 si proponeva di «governare la nazione» (sventuratamente l'ha governata)  e presentava un programma tecnico e amministrativo non molto dissimile da quello dei socialisti. Ancora nel maggio 1921, dopo la nuova battaglia elettorale, i fascisti dichiararono di non intervenire alla seduta reale perchè essi erano «tendenzialmente repubblicani». Per un movimento che si presume prodotto dalla reazione monarchica, un tale programma era per lo meno... originale. Dopo essersi giovato per le elezioni dei suoi 35 deputati dei blocchi borghesi, Mussolini scriveva (Popolo d’Italia del 26 maggio 1921) che la borghesia doveva essere «curata con il piombo e con il petrolio come il socialismo». Per natura e per istinto egli correva alla dittatura. Il 12 febbraio 1922, durante la crisi provocata dalla caduta del Gabinetto Bonomi egli scriveva sullo stesso giornale, cinicamente: «Sono stato il  primo a evocare in pieno Parlamento la possibilità di una dittatura militare con annesse conseguenze. Oggi, alla luce delle nuove esperienze, l’eventualità di una dittatura deve essere seriamente considerata».

Lo spirito antiborghese si ritrova costantemente nell'oratoria di Mussolini: sempre duro, aspro e aggressivo: a 62 anni come a 18. Si rilegga il suo discorso antiborghese ai gerarchi nel 1938, discorso rimasto inedito per anni, e si meditino i suoi sfoghi con Ciano sulla necessità di sopprimere l’ottanta per cento della borghesia appena finita la guerra. Nel novembre del 1921 il
movimento fascista si dette una «disciplina di partito».

Circolo di cultura Rex: seconda parte del ciclo di conferenze 2017




Sala delle Associazioni Regionali
Via Aldrovandi 16-16/b
SECONDO PIANO
(vicino Viale Rossini e Bioparco)
ORA INIZIO CONFERENZE: 10,30



28 gennaio
 Prof. Avv. Emmanuele EMANUELE
“ Arte e Finanza”

 04 febbraio
Dr. Ing. Domenico GIGLIO
“ 9 maggio 1946: Umberto di Savoia da Luogotenente a Re d’Italia “

18 febbraio
 Prof. Avv. Salvatore SFRECOLA
“ I costi umani e finanziari della Grande Guerra”

11 marzo
 Prof. Andrea UNGARI
“La Grande Guerra ed il Re “

18 marzo 
 Prof. Giovanni STELLI
“ La città di Fiume dopo la prima guerra mondiale ed il compimento dell’ Unità Nazionale”

25 marzo 
 Cap. Vasc. ( R. ) dr. Ugo D’ATRI
“ Lo demografia costituirà la condanna dell’Occidente ?”











sabato 13 gennaio 2018

Evviva 'o Rre

Inno popolare napoletano


Ringraziamo l'Avvocato Scardino per la condivisione con il nostro blog!

Sarebbe meraviglioso se ci fosse qualche amico melomane che ne rintracciasse lo spartito.

venerdì 12 gennaio 2018

Le tombe dei Reali di Casa Savoia. Perché in Italia

di Roberto Falaschi  
Il problema del rientro in Italia dei Re d’Italia andrebbe analizzato sotto vari aspetti. Anzitutto va considerato che si tratta di cittadini italiani deceduti all’estero, ed in quanto tali, sarebbe ipotizzabile una loro tumulazione sul suolo nazionale senza alcuna difficoltà, ma con la semplice autorizzazione del comune di sepoltura ed il passaporto mortuario rilasciato dalle Autorità Diplomatiche o Consolari.
Comprendo, pur non condividendo, che talune forze politiche possano opporsi a tale procedura per i Re, ma quale colpa potrebbe mai essere attribuita alle Regine per impedirne il rientro in Italia da decedute?
Chiarito che il rientro in Italia delle quattro spoglie dovrebbe andare de plano e non come avvenuto per i resti di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, il punto da discutere potrebbe essere se tumularli al Pantheon oppure al Santuario di Vicoforte a suo tempo edificato al fine di contenere le tombe dei Savoia. Poiché però fu a suo tempo stabilito che i sovrani del Regno d'Italia dovessero riposare a Roma, sembra opportuno esaminare se alcuno dei due ultimi non meriti tale sorte.
Ora, dato che da decenni infuria la tempesta sulla destinazione finale degli ultimi due
Sovrani italiani e delle rispettive consorti, esaminiamo il caso di Umberto II che regnò unicamente un mese.

[...]

martedì 9 gennaio 2018

Il libro azzurro sul referendum - IX cap - 3


 Colloquio di De Gasperi con Sua Maestà 6 giugno (1)

«Re Umberto guardandolo fisso negli occhi: «La ragione che la porta qui stamane non mi è ignota, credo ».

De Gasperi: Maestà, il lavoro di spoglio cui si è rapidamente proceduto durante la notte ha portato alla constatazione di una considerevole maggioranza per la repubblica. Non le nascondo che il primo dolorosamente sorpreso sono stato io stesso ».

Il Re lesse il numero dei conteggi manipolati nottetempo dal Ministro degli Interni.

Re Umberto: «Ne prendo atto. Immagino ci sarà una dichiarazione ufficiale, non appena i risultati siano completi ».
De Gasperi: « E’ la stessa situazione, che si va facendo irrequieta che richiede una dichiarazione del genere. Sarà probabilmente fatta in giornata. Naturalmente essa non pone alcuna ipoteca sulla proclamazione ufficiale, che spetta alla Corte di Cassazione ».

Re Umberto: «Naturalmente. Quando ritiene che la Corte potrà riunirsi? »
De Gasperi: «Il lavoro di controllo della Corte va svelto. Ritengo possibile la proclamazione ufficiale entro sabato ».
Re Umberto: «Si tratta di prendere ora decisioni in rapporto alla mutata situazione. C'è un punto fermo: la proclamazione ufficiale da parte della suprema Corte. Non appena essa sarà avvenuta, io che l’avrò attesa a Roma  lascerò il Paese. E’ bene che non si avverta scossa alcuna nel delicato momento del trapasso. Occorre pertanto concordare precise formalità per il passaggio dei poteri».

De Gasperi : «Esattamente, un netto passaggio di poteri dirà al Paese che il mutamento della forma istituzionale avviene in perfetta intesa fra la Corona e il Governo. Subito dopo la proclamazione ufficiale verrò da Vostra Maestà accompagnato dal Presidente della Corte S.E. Pagano, per la comunicazione del caso. Sarà poi mio dovere accompagnare Vostra Maestà al luogo che avrà stabilito per la partenza».

Il Sovrano si mostrò a questo punto sinceramente preoccupato di lasciare dietro di  il Paese nell'ordine; si toccò l'argomento di un proclama pacificatore degli animi divisi dalle passioni. Disse Re Umberto: «Intendo con esso sciogliere dal giuramento alla Corona tutti coloro che lo hanno prestato. Quanti hanno creduto fino ad ora nella Monarchia devono essere i primi a dare esempio di concordia e di buona volontà. Intanto come immediato segno del mio proposito, oggi stesso i componenti della Famiglia lasceranno il Paese. La Regina e i Principi si recheranno a Napoli, di dove prenderanno imbarco per il Portogallo ».

Dopo l'udienza Reale, l'Ammiraglio Garofalo e il Generale Infante accolgono il Presidente che se ne va, scambiando parole di circostanza. Non sa trattenersi De Gasperi dall’esprimere ammirazione per il Re. A Garofalo dice di essere stato vivamente colpito dal suo equilibrio, dalla sua umanità.

«E’ un gran brav'uomo!... », parole testuali che egli pronuncia quella mattina».

(1) Da Storia segreta..., pagg. 104, 105 c seg.